I PARTITI CATALANI

    Prima della dittatura del marchese de Estella si contavano in Catalogna quattro aggruppamenti politici: i partiti autonomisti di destra, gli elementi nazionalisti composti da uomini delle due rive, i partiti spagnoli e le organizzazioni operaie.

    Autonomisti di destra erano i Carlisti, quattro noci nel sacco del partito storico, e la federazione monarchica dei "titulados" e dei plutocrati volti a conciliare con la dinastia regnante le aspirazioni autonomiste del paese.

    Veramente questi accorti salvatori delle capre e dei cavoli non erano che una frazione della lega nazionalista.

    Quest'ultima fu, per alcun tempo, rappresentata nelle "Cortes", nella "Mancomunidad" e nei consigli municipali dalla maggioranza dei deputati catalani; ma per la secessione di quelli che fondarono il partito d'azione e per il ritiro di Cambó si vide scemare di autorità. Soltanto la Lega nazionalista ci pare fosse riuscita ad organizzare il catalanismo e a farne un'attiva forza politica, per cui Prat de la Riba creando la "Mancomunidad" restaurò l'unità dell'antico principato di Catalogna nell'amministrazione delle quattro province. Morto nel 1917 Prat de la Riba, succedette alla presidenza della "Mancomunidad", poi soppressa, Puig y Cadafalch fino all'avvento del dittatore.

    Quanto di più solido il catalanismo ha creato è dovuto agli uomini di questa parte: le biblioteche, i musei, l'insegnamento tecnico, le scuole superiori, le case editrici.

    All'azione catalana, sorta per scissione della lega, aderirono molti tenutisi lontani dalle competizioni politiche, riuscendo in breve a dare a questa partito un così largo credito per cui nelle ultime elezioni di Barcellona s'ebbe un numero di eletti pari all'altro della lega.

    Il partito dello stato catalano consisteva nei gruppi estremi del nazionalismo: la federazione democratica, l'unione catalanista e lo stato catalano.





    Infine, i nazionalisti repubblicani, partigiani di una vasta autonomia della Catalogna in una confederazione spagnola, retti da Marcelino Domingo che degli uomini del suo paese é fra i migliori.

    I partiti spagnoli in Catalogna erano ridotti all'unione monarchica nazionale, dei nobili, degli arrivisti, degli industriali procaccianti, e alle poche centinaia di emigrati ch'erano i repubblicani unitarii del signor Lerroux, un tristo cui converrebbe qualche invettiva di sopore aristofanesco.

    Essendo i nazionalisti repubblicani, sebbene fra i primi uomini della Spagna, poco organizzati e avendo carlisti, radicali, unionisti appena tanta voce da andare per i moli alla guisa di cantastorie, l'opinione pubblica si teneva piuttosto a quelli della Lega e agli altri dell'Azione catalana. Non staremo ad argomentare se il popolo facesse il suo meglio: quanto abbiamo già riferito valga a lasciar intendere che nemmeno questa volta, a parer nostro, fosse nel giusto. A dirla schietta, ci avrebbe fatto miglior sangue veder la gente starsene con Marcelino Domingo, piuttosto che tener dietro agli alfieri di quella leggendaria bandiera che il principe Wilfredo donò a Catalogna segnando lo scudo con quattro barre del suo sangue.

    Gli aggruppamenti degli operai erano così ripartiti: sindacato unico degli anarchici, sindacato libero messo su dalla prefettura per combattere il primo, comunisti, e socialisti della II Internazionale.

    E' notevole che queste organizzazioni operaie abbian sempre fatto parte per loro stesse, tenendosi lontane dai partiti simili della penisola e che il sindacato unico, cui aderivano i lavoratori di Barcellona e delle altre città industriali, non abbia mai partecipato alle elezioni, schierandosi per altro contro il nazionalismo catalano tenuto da esso in conto d'ideale borghese.

    La dittatura del generale Primo de Rivera ha ridotto questa situazione a termini che giova esporre per sintesi.





    I carlisti, già mortificati dal patteggiare di don Jaime coll'usurpatore, si son divisi in due campi: gli uni - destinati ad ingrossare le bande della prossima vandea spagnola dei vescovi e dei generali - seguendo l'esempio del Pretendente hanno aderito alla dittatura; gli altri, ripiegata la bandiera su cui era scritto "Mi Dios, mi Patria, mi Rey", si sono offerti al catalanismo.

    La federazione monarchica autonoma, per l'atteggiamento anticatalanista del direttorio, s'è dispersa per le terre come una compagnia di ventura rimasta senza soldo.

    La Lega regionalista s'è volta, e pare definitivamente, alla repubblica.

    L'Azione catalana, il partito dello stato catalano, i nazionalisti repubblicani, cui la prova dei fatti ha dato ragione, tengon sodo e si stanno paghi d'aver l'avvenire per loro.

    Gli sguatteri del signor Lerroux, sostituendo, per decreto reale, nelle cariche pubbliche gli eletti dal popolo che furono revocati dal dittatore, collaborano al nuovo regime.

    Gli anarchici del sindacato unico meditano sulla tattica dei "pistoleros", pronti a ricominciare quando si tratterà di fare a schioppettate.

    I sindacati liberi, com'è d'uso, restano mobilitati agli ordini del ministero dell'interno.

    I comunisti cooperano al movimento separatista secondo le alchimie di Mosca.

    I socialisti catalani, infine, sdegnando ogni contatto con i compagni spagnoli, sperano - a credere alla "Justicia sociale - "in una forma futura di confederazione nel concerto universale dei popoli".

    Com'è chiaro, alla pregiudiziale repubblicana, forte per le persecuzioni della dittatura e gli appelli dei fuorusciti, aderisce la più parte della Catalogna, dove l'unione patriottica del governo di Madrid non è riuscita a costituire una sezione di qualche conto.

EDOARDO PERSICO