APPELLO AI MERIDIONALI

    Assumendo il compito di agitare su questa rivista d'avanguardia la questione meridionale, non intendiamo menomamente indulgere alla moda demagogica che, in questo periodo di crisi istituzionale pretende sanare i vecchi mali della nostra Nazione, con le solite improvvisazioni verbali, ma ci proponiamo di contribuire, nei limiti dei nostri studi e delle esperienze storiche, a divulgare l'aspetto più profondo della questione italiana, perché nelle soluzioni imminenti non manchi una voce cosciente, e sia agevolata la formazione di una classe dirigente, padrona dei termini del problema e mossa dalla passione di risolverlo.

    Troppo a lungo questa scottante questione nazionale è stata affidata ai politicanti ed ai trasformisti e la critica e la polemica si sono accanite sul corpo disfatto del Mezzogiorno in una fantastica ridda di accuse e di proposte, perché non dovesse mai giungere l'ora dell'operoso raccoglimento e dei maturati propositi e la molla della volontà, troppo compressa, non dovesse improvvisamente scattare.

    E', perciò, che, nella speranza di ore migliori, noi crediamo fissare definitivamente il nostro pensiero perché l'ardente questione sia chiara una volta per sempre sia ai settentrionali dei Sud che ai meridionalisti del Nord, e le genti di buona volontà finiscano così di credere alla fatalità del nostro martirio come alla umiliante panacea della rarità statale.

    Ed invero a chi imprenda ad esaminare con occhio sereno lo svolgersi della vita politica italiana dopo l'unificazione nazionale non potrà sfuggire il continuo fallimento dell'azione dei partiti unitarii nel Mezzogiorno di fronte al loro successo nelle regioni del Nord, e l'arbitrarietà di tutte le spiegazioni che, volta per volta, sono state escogitate per giustificare il fenomeno. La ragione invece del fallimento di queste azioni politiche esterne è riposta essenzialmente nell'ignoranza delle profonde ragioni storiche e politiche che hanno generato il sistema personale, e dei rimedi che possono impedirne la riproduzione.





    Solo quando questa ignoranza sarà scomparsa, così nei politici meridionali, decisi a rivendicare, nei confronti delle altre regioni italiane, le profonde ragioni di giustizia, che costituiscono il complesso della questione meridionali, come nei politici settentrionali, finalmente convinti della necessità di distruggere i privilegi di taluni ceti delle loro regioni, sarà creato il clima politico adatto per la distruzione dell'Italia storica, e per la creazione ideale sognata negli albori del Risorgimento.

IL CENTRALISMO MERIDIONALE

    Per intendere appieno la posizione odierna del problema non bisogna mai dimenticare che fattori naturali e morali impedirono al Mezzogiorno di svolgere una sua originale civiltà.

    Spinto sulla china della decadenza forse dalle stragi e dai saccheggi delle battaglie contro Pirro e della seconda guerra punica, il Mezzogiorno non seppe produrre, dopo la caduta dell'Impero Romano, altro che quell'enorme organismo accentrato ed ereditario che fu il ducato di Benevento, primo abbozzo del Regno quale riuscirono a formarlo i Normanni, dopo aver liberato la costa dai Bizantini e la Sicilia dai Saraceni.

    Da allora la forma peculiare di organizzazione politica fu l'accentramento statale intorno a Napoli, mostruosa capitale di un regno rurale, unico centro di luce in un mare di miserie.

    Tale forma di organizzazione statale, resistente così agli eccessi del feudalismo che alle velleità autonomiste delle città, anticipò, con Federico di Svevia, il tipo della grande monarchia assolutista, quale si delineò negli altri Stati d'Europa durante il secolo XVI raggiungendo l'apogeo nel secolo XVIII, ed avrebbe potuto forse costituire un grande fattore d'incivilimento, se la conquista angioina e l'insurrezione siciliana - quella allentando i freni verso la feudalità, questa troncando ogni espansione della monarchia verso il Mediterraneo - non avessero depresso e modificato i dati storici della conquista sveva.

    Fu, perciò, che nonostante la parentesi aragonese, in cui rifiorirono le università feudali e demaniali, nessuna resistenza popolare si oppose al consolidarsi del regime vicereale, ed alla folle tracotanza dei baroni, ignoranti di ogni regola di sana amministrazione e privi di qualsiasi aspirazione di progresso. Così il Mezzogiorno, dopo avere anticipato il tipo dello Stato assoluto, da cui le altre nazioni europee svolsero poi il concetto dello Stato moderno, ripiegò nuovamente nell'anarchia feudale, mentre nell'altra metà d'Italia fioriva l'originale civiltà dei Comuni e delle Signorie.





    Ben presto, però, il lavoro di centralizzazione, interrotto dalle guerre e dalle lotte civili, e più ancora dallo isolamento del potere centrale, che non potette svolgere la politica classica dell'assolutismo di contrapposizione del popolo alla classe feudale, fu ripreso dai Borboni e dal governo francese.

    Pregiudizi inveterati, residui psicologici, inversioni dialettiche, derivanti dall'azione politica, del liberalismo meridionale, hanno finora vietata l'esatta visione delle cose, prospettando la dinastia borbonica come responsabile delle miserie meridionali, ma, se si vuole comprendere la storia per trarne frutti di vitale insegnamento, occorre rilevare lo sforzo antifeudale dei primi due Borboni, culminato nell'editto del 1792, ed il loro infelice tentativo di riprendere la funzione dell'assolutismo illuminato.

    In verità questo tentativo, che un secolo prima avrebbe potuto ancora svolgere un vero e proprio tema di politica nazionale, era ormai svalutato da necessità storiche europee, che, preparando la rivoluzione francese, superavano del tutto la concezione dell'assolutismo. Fu, perciò, che lo svolgimento più pieno della lotta antifeudale potette esplicarsi nel periodo francese, contemporaneamente al tentativo di diffondere anche nel Mezzogiorno le istituzioni rappresentative.

    Da questo momento lotta sociale e lotta politica si fusero ed i dati storici della monarchia assoluta vennero messi in discussione anche nel Mezzogiorno.

    Invano gli ultimi Borboni dichiararono solennemente di tener fede alla legislazione antifeudale, e cercarono di ricondurre la vita politica del paese nel breve cerchio dei dati storici dell'assolutismo monarchico: disfatta la classe feudale, la borghesia terriera non si contentava più di assorbire soltanto la funzione economica dei baroni, ma pretendeva garantire il possesso dei suoi nuovi diritti a mezzo delle istituzioni rappresentative, sia contro i ritorni reazionari della Corona, che contro le pretese rivoluzionarie delle plebi.





IL CENTRALISMO PIEMONTESE
E LA RIVOLUZIONE ITALIANA

    Questa incomprensione dei Borboni che dopo aver inteso tutta l'utilità della legislazione antifeudale si rifiutavano di accettare la formula di conservazione della nuova classe dirigente non poteva non determinare l'origine della lotta, prospettando i monarchi come nemici di quel progresso che essi stessi, con la loro politica sociale, avevano contribuito a creare.

    E fu perciò che i borghesi, ansiosi di completare il loro sistema di predominio politico, spinti dalla resistenza monarchica a dover allargare la loro difesa di classe verso un significato più generale, si affrettarono ad inserire la loro azione nel moto di unificazione italiana, rovesciando il mito libertario contro la dinastia dei Borboni.

    A questo punto il processo rivoluzionario meridionale era completo e non aspettava altro che un appoggio più saldo per fare leva contro lo Stato meridionale. La reazione borbonica contro i liberali, l'emigrazione di questi nel Piemonte, e l'accorta politica di questo Stato, diretta a porsi alla testa del moto di unificazione della penisola, colmarono ben presto questa lacuna e fornirono la prima saldatura politica da cui poi nacque la nuova Italia.

    In sostanza i liberali meridionali trovavano nel centralismo piemontese l'incarnazione giuridica burocratica di quell'ideale politico, verso cui, invano, avevano cercato di spingere l'assolutismo borbonico.

    Nessuno, quindi, si meraviglierà che la conquista regia divenisse il loro ideale, anche se furono costretti a lottare in nome di quello Stato che Bertrando Spaventa ed A. C. De Meis sognavano anacronisticamente di fondare in un paese che non aveva saputo nemmeno potenziare di tutte le sue ragioni lo Stato assoluto.

    Cosicché, quando nel 1860 l'isolamento diplomatico, la ribellione della Sicilia e l'audace impresa garibaldina segnarono l'ultima era del regno borbonico, l'unione politica del paese era già avvenuta sulla base della fusione dei due centralismi e sulla maturazione fra l'astrattismo istituzionale piemontese e la realtà semi-feudale del Mezzogiorno.

    In definitiva Napoli trionfò delle ragioni ideali della rivoluzione, quando impose al nuovo Stato il suo ideale schiavista e Torino trionfò di Napoli, quando, consolidando, anche politicamente la nuova borghesia meridionale, le sottrasse ogni direzione effettiva della cosa pubblica. Tutto fu sommerso poi nel meccanico incedere dello Stato burocratico-accentratore nemico della libera espansione del paese.

    E così ogni luce ideale si spense e la vita riprese il predominio sull'idea.





    Invano la destra liberale postulò ancora le ragioni dello Stato etico e, dopo la caduta, si fece banditrice dell'autonomia regionale; invano il partito d'azione rivendicò gli ideali mazziniani, sognando un regno profetico agli antipodi della realtà reazionaria italiana; invano i contadini meridionali sfogarono nel brigantaggio - episodio politico degno di profondo studio e non manifestazione volgare di criminalità - la loro sete di giustizia sociale: la conquista regia, saldando i soli interessi politicamente attivi del paese, impedì il frantumarsi del Regno in manifestazioni di anarchia particolaristica, e dette la impressione di realizzare, almeno nel campo dell'astrattismo giuridico--istituzionale, l'unità della Nazione.

LO STATO ITALIANO
E LA QUESTIONE MERIDIONALE

    Sorse così e si consolidò lo Stato italiano, e contemporaneamente vennero poste le prime basi della questione meridionale. Infatti la nuova borghesia terriera timorosa di perdere quel dominio economico, che le rivolte dei cafoni avevano nuovamente messo in discussione, non seppe far altro che aderire ciecamente al nuovo Stato, anche quando i suoi interessi ne potevano essere danneggiati.

    Intenta a svolgere un'azione di predominio locale, essa non poteva comprendere che i termini della lotta erano ormai spostati, e fu soltanto paga di impedire che altre classi, impadronendosi della rappresentanza politica, potessero fare atto di adesione allo Stato e rivolgerne l'azione a proprio profitto.

    Così mentre nell'Italia Settentrionale l'affiorare di nuovi ceti in conseguenza del progresso e del fiorire delle industrie, rinsanguava la lotta politica intorno allo Stato, variandone volta per volta l'azione, nell'Italia Meridionale tutto stagnava nella mortificante pratica del trasformismo, divenuto politica di regime.

    A poco per volta l'equivoco spirituale, che aveva adeguato la grande Rivoluzione Italiana al misero schema della conquista regia, affiorava mostrando anche ai più ingenui l'intimo contenuto municipale e feudale dello Stato italiano.





IL TRASFORMISMO E LE "LEGGI SPECIALI"

    Da ciò nacquero i due aspetti caratteristici del problema: il trasformismo, e le così dette "leggi speciali".

    Il trasformismo, fu una specie di lotta di classe della borghesia meridionale, lo sforzo tenace di non rompere la saldatura d'interessi col centro, per impedire che fermenti spontanei di maturazione od anche soltanto i riflessi dell'azione statale potessero far comparire alla ribalta della vita pubblica la sterminata classe dei produttori terrieri, così lungamente ignorati e compressi.

    Le "leggi speciali" invece furono il sussidio caritativo che lo Stato italiano largì, di tanto in tanto, più che al proletariato lavoratore, alla piccola borghesia parassitaria e politicante, per mostrarle il suo paterno interessamento e nascondere sotto il velo della corruzione la sua deleteria opera nel campo della pubblica finanza e dell'economia generale.

    Facce di uno stesso fenomeno di insufficienza politica, sintomi della stessa malattia, il trasformismo e le "leggi speciali" continuarono la loro azione di narcisi delle masse rurali, anche quando, per riflesso della fortunata azione delle organizzazioni operaie nel Nord, sorse e si sviluppò un socialismo meridionale catastrofico nella palingenesi della civiltà borghese, infantile nella riforma della società italiana.

    Così mentre le oligarchie del nord pervenivano facilmente a transigere tra loro in una collaborazione di classe che solo il fascismo svelerà, il Mezzogiorno faceva le spese di tali compromessi attraverso la legislazione tributaria e sociale.

    Il sistema, quindi, rapidamente s'integrava ed al trasformismo ed alle "leggi speciali" per il Sud si contrapponevano il protezionismo industriale ed il socialismo di Stato per il Nord.

    Così mentre il Mezzogiorno sempre più s'impoveriva, e risolvendo il problema della propria disoccupazione con l'emigrazione transoceanica, provvedeva altresì a risolvere la gravissima questione del disavanzo nazionale, i ceti privilegiati del Nord costituivano, attraverso la mediazione statale, il sistema con cui taglieggiare le finanze del paese a proprio ed esclusivo beneficio.





LA CRITICA MERIDIONALISTICA:
Giustino Fortunato Antonio De Viti-De Marco

    Ma in mezzo a tanta miseria spirituale ben presto sorsero i primi germi della vita.

    Con quel processo caratteristico delle grandi questioni storiche, che sono di coscienza individuale prim'ancora di divenire patrimonio di élites, l'elaborazione critica della questione meridionale sorse per opera di due isolati: Giustino Fortunato e Antonio De Viti - De Marco.

    Il primo, dal cuore della Basilicata pietrosa, intese tutta l'ironia del mito vergiliano della fecondità meridionale, ed armato degli ultimi risultati degli studi geologici, geografici, storici ed agrologici, mosse guerra ai parti della fantasia poetica, prospettando l'inferiorità del Mezzogiorno come fatale.

    Discendendo culturalmente da quella scuola liberale, che aveva teorizzato la felicità nazionale egli invocò indirizzi generali di governo atti a riparare le ingiustizie storiche dell'unità, e, sentendosi unico veggente in un paese di ciechi, rivestì le sue perorazioni di un tale profondo pessimismo, che ancora oggi le sue pagine destano un'accorata commozione.

    Però il suo orizzonte politico non andò oltre la concezione storica della funzione etica dello Stato, e, perciò, la profonda reazione spirituale verso le classi trasformiste del suo paese gli vietò d'intendere le possibilità rivoluzionarie del decentramento amministrativo.

    Il secondo, partendo dal liberismo economico, che è il primo scheletro di ogni sistema liberale, svelò al Mezzogiorno tutto il danno proveniente dal protezionismo doganale, instaurato a beneficio di poche industrie privilegiate, ed a danno della produzione agricola - principale, se non unica, fonte di vita della Nazione e del Mezzogiorno - e con il suo apostolato trentennale cercò saldare le poche forze antiprotezioniste del Nord con le rappresentanze del Mezzogiorno per un'azione comune.

    Ma entrambi fallirono al loro scopo, perché, isolati dal loro pessimismo e dalla immaturità generale del paese, concepirono il male sub specie úternitatis, e sperarono salute soltanto dall'azione dello Stato, senza potere ancora intravedere le forze autoctone da gettare nel fervore della battaglia.





LA FASE SOCIALE DELLA QUESTIONE MERIDIONALE: Gaetano Salvemini

    Questa posizione statica venne, però, ben presto superata dalla critica salveminiana all'azione del partito socialista italiano.

    Figlio di quella Puglia ove, intorno al latifondo ed alla cultura estensiva dei cereali, cozzano le plebi sterminate contro ristrette classi di proprietari, Gaetano Salvemini fu portato dal suo stesso tentativo d'istituire la lotta di classe ad elaborare la critica di quel partito socialista italiano, che nel settentrione, elevando le plebi, stabiliva interi i termini liberali della lotta politica.

    Analizzando tale azione si presenta imprescindibile la necessità di spiegare il perché dell' insuccesso socialista nel Mezzogiorno e delle sue deformazioni in quelle poche zone, dov'era riuscito ad attecchire.

    Evidentemente vi era qualche cosa che era estranea all'ambiente meridionale e che impediva l'unità del movimento socialista, qualche cosa che non era connaturale al marxismo, ma prodotto specifico del clima politico italiano. Questo ostacolo fu subito identificato e la questione meridionale apparve al Salvemini come presupposto della questione sociale.

    D'allora il grande scrittore pugliese prese a combattere tutte le oligarchie, sia padronali che operaie, costituite sul sacrificio degl'interessi generali.

    Dapprima la sua critica investi il partito stesso in cui egli militava, avvivandosi della segreta speranza di poterlo richiamare alle sue origini libertarie e disincagliare dalla politica della difesa di categorie per spingerlo nel vivo della questione italiana: poi si sollevò ancora più in alto ad indagare le responsabilità d'intere generazioni quando la sua nuova fede lo costrinse a restituire la tessera.

    Ma la critica salveminiana, pur superando, con una investigazione fedele e pertinace delle cause del male, la fase pessimistica del problema, non poté ancora evadere il chiuso orizzonte del problemismo.

    La necessità dell'analisi rivelatrice ed il processo di maturazione politica ancora all'inizio non consentivano sintesi affrettate, e, pur avendo Salvemini già identificato nelle classi della produzione terriera la miniera dell'antitrasformismo rivoluzionario, l'azione pratica gli apparve ancora sconsigliata dalle necessità quotidiane della battaglia ideale.





LA GUERRA

    Ad affrettare l'inizio del processo di maturazione politica contribuì invece notevolmente la guerra, che, obbligando gli italiani ad uno sforzo unitario, doveva fatalmente svelare le deficienze e le ingiustizie dell'unità storica.

    Precedute dalla concessione del suffragio universale, che la critica salveminiana aveva sí lungamente postulato, la guerra obbligò le classi rurali del Mezzogiorno ad un lavoro di autocritica, tuttora in pieno sviluppo, e dette i colpi più rudi al dominio delle oligarchie trasformiste.

    Infatti l'elevamento progressivo dei prezzi dei prodotti agricoli, mentre potenziò rapidamente la secolare fame di terra dei contadini meridionali, agevolò la tendenza all'alienazione da parte dei proprietarii non coltivatori, operando una vera e propria rivoluzione, le cui conseguenze si faranno ancora a lungo sentire.

    D'altra parte la gravezza del servizio militare acuì nella grande massa dei combattenti il senso delle ingiustizie storiche, mentre la propaganda sovversiva dei Conservatori tradizionali rafforzò in essi la pretesa alla terra.

    Ne derivò, nell'immediato dopo guerra, quel movimento d'invasione e di ripartizione delle terre da parte degli ex-combattenti che riveló anche agli occhi dei più inconsci l'esistenza di nuove volontà, non ancora irreggimentate, e, quando le vecchie classi dirigenti non tardarono a gettarsi nel movimento, per scongiurarne le conseguenze, non pochi furono quelli che temettero più vaste reazioni.

    Il movimento, perciò, ebbe una sosta, più per mancanza di capi intransigenti ed emancipati dal sistema economico della classe che imprendevano a combattere, che per mancanza di forza intima, e franò, un po' dovunque, anche là dove ebbe la fortuna, come in Puglia, di essere capeggiato da uomini come Gaeteno Ssalvemini.

    Ma se la mancanza di una vera e propria nuova classe dirigente impedì allora la vittoria, é fatale che il movimento debba riprendere il suo sviluppo dopo nuove fasi d'incubazione storica.





IL FASCISMO

    Ed invero lo stesso sorgere del fascismo napoletano costituisce indubbiamente un altro indice della sconfitta storica del trasformismo per opera delle generazioni post-belliche.

    Prodotto dall'accoppiamento dei bisogni delle classi piccolo borghesi cittadine con la rettorica dannunzana, il fascismo napoletano fu un prodotto sui generis, un misto di antisocialismo ed antitrasformismo, che non riuscì mai ad assumere carattere originale.

    Suscitato forse in principio più da ragioni mimetiche, che da bisogni veramente sentiti, visse, grande seguito, fino alla marcia su Roma, ed invano si sforzò, dopo tale avvenimento, di assumere atteggiamenti federalisti.

    Il fascismo settentrionale - l'unico e vero erede dell'unitarismo storico nella funzione di oppressione del Mezzogiorno - ne schiacciò ben presto le pretese autonomiste, quando riprodusse nuovamente il prepotere dei trasformisti della violenza.

    D'allora forse cominciò insieme il periodo di maggior sofferenza e di maggiore maturazione per le genti del Sud, e la cieca violenza dei partigiani del Governo svelò agli occhi ingenui delle grandi masse tutto il secreto della questione meridionale.

    Invano i fascisti di buona fede e i fiancheggiatori, desiderosi di risolvere a proprio beneficio il fenomeno, ammonirono il partito dominante di non esagerare nel concetto della violenza per non svelarne il sistema, di risparmiare i capi avversarii per non avvilire il personalismo, di agevolare gl'interessi collettivi per non aggravare le ingiustizie preesistenti: il fascismo ufficiale, preoccupato di consolidare il proprio dominio in uno schema rigidamente unitario, e tuttavia pretenzioso di operare anche nel Sud quel sovvertimento che nel Nord si era preteso chiamare rivoluzione, non seppe fare altro che esagerare il sistema, di tanto accentuando il concetto della violenza di quanto più deboli si mostravano nel Mezzogiorno le correnti dell'opinione pubblica, e più recenti apparivano i ceti di nuova formazione, che si accingevano a svolgere un'azione antitrasformista.





    Fu come il canto del cigno del trasformismo: la pretesa assurda ed antistorica di riuscire ad imporre nuovamente il sistema, nel momento stesso in cui si era costretti ad abbandonare le finezze organizzate da una esperienza secolare.

    Naturalmente, come avviene in casi consimili, l'esagerazione del metodo non servì ad altro che a distruggerlo. Destino questo singolare del fascismo in tutta Italia, più ancor nel Mezzogiorno, ove il noviziato di libertà era appena caso di coscienza individuale, e le masse solo da poco cominciavano a distaccarsi dalla concezione passiva dello stato paterno.

    Ora il Mezzogiorno, in conseguenza di questi avvenimenti e di queste esperienze, trovasi in uno stato di sospensione, oltre di cui la nostra speranza accende luci più vive ed orizzonti più ampi.

    Potrà cosi ripiombare in una condizione di nuova inferiorità, come sollevarsi ad una visione più piena e più sicura dei suoi destini, ma le sventure secolari, l'inseguimento dei precursori, la passione di un numero sempre maggiore di suoi figli, alieni dal servilismo ed intransigenti nella fede, ci fa confidare di potere assistere finalmente al sorgere di una classe dirigente, conscia della propria missione, e decisa a portare alla ribalta della lotta politica gl'interessi e le aspirazioni della sterminata classe dei produttori meridionali.

    Certo non ci nascondiamo che il passato ci incalzerà con nuovi tentativi, sforzandosi di assorbire in un'abile linea diplomatica le reazioni suscitate dalla violenza, ma ci sembra che giorno per giorno venga affiorando una nuova generazione di politici il cui compito storico sarà quello di intraprendere, contro il feudalismo trasformista della vecchia borghesia terriera, gli interessi liberali delle nuove classi in formazione.

    Di questo duello, che nel campo dell'organizzazione statale sarà altresì il duello tra la vecchia e la nuova Italia, sarà intessuta la futura lotta politica meridionale, ed è sintomatico che tutti i partiti storici cerchino oggi di riprendere posizione con aperte affermazioni di decentramento autarchico e di autonomia regionale.





IL NOSTRO COMPITO

    E' così finalmente che il nostro compito si profila limpido all'occhio del lettore.

    Riunirci per spazzare il terribile pessimismo della solitudine, per elaborare insieme le nostre teorie ed i nostri miti, ma riunirci sapratutto per eccitare la formazione della nuova classe dirigente ed educarla al disprezzo della vittoria nascente dal compromesso ed alla dolorosa passione della lotta anche se non vittoriosa. Combattere, oggi e sempre, le deviazioni dei partiti storici, svenarne i sottintesi e gli equivoci, incanalare le idee verso correnti la cui serietà non sia discutibile, provocare, se occorre, anche la formazione di nuovi partiti, fino a quando le oligarchie antimeridionali non siano battute, ecco il nostro compito.

    Per svolgerlo - a parte ogni altra iniziativa locale - nessuna palestra migliore di questa, spontaneamente eletta, che s'intitola a quella rivoluzione liberale, che sarà realizzata solo quando sarà fatta anche da noi meridionali.

    Perché bisogna convincersi, una volta per sempre, che la questione meridionale è tutta la questione italiana e che gli studii, le critiche e le omelie sulle sventure del Mezzogiorno non serviranno a niente se non si riuscirà a convincere i meridionali stessi della bontà della loro causa.

    I liberali del Settentrione debbono fiancheggiare quest'opera rifiutandosi di prestare qualsiasi aiuto a quelle oligarchie parassitarie che noi imprendiamo a combattere.

    Con questi propositi iniziamo la nostra fatica, fiduciosi che questo appello non resterà senza eco.

GUIDO DORSO, Avellino - E. AZIMONTI, Potenza - C. BELLIENI, Sassari - G. CAPPA, Catanzaro - G. CARANO-DONVITO, Foggia - G. CHIUMMIENTO, Basilicata - T. FIORE, Bari - G. ISNARDI, Calabria - G. MARONE, Napoli - Salerno - E. PERSICO, Napoli - C. PUGLIONSI, Catania - R. SANTACROCE, Abruzzi - G. SCIORTINO, Palermo - M. TEDESCHI, Catanzaro.