Inchiesta sulla lira

    Abbiamo proposto ad alcuni economisti italiani il seguente quesito:

    "Alle luce delle recenti esperienze internazionali quale deve essere oggi la nostra politica monetaria? Si deve tendere alla stabilizzazione della lira, alla rivalutazione o al ritorno all'oro?".

    Pubblichiamo le prime risposte. Chiunque abbia qualcosa di serio da dire sull'argomento può interloquire.

I.

    Non ad esempi stranieri, ma alle condizioni nostre conviene inspirarci per risolvere il grave problema monetario, che tutti ci preoccupa. Certamente i fenomeni e le leggi della inflazione sono veri per tutti i tempi e per tutti i popoli. Ma gli aspetti politico-economici del problema e le eventuali soluzioni non possono essere studiate e suggerite se non dall'esame delle condizioni proprie all'economia nazionale.

    Da noi l'inflazione non è una malattia acuta e transitoria, come si svolse di recente in Inghilterra e, pur con diverse condizioni, in Francia e in Germania. Essa è una malattia cronica, che dura ormai - tranne un breve periodo di 18 mesi - dal 1886 ad oggi, ed ha inquinato tutto il processo della circolazione, subendo d'altra parte le influenze e i caratteri fondamentali della nostra struttura economica.





    Se si vuole quindi correre ai ripari non basta limitare l'inflazione ad una data somma, non basta non aumentarla, ma occorre altresì collegare ad una lenta e graduale riduzione, un risanamento di tutto il processo economico che si connetta comunque alla circolazione monetaria e all'ordinamento del credito. Non credo che sia discutibile - almeno fra gli studiosi - che la circolazione deva essere considerevolmente ridotta. Ma, oltre a ciò, se a tali riduzioni non si accompagni la lotta contro i pregiudizi, i procedimenti e i sistemi che hanno impedito all'Italia di attuare un processo normale della circolazione, basato sulla convertibilità del biglietto, il problema non sarà mai risolto, l'Italia sarà condannata a vivere in perpetuo di carta-moneta e le sue grandi risorse industriali e commerciali troveranno, nelle gare internazionali del commercio, un continuo ostacolo nel perseverante deprezzamento della sua moneta.

GIULIO ALESSIO.

II.

    Se lo Stato, o coloro che lo hanno rappresentato in Italia, seguissero e professassero i principi della comune moralità commerciale, non è dubbio che una delle loro cure più sollecite, e doverose, a guerra finita, sarebbe stata quella intesa a ristabilire il pieno valore della moneta nazionale screditata ed avariata, in parte per la causa di forza maggiore della guerra, ma molto di più per la dissipata politica finanziaria del dopo-guerra.

    Non è a dimenticare che la guerra finì nel novembre 1918. Al 30 giugno di quell'anno, il debito complessivo dello Stato italiano saliva a circa 60 miliardi di lire, compresi i 12 miliardi e mezzo dei debiti prebellici.





    Ammettiamo pure che, ragionevolmente, potessero occorrere, dopo il ristabilimento della pace, al cambio di allora, altri 10 o 15 miliardi di lire per liquidare le spese e le responsabilità della guerra. Si sarebbe arrivati così ad un totale di 70-75 miliardi di debiti pubblici per lo Stato italiano.

    Invece, nel bilancio chiuso al 30 giugno 1925, i debiti dello Stato sono indicati per quasi 91 miliardi di lire (precisamente miliardi 90.841). A questi però sono da aggiungere altri 23,4 miliardi di lire, calcolate alla pari colla lira-oro per i debiti inglese ed americano. Al cambio attuale di 5 lire-carta per 1 lira-oro, sono a questo modo circa 117 miliardi di lire-carta da aggiungere ai 91 miliardi dei debiti interni, così che, al 30 giugno 1925, lo Stato italiano risulterebbe indebitato per un totale complessivo di circa 208 miliardi di lire.

    É vero che, per quello che concerne il carico effettivo dello Stato, questi 208 miliardi di lire di debiti attuali non si possono paragonare ai 12 miliardi calcolati per la definitiva liquidazione finanziaria della guerra nel 1919, perché i confronti si devono fare con quantità omogenee, e la lira, che oggi ha corso legale in Italia e serve per la misurazione dei valori, non è più la stessa cosa della lira del giugno 1914 scambiabile alla pari colla lira-oro, e neppure della lira già di carta a corso forzoso, ma molto meno avariata del 1919.





    Ma questo sminuito valore della nostra moneta, ridotta nel 1919 a poco più della metà, ed oggi a circa il quinto di quello che valeva prima della guerra, è precisamente quello che dà la prova e la misura della pessima e colpevole politica finanziaria fatta dai Governi italiani; soprattutto da quelli che hanno avuto la responsabilità del potere dalla fine della guerra in poi, e che avrebbero dovuto tendere e concentrare tutte le loro energie allo scopo di riparare i danni della guerra e di ristabilire la solidità e la normalità della gestione economica dello Stato.

    In altre parole, il dissesto della nostra circolazione monetaria, per quanto minore di quello avvenuto in alcuni altri dei paesi ex-belligeranti, significa e dimostra che lo Stato in Italia ha continuato, anche dopo finita la guerra, a spendere più di quanto ha incassato colle imposte, e quindi a consumare ogni anno una parte non piccola del capitale della nazione.

    Più particolarmente, colla sua mala politica finanziaria e fabbricando - in linguaggio paretiano - della "falsa moneta", lo Stato, arricchendo un piccolo numero di speculatori al ribasso della moneta, ha confiscato, o derubato i quattro quinti della proprietà privata di alcune categorie di cittadini:

    a) i detentori di rendite o titoli dello Stato acquistati non sempre volontariamente (ad es., per quanto concerne il patrimonio delle Opere Pie, le doti, le cauzioni, gli investimenti forzati della proprietà di minorenni, ecc.) al loro pieno valore nominale in buona moneta dell'ante-guerra:

    b) i possessori di redditi fissi vitalizi od a lunga scadenza (pensionati, assicurati sulla vita o per la invalidità e la vecchiaia, creditori ipotecari o chirografari), i cui titoli di credito risalivano al lungo periodo, in cui la lira legale in Italia, se anche di fatti non scambiabile colla lira-oro, equivaleva praticamente a questa nelle contrattazioni interne ed internazionali.





    In proporzioni minori, il progressivo scredito della moneta italiana avvenuto durante e dopo la guerra ha danneggiato tutti coloro che avevano dimostrato maggiormente la loro fiducia nello Stato, sottoscrivendo e conservando i nuovi titoli di debito emessi dallo Stato stesso.

    Per esempio, chi comperò cartelle del 5 Prestito nazionale emesse nel gennaio 1918, pagando un valore nominale di L. 100 con L. 86,50 di allora, col cambio del dollaro a L. 8,40, vale a dire colla lira ridotta a poco meno di 62 centesimi della lira-oro, ebbe a sborsare l'equivalente di circa 53 lire-oro, mentre oggi si trova con un titolo ancora quotato in Borsa per lire 91 circa, ma che, colla lira attuale discesa a soli 20 centesimi e poco più della lira-oro, vale effettivamente solo il terzo all'incirca del prezzo per cui è stato comperato, cioè poco più di 18 lire-oro.

    È verissimo che, in molti casi, la rivalutazione della lira non andrebbe a vantaggio di coloro, che sono stati ingiustamente lesi e danneggiati dal suo svilimento. Essa farebbe la fortuna di molta gente, la quale ha potuto liberarsi dei suoi debiti, pagando una minima parte delle somme che aveva avute in prestito in buona moneta, oppure ha acquistato i titoli ed i crediti, che ha tuttora, con moneta cattiva, nel momento in cui ne era maggiore lo svilimento.

    Molti di coloro, che hanno potuto guadagnare giocando al ribasso della lira, potrebbero guadagnare ancora sul suo rialzo: questo è un fatto, contro il quale nessun rimedio o provvedimento legale può essere efficace.

    D'altra parte, conviene pure avere presente che la rivalutazione della lira determinerebbe una grave crisi nella amministrazione finanziaria dello Stato, rendendo intollerabile il carico complessivo delle imposte, che in questi ultimi anni i contribuenti nel loro complesso hanno potuto sopportare abbastanza leggermente appunto perché la lira attuale è una misura di valore tanto inferiore a quella che era la buona lira dell'anteguerra.

    Per conseguenza, al Governo si porrebbe un problema, che molto probabilmente esso non saprebbe risolvere col coraggio e coll'energia che sarebbero necessari per ridurre le spese pubbliche immediatamente nella misura dell'aumentato valore della lira, riducendo per prima cosa gli stipendi ed i salari della ingigantita e costosissima burocrazia statale e locale, allo scopo di potere diminuire subito in proporzione le imposte.





    Tuttavia, pure considerando queste difficoltà e quelle che sorgerebbero per tutte le industrie messe al duro cimento, di ridurre i loro costi di produzione per fronteggiare il ribasso dei prezzi sul mercato interno ed il cessato premio di esportazione che molte di esse hanno trovato nel progressivo peggioramento del corso della lira sul mercato internazionale, io penso che la rivalutazione della moneta sia un dovere, al quale non può sottrarsi un paese civile, e tanto più un paese che, esagerando volontieri le proprie forze e possibilità materiali, si atteggia a collocarsi tra le più grandi e potenti nazioni del mondo moderno.

    Posto come principio che la nostra politica debba tendere con tutti i mezzi necessari ed adatti - dei quali non mi sembra qui il luogo di discutere - ad una graduale rivalutazione della moneta, ritengo prematuro per adesso di metterci il problema del limite, al quale si potrà arrivare, se cioè al ristabilimento completo del valore della lira come premessa al ritorno della libera circolazione dell'oro, oppure soltanto ad una rivalutazione abbastanza stabile per permettere il risanamento della nostra circolazione a corso forzoso, convertendo la lira di carta, ritornata, ad es., a 40-50 centesimi della lira-oro, in una nuova moneta di oro.

EDOARDO GIRETTI

III.

2 - 9 - 25.

    Caro Gobetti,

    Il mio parere, già tante volte espresso, sulla questione di cui Lei mi chiede, è che la sola politica monetaria razionale è la graduale rivalutazione della carta-moneta mediante la riduzione progressiva della massa cartacea ed il miglioramento della bilancia internazionale. È indarno che si vuol contrapporre la rivalutazione e la stabilizzazione come due politiche diverse. La stabilizzazione della carta-moneta non può ottenersi finché il suo valore non sia rielevato alla pari con quello dell'oro; mentre la cosidetta stabilizzazione a base di devalutazione non è che un atto d'imperio scritto nella legge, ma destinato ad essere immediatamente smentita da successivi tracolli nel valore del medio circolante.

ACHILLE LORIA.