PROBLEMI PRATICI

La questione granaria

    Il Ministro dell'Economia Nazionale ha voluto aggiungere cinquanta mila lire al premio di venticinquemila lire offerto dal "Popolo d'Italia" al vincitore del concorso bandito dal giornale stesso per la più grande spiga.

    Lo Stato, specialmente in questi tempi, butta tanti quattrini che la spesa di quelle cinquanta mila lire non può impensierire i contribuenti. Non è dunque contro l'aggiunta del premio del Ministro dell'Economia Nazionale a quello del Popolo d'Italia che si protesta. E non si protesta neppure contro l'offerta di un premio a qualcuno per avere ottenuto la maggior produzione unitaria di qualche cosa. Che anzi lo Stato farebbe bene, secondo me, a bandire concorsi come quelli del Popolo d'Italia, specie fra gli agricoltori, e ciò per ragioni che ho altra volta spiegato in questo giornale. Si domanda: il Ministro dell'Economia Nazionale crede di giovare a quell'economia al cui incremento egli è proposto, incoraggiando l'aumento della produzione unitaria del grano piuttosto che quello della produzione unitaria di qualunque altra cosa?

    Si domanda: se fosse provato che con una spesa uguale a 100 si otterrebbe un prodotto x uguale a 200, per giunta molto richiesto all'estero, e con la stessa spesa si ottenesse grano uguale a 180, il Ministro incoraggerebbe ancora la cultura del grano disinteressandosi di quella del prodotto x?

    Si protesta appunto contro il rimprovero che si muove continuamente agli agricoltori di non riuscire a produrre tutto il grano necessario al consumo nazionale. In Italia si potrebbe benissimo produrre tutto il grano di cui abbisognano gli italiani, e, anche più. Per ottenere ciò bisognerebbe rinunziare ad altre culture. Ma questo pochi desiderano perché i più intuiscono che rappresenterebbe una forte diminuzione del reddito nazionale, quindi un impoverimento nazionale; i più intuiscono che se ciò si facesse, sarebbe diminuita di non poco la quantità di prodotti da scambiare con l'Estero, vorrebbe cioé dire una bilancia sfavorevole, secondo l'espressione degli economisti. E allora, se i più questo intuiscono, come mai non hanno poi il sospetto che, se gli agricoltori dedicassero meno cure alla cultura del grano e più a quelle di altri prodotti, ci sarebbe forse ancora una maggiore quantità di prodotti da scambiare con l'Estero, ci sarebbe forse la probabilità di una bilancia più favorevole o meno sfavorevole? Una delle due: o i prodotti che si coltivano in luogo del grano, mandati all'Estero, fruttano tanta moneta che con essa si può acquistare all'estero la stessa quantità di grano che si sarebbe avuta in luogo di quei prodotti, più qualche altra cosa, o fruttano tanta moneta che basti ad acquistare la stessa quantità di grano che si sarebbe avuta in luogo di quei prodotti, e non più.





    In questo secondo caso si può benissimo sacrificare la cultura degli altri prodotti fino alla quantità uguale a quella che, convertita in moneta, ci fa ottenere la quantità di grano mancante ai bisogni del consumo nazionale, e non si capisce la preoccupazione dei più che diminuisca la quantità degli altri prodotti da scambiare con l'estero; e nel primo caso salta agli occhi di un bambino che bisogna sostituire la cultura del grano con quella degli altri prodotti fino a ottenere di questi la quantità richiesta all'estero, epperò è stupefacente che si pretenda sia prodotto in Italia tutto il grano necessario al consumo, e ciò, si dice, per non esser soggetti all'estero per un prodotto tanto necessario, indispensabile, e per mandar meno denaro all'estero.

    Ma la preoccupazione di mandar meno denaro all'estero sarebbe giustificata se dall'estero non ci fosse richiesta di altri prodotti da coltivare invece del grano e più remunerativi del grano; ma finché dall'estero, con l'invio degli altri prodotti, viene almeno tanta moneta quanta se ne manda, la preoccupazione è stolta. E quanto alla prima preoccupazione, buon Dio, si spera che non ci sia una guerra mondiale ogni quattro o cinque anni.

    Si domanda: Il Ministro dell'Economia, incoraggiando il concorso del Popolo d'Italia, ha soggiaciuto a tutte le preoccupazioni dei più?

    Il Ministro potrebbe rispondere che non c'è bisogno di avere tante preoccupazioni per incoraggiare l'aumento della produzione unitaria del grano o di qualche altra cosa, specie poi se l'incoraggiamento costa un così tenue sacrificio all'Erario. D'accordo. Né, intendiamoci, io nego che la cultura del grano sia molto spesso remunerativa né affermo che sia sempre sostituibile con quella di altri prodotti. Coi prezzi di oggi, ad esempio, vi sono poche culture che le si potrebbero sostituire e, come dirò presto, vi sono troppe zone in Italia ove se non si coltivasse grano, si farebbe il deserto perché non si saprebbe che altro coltivarvi. Ma poiché nella questione del grano corrono, in Italia, tanti pregiudizi, mi sarebbe piaciuto che il Ministro non fosse intervenuto, col suo premio, a dar ad essi autorità. Avrei trovato molto meno da ridire, anzi avrei approvato, se il Ministro avesse invece voluto incoraggiare la coltivazione di un fiore, fosse pure inutile, ma bello. Anche perché, oltre a tutto quanto ho detto, la questione del grano in Italia è alquanto ingarbugliata, e scopo principale di questa nota è appunto di portarvi un po' d'ordine e di chiarezza.





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    La confusione è dovuta anche a questo fatto, che, se il direttore del Popolo d'Italia avesse conosciuto, si sarebbe forse risparmiate le venticinquemila lire del concorso, stimando superfluo il concorso stesso come stimolo (dato e non concesso, s'intende, che vi possa essere uno stimolo maggiore, e, ciò che più conta in questo caso, più durevole del tornaconto): che gli agricoltori, quelli che sanno, (quelli che non sanno, non avranno neppur saputo del concorso) fanno tutto ciò che è in loro per aumentare la produzione unitaria del grano, e che la cultura del grano è una di quelle nelle quali in Italia si son fatti, negli ultimi tempi, i maggiori progressi. Questi progressi non risultano non so se per un errore di metodo statistica o per una divulgazione soltanto sommaria dei risultati delle indagini statistiche. Il grosso pubblico e molta parte del pubblico delle persone colte sa soltanto questo, tutti gli anni: superficie coltivata a grano ettari a, grano raccolto quintali b, fabbisogno nazionale quintali c. Allora sottrae b da c, e ne conclude che dovremo mandare molto denaro all'estero; poi divide b per c, e confrontandone il quoziente con quello di altri paesi, ne conclude che siamo indietro, assai indietro. Quanto ai rimedi, c'è di quelli che propongono di estendere la superficie coltivata a grano, c'è di quelli che pretendono che bisogna invece ottenere un aumento della produzione unitaria.

    Hanno torto gli uni e gli altri. Ma, dato il preconcetto che non bisogna mandare denaro all'estero, i primi, contrariamente a quel che sembra, vedono meglio dei secondi, e, per lo più, tra i primi si trovano i migliori tecnici dell'agricoltura.





    I primi sanno che se le statistiche fossero fatte diversamente, risulterebbe che il nostro Paese non è poi, in fatto di produzione unitaria del grano, così indietro, come si pretende, ai più progrediti paesi. Indietro ancora si, ma meno di quel che si crede. Se la cultura del grano fosse in Italia limitata alle zone più favorevoli, a quelle zone ov'essa sembra più naturale, si vedrebbe che anche da noi la produzione unitaria è abbastanza alta, e in parecchie parti ha toccato quello che è il limite della capacità del terreno nelle previsioni dei competenti. Oppure, se in molte altre zone, ove per tanto tempo si era creduto - e forse non a torto - che la cultura del grano fosse naturale, si trovasse qualche cosa che facesse da correttivo all'inclemenza e alla difformità delle stagioni, di fare arrivar l'acqua, per esempio, quando serva e arrestarla quando danneggi, si avrebbe probabilmente una produzione unitaria che non avrebbe nulla da invidiare a quella dei paesi che ne hanno la più alta. Non dico già che in molte delle zone di questo secondo gruppo non ci sia da fare più di quello che si fa e non nego che in altre si tenti di ridurre al minimo le spese pregiudicando spesso il raccolto. Ma in quelle non mancano segni di una nuova ansia di molto e molto fare, e in queste io credo che non si passa fare alcuna colpa agli agricoltori.

    La loro situazione sarà resa chiara da questo esempio. Supponiamo che per ottenere, con le stagioni favorevoli, venticinque quintali di grano per ettaro, occorrano mille lire di spese per ettaro, e che il grano sia venduto a lire cento per quintale. Con le stagioni favorevoli questo granicultore incasserebbe ogni anno duemila cinquecento lire per ogni ettaro, nette dalle spese, ma non dall'interesse sul capitale fondiario e circolante. Se un'esperienza cinquantennale dice a questo granicultore che egli avrà un raccolto ottimo una volta ogni dieci anni in media, un raccolto non buono (quindici quintali in media) tra l'uno e l'altro raccolto ottimo, e non raccoglierà che 6-8 quintali per ettaro tutti gli altri anni, esclusi uno o due anni, in cui avrà raccolto pessimo, è chiaro che questo granicultore deve investire quanto meno circolante è possibile. Ciò non gli darà mai né un raccolto ottimo, né forse mai un raccolto buono, ma lo difende da gravi rischi. A questo punto poi bisognerebbe parlare anche di una questione tributaria e doganale, ma, senza uscire dal seminato, andrei troppo per le lunghe.





    I primi, cioé quel pubblico formato anche dai tecnici, sanno tutto ciò. Epperò essi non si fanno grandi illusioni circa i risultati della propaganda per l'aumento della produzione unitaria. Tale aumento, in molte zone è possibile - essi non negano - anche nelle stagioni sfavorevoli, ma, almeno per ora, in proporzioni minime, tali che non risolverebbero il problema di procurare tutto il grano necessario al consumo nazionale. Quindi essi propongono di dedicare alla cultura del grano una maggiore superficie ma senza sacrificare altre culture, specie se ricche.

    Ciò che, nelle statistiche, fa ribassare il reddito medio unitario dei terreni coltivati a grano è il fatto che il grano viene coltivato in molte zone, dei cui terreni non si saprebbe che altro fare o i cui terreni, per essere dedicati ad altre culture, richiedono fortissimi anticipi di capitali - quei capitali di cui l'Italia è tanto povera, la cui deficienza è la causa prima dei nostri guai. Parlo innanzi tutto delle zone di montagna, o di alta collina, e anche di bassa collina, ove è stato disboscato. Vive qui una popolazione spesso assai povera, che, se in Italia fossimo qualche milione di meno, o vi fossero molti capitali, o si potesse emigrare, e essa non fosse spesso composta, come avveniva una volta quand'era facile emigrare, in maggior parte di donne, avrebbe tutto l'interesse ad abbandonare tali zone. Ma poiché ci sta e poiché ha poc'altro da fare, semina il grano. Ma qui la cultura del grano non dà che 3-4 quintali per ettaro. Talvolta potrebbe dare di più, ma ciò richiederebbe un aumento di spese sproporzionato ai risultati, e l'Italia, ho detto, è troppa povera di capitali per permettersi il lusso di produzioni eccessivamente a reddito decrescente, per usare un'altra espressione degli economisti.





    E' in queste zone che i primi propongono di estendere (non di intensificare) la cultura del grano. E, indipendentemente dal pregiudizio che non bisogna mandare denaro all'estero, non sempre hanno torto. Ma qualche volta hanno torto perché essi chiedono ciò anche quando per ottenere ciò i sacrifici richiesti non saranno compensati in misura sufficiente dai risultati. Essi credono di chiedere l'adempimento di un dovere patriottico.

    E hanno sempre torto quando, per l'adempimento di tale dovere, chiedono che sia sostituita la cultura del grano laddove, pur essendo in pianura, per varie ragioni (necessità, come dicevo, di ingenti capitali, difficili a trovare, esistenza di pietra - mi spiego in termini poveri - a pochi centimetri, ecc.) c'è pascolo. Il pascolo in questi posti è assai più remunerativo, e anche se non desse che quanto darebbe la cultura del grano, poiché richiede meno cure, è bene, è assai più patriottico (se proprio il patriottismo deve entrarci anche qui) è assai più patriottico lasciare il pascolo.

    Tali i termini della questione. Non ho inteso dire delle cose nuove, ma solo esporre quelli, e nella forma più accessibile, più povera, e senza complicazioni di cifre, che avrebbero frustrato il mio compito, il quale, in un paese di pasticcioni come l'Italia, sono orgoglioso sia spesso quello assai modesto di chiarificatore e di volgarizzatore, anche se talvolta ciò mi costringa a spiegarmi all'ingrosso.

ARCANGELO DI STASO




Magistratura e classe operaia

    Quale sia stato l'atteggiamento della Magistratura verso la classe operaia si desume dalla giureprudenza circa il dritto di associazione e di coalizione e circa gli scioperi.

    Ma forse uno dei casi più interessanti si trova nell'esame della giureprudenza prevalsa in tema di boicottaggio.

    Qui ciò che più offende è la disparità di trattamento, il sistema dei due pesi e delle due misure: il boicottaggio dei padroni contro gli operai è un dritto, quello degli operai contro i padroni è un delitto.

    Non che ciò sia stato proclamato esplicitamente in nessuna sentenza; ma il fatto è che mentre non v'è esempio che si sia proceduto penalmente contro i primi, la Magistratura non ha esitato a condannare i secondi, ogni qualvolta questi e le loro Leghe hanno tentato di difendersi contro la concorrenza de' crumiri, boicottando gli opifizii o aziende dove quelli lavoravano o i commercianti che fornivano loro i viveri.

    La Magistratura ebbe soltanto uno scrupolo, se al boicottaggio (degli operai contro i padroni) fosse da applicare la sanzione dell'art. 154 Codice pen. (violenza privata) o quella non meno grave degli articoli 165 e 166 (attentato alla libertà del lavoro, dell'industria e del commercio).

    Fu data la preferenza agli articoli 165 e 166, che sottopongono alla pena della detenzione sino a venti mesi, con aumento fino a tre anni pei capi e promotori, coloro che con violenza o minaccia o restringono la libertà dell'industria e del commercio, o cagionano o fanno perdurare uno sciopero per imporre un aumento o diminuzione de' salarii o un mutamento de' patti convenuti.

    Con violenza o minaccia: che significa ciò?

    Con atti lesivi dell'altrui integrità personale o con la minaccia di un danno grave ed ingiusto (art. 156 Cod. pen.) alle persone o ai beni (p. es minaccia d'incendiare, di uccidere il bestiame, ecc.). Minacciare semplicemente di non lavorare, di non comperare, di non vendere, non costituisce la minaccia contemplata ne' citati articoli, perché è semplicemente l'esercizio di un diritto.





    Ma qui la Corte di Cassazione è intervenuta col pretesto d'interpretare la legge, e ha proclamata la punibilità della violenza morale! Nelle sentenze 3 dicembre 1908 (Pres. ed est. Lucchini - Ric. Franceschini ed altri - Foro It., 1908, II, 371) e 12 novembre 1908 (Camporeale, Foro It., 1908, II, 505) il Supremo Collegio ha dichiarato:

    1 che in difetto d'una definizione legale spetta all'interprete fissare i caratteri della violenza e della minaccia (il quale interprete è poi lo stesso magistrato giudicante);

    2 che minaccia vuol dire violenza morale che si esercita col fare intendere altrui mercé parole o atti, che si piglierà o vendetta o castigo, o altrimenti gli si recherà danno (giusto o ingiusto?);

    3 che nel caso del boicottaggio operaio la minaccia sta nel fatto stesso della folla che si impone col numero, dimostrandosi pronta alla azione (quale?) e in quello degli adepti della Lega o Federazione che infliggono o minacciano il boicottaggio;

    4 che il diritto nel singolo di prestare o meno i prodotti della propria industria è fuori discussione.

    "Ma quando - sentenzia la Corte di Cassazione - dal singolo si passa alla collettività, ciò che è lecito ed onesto nell'uno possa ben diventare illecito e disonesto nei più... se ne rimanga offeso l'altrui diritto e ne derivi un disordine sociale; né sia serio parlare di libertà individuale, industriale e commerciale, di libertà di associazione, d'organizzazione e via dicendo, che tutti voglion rispettate e onorare, ma non allorché si faccian servire, profanandone il nome ad arma di coercizione e d'intimidazione, parodiando e falsando l'altissimo principio della fratellanza umana per convertirlo in fittizie e incoerenti solidarietà di classe, in aspro contrasto coi veri cardini della solidarietà sociale e dell'organismo civile".





    La Corte di Cassazione si eleva nel suo ragionamento alle vette della fratellanza umana, per poi escludere e condannare negli operai la solidarietà di classe e precludere ad essi la via ad ogni azione collettiva per la difesa dei propri interessi!

    Ripetiamo: ciò che più repugna in questa materia è la diversità di trattamento di operai e di padroni - quando gli uni e gli altri adoperano gli stessi metodi di lotta, le stesse armi - per lo stesso fine di far valere ciascuna parte i proprii interessi.

    Tanto gli operai quanto i padroni per prepararsi alla lotta contro l'altra classe, cominciano dall'unirsi in Leghe o Sindacati di classe, considerando come nemici quelli della loro classe che si tengono in disparte.

    Nasce tra gli associati il sentimento ed il dovere della solidarietà, il quale si viene sviluppando nei periodi di lotta.

    Poiché la vittoria dipende principalmente dalla compattezza degli eserciti, bisogna convincere i recalcitranti ed impedire le defezioni.

    Ora a questo fine si possono usare mezzi diversi che vanno dalla violenza vera e propria (che costituisce reato) alla persuasione:

    tra questa e quella vi sono termini medii, vi sono e si adoperano dall'una e dall'altra parte coazioni morali, economiche, sociali, ecc., perfettamente legali e lecite: le multe il boicottaggio da parte degli operai: le cambiali in bianco, le liste di proscrizione da parte dei padroni, e da tutte e due le parti, la disistima, l'espulsione dall'associazione, ecc.

    Non è possibile ammettere che ciò che agli uni si consente, si condanni negli altri.





    Se mai, considerato da quali umili principi è partita in Italia la classe operaia (le condizioni miserabili di operai e contadini nelle città e nelle campagne, specie nelle plaghe, dove hanno persistito e persistono sistemi feudali, si trovano descritte in pagine incancellabili nei volumi dell'Inchiesta Agraria diretta dal Jacini, la Magistratura avrebbe dovuto usare indulgenza agli operai.

    Invece no! la teoria della violenza morale, derivata dal numero e dall'associazione e dalla coazione economica che si fa valere nel boicottaggio, è stata inventata proprio contro di essi.

    Violenza morale! Come può questa formare oggetto di una sanzione penale se essa costituisce tanto nel bene quanto nel male, si può dire, la quintessenza di tutti i nostri rapporti sociali?

    Se in tutti i giorni e in tutti i momenti della loro vita gli uomini premono gli uni sugli altri, e si può dire si coartano col consiglio, con la approvazione o disapprovazione di dati atti, con gli stessi loro pregiudizii e in generale col costume, che esercitano spesso una esosa tirannia sull'individuo, costringendolo ad una certa condotta, coartandolo a fare o non fare?

    E' violenza morale quella a cui cedono non pochi di quelli che si battono in duello; è violenza morale l'ostracismo che punisce in certi ceti, le persone che contraggono matrimoni con persone di ceti inferiori (mésalliances); è perfino violenza morale quella dei padri, che minaccia di diseredare in parte il figlio se contragga un dato matrimonio, il padrone che minaccia il licenziamento all'impiegato che professi una fede politica o religiosa diversa dalla sua, ecc., ecc. Noi facciamo ordinariamente nella nostra vita della violenza morale, come Mr. Jourdan parlando faceva della prosa senz'accorgersene.

    La teoria della violenza morale basterebbe a mandarci tutti in galera se fosse applicata a tutti e in tutta la sua portata!

SAVERIO MERLINO