LETTERA DALLA SPAGNA

    È malizioso costume di pubblicisti stabilire analogie fra la dittatura del generale Primo de Rivera de Estella e il "nuovo regime" del signor Mussolini. Veramente, questa comune credenza, tratta ad ingannarsi per talune pose comuni ai due Sancio, ha fondamento soltanto nella politica tenuta dalle due Corone rispetto alle prerogative costituzionali.

    In Ispagna poi nessuna seria opposizione è sorta a contrastare il prepotere della dittatura, cui è buon giuoco compilar note sulle responsabilità del passato regime. Il sistema parlamentare, istituito in Ispagna per influenza dell'estero, fuor di ogni tradizione nazionale, custodendo vizi proprii delle monarchie assolute e reggendosi, in mancanza di un'opinione pubblica illuminata, col "caciquismo", non è riuscito mai a funzionare con dignità. Per cotal situazione, la Spagna, dopo i torbidi dei primi tre quarti del secolo scorso, restaurata la monarchia alfonsina, s'ebbe al modo d'Inghilterra due partiti alterni al potere. Fu mezzo per ristabilire l'ordine e consolidare il trono; ma a liberali e conservatori, poco distinti nei programmi e nei metodi e per altro poco solleciti del pubblico bene, venuti meno Canovas del Castillo e Sagasta che li reggevano, accadde disperdersi in piccoli gruppi, senza coesione, senza principii, messi l'un contro l'altro per ambizioni e rivalità di "caudillos". Peggiorando questa situazione, il carattere più significativo degli ultimi anni della vita politica spagnola fu segnato dall'assoluta instabilità dei gabinetti che si successero al potere senza aver modo di risolvere quei problemi intitolati al Marocco, agli autonomismi, alle questioni economiche, finanziarie e sociali. Poi: gli scioperi, gli attentati dei "pistoleros".

    Fra mezzo a questa baraonda, il marchese de Estella è parso a taluni politici di gusto grosso un altro provvido "duce", salvatore della nazione e della monarchia spagnola. Il 13 settembre 1923 era atteso: il generale Aguilera, con la sollevazione militare del 1 giugno 1917 restata impunita, l'aveva per così dire annunziato.





    Avendo riguardo alla situazione dei partiti politici, l'esercito, scaduta la gran fede mistica alla vuota specie della esterior pratica cattolica, è la sola forza organizzata di Spagna: questa nazione, che all'alba del secolo scorso era un popolo di lavoratori retto da preti e legisti, in dodici anni - dal 1803 al '15 -, fiero della guerra d'indipendenza contro Napoleone, si mutò in paese militare e fino all'avvento di Alfonso XII, nel 1874 le sue vicende politiche sono indicate dal trionfo di qualche generale: Riego, Espartero, Narvaez, O' Donnel, Prim, Serrano, Pavia.

    La sollevazione capeggiata da Campos parve per alcun tempo restar l'ultima di tali gesta da basso impero: il "pronunciamento" di Primo de Rivera, che a guardar nel vivo delle cose è la maniera con che le "juntas" mortificate nello spirito soldatesco dalla neutralità spagnola nella guerra mondiale, hanno affermato il loro prepotere, ne riprese lo spirito aggiungendovi, per la maturazione dei tempi, un programma di assestamento nazionale. Fu, perciò, un piover dirotto di ordinanze e decreti; ministri, governatori, municipi vennero soppressi con un tratto di penna; dichiarata la guerra al "caciquismo", ai separatismi, al sindacalismo... Non sono queste, certamente, imprese da pigliare a gabbo: ma è da chiedersi se, per avventura, non accada a questi invasati ricostruttori di Spagna di non realizzare nulla di solido. Per dirla breve, il Direttorio spagnolo ha molto demolito; ma è pur giunta l'ora che faccia caso della ricostruzione economica e finanziaria, della questione agraria, dell'insegnamento, per le quali bisogne, intanto non é accenno di soluzione.





    Quando i presidenti delle "Cortes" rimasti in carica secondo la Carta, confidando nella promessa del dittatore chiesero al re qualche tempo prima dello scadere di tre mesi concessi dalla Costituzione, la convocazione dei collegi elettonali, s'ebbero dal marchese De Estella quel congedo alquanto brusco che fu la destituzione. Maniera di lasciare intendere che il regime parlamentare era aggiornato "sine die". Così, dopo il viaggio in Italia, con un'intervista concessa alla stampa il dittatore tenne a manifestare il proposito - che agl'italiani può sembrar moderato - di restare al potere altri sette od otto anni. Poi, riorganizzò il Direttorio, lasciandone integra l'intima struttura. I generali conservarono il governo del paese; soltanto furono aggiunti, per varii offici ministeriali, collaboratori, per quanto é stato concesso scegliere, tecnici, ai quali il dittatore - concedendo titolo di sottosegretari di Stato e voto appena consultivo - ha commesso il carico di rimediare alla sua incompetenza, per cui gli fu fatto di denunziare la politica doganale del precedente Governo e di firmare, poi, un trattato di commercio con l'Italia, cui sono conferiti benefici maggiori che ad altri Paesi, per le convenzioni anteriori, non fossero attribuiti. Questo trattato, che doveva preludere a maggiori accordi e che, per chiari motivi indicati dalle statistiche della produzione e dell'esportazione dei due paesi, è di poco giovamento alle potenze che lo sottoscrissero, può spiegarsi con lo spirito antigallico degli spagnoli e con certa politica francofoba, poi dimessa, del signor Mussolini. Pertanto, nessuna giustificazione oltre quella della collera, può aver ispirato il decreto col quale è fatto impedimento ai ministri ed ex-ministri, ai presidenti delle due Camere di partecipare ai Consigli di amministrazione delle Società che hanno affari con lo Stato e di assumerne il patrocinio delle liti. Effetto di questa misura, apparentemente volta al servizio della Spagna, dove son scarsi gli uomini competenti d'affari, é stata la sostituzione, nei Consigli delle Società, degli uomini politici, coi loro figli, nepoti ed amici.

    Dalla situazione spagnola - di cui si son voluti delineare soltanto tali aspetti per amore della misura e perché la passione, che può suscitare qualche riferimento alla dittatura del signor Mussolini, non ci guadagnasse la mano - non trarremo pronostici; ma a giudicare, anche con gli occhi al passato, del corso della questione marocchina e, meglio, delle voci di dissensi sorti nell'esercito potrebbe non esser di molto errata la convinzione che una nuova era di "pronunciamientos" sia per schiudersi.

    Tuttavia, noi confidiamo che la Spagna si salvi, che i giovani salvino la Spagna. Allora, primo de Rivera non avrà fatto che aprire il cammino all'opera di don Miguel de Unamuno, di Marcelino Domingo, di Pablo Iglesias.

EDOARDO PERSICO.