LA PRUSSIA E IL FEDERALISMO

Il particolarismo prussiano

    La posizione del vecchio prussiano della generazione di Bismarck di fronte all'unità tedesca, e le ragioni più intime delle resistenze particolaristiche in Hannover, Renania, Sassonia e Baviera, sono esposte in forma drammatica nel libri di memorie della moglie di Von Manteuffel. Il generale prussiano Von Manteuffel fu il primo governatore, o statthelter, della più renana delle terre renane, l'Alsazia. Soldato di grande dignità e austerità di vita, vero Junker della Marca, egli disgustò tutti, e lasciò il suo Residenzpalast di Strasburgo senza avere neppure capito il perché dell'avversione suscitata.

    Nella classe a cui dosso Bismarck aveva tagliato l'impero, la nobiltà terriera prussiana, gli entusiasmi unitari rimasero sempre umori di gioventù: cosa più da studenti, che da funzionari e da generali. Così, per esempio, nella Renania, Manteuffel e i suoi pari vedevano tutt'al più lo scenario romantico dell'impero Ghibellino: il duomo di Strasburgo, la Niederwald, i castelli in rovina del medio Reno: press'a poco, le Rhin di Victor Hugo, con qualche accentuazione nordica.

    Ci andavano, o in guarnigione, o a studiare: o nella Residenzstadt di Coblenza, o nella Universitätstadt di Bonn: i reggimenti di ulani e la corporazione studentesca "Borussia", erano la tappa obbligata di ogni Junker prussiano che avesse voluto fare carriera. Ma l'impero era per essi "impero tedesco di nazione prussiana": come c'era stato ai tempi dei Salici un impero tedesco di nazione sassone, e ai tempi degli Hohenstaufen un impero tedesco di nazione sveva. Frammezzo agli atteggiamenti di idiozia militaresca o amministrativa, c'era molta preoccupazione particolaristica prussiana: e quella ritrosia ad abituarsi al peso dell'impero, quello spavento dinanzi al dominio conquistato, che sono il contrassegno delle aristocrazie terriere.

    E questi junker erano, attorno al '70, il ceto sociale che costituiva, con plenitudine di potere, la classe politica per eccellenza. Si capisce che i paesi conquistati e gli stati federali minori resistessero sordamente. Si capisce che Treitschke ne diffidasse.

    Treitschke, si noti bene, non fu un prussiano. Egli ha scritto le canzonature più feroci del particolarismo baiuvarico, o degli entusiasmi archeologici di Hans Von Gagern per la dinastia dei Wettini di Sassonia: ma ha anche veduto con occhi chiari tutte le deficenze dello Junkerismo prussiano. "Io non esagero, se affermo che la Vecchia Baviera non é più recisamente staccata dalla Germania per il suo pretucolame, di quanto non sia la Prussia Ostelbica per il suo regime junkerista". (Hist. u. pol. Aufsätze, IV Band. p. 357). Treitschke è troppo ansioso dell'unità spirituale della nazione, per non accorgersi che la classe degli Junker ha le spalle troppo deboli per portare la responsabilità unitaria. Invecchiando induce al modello di unità bismarckiana: ma il suo nome, il suo segreto amore, di fronte a Bismarck, resta il barone Von Stein. Stein aveva, per lui, un grande vantaggio su Bismarck: non era stato Junker, ma Freiherr, cioè nobile "immediato" dell'Impero, non vassallo del re di Prussia.





La resistenza degli Junker

    La seconda generazione imperiale presenta un tipo di junker che si è già corrotto, si è già adattato all'idea di essere il padrone in un grande stato moderno. Però è perduto quel decoro di semplicità soldatesca che aveva reso stimabili gli uomini dell'entourage di Guglielmo il Vecchio. Waldersee è il più rappresentativo di questa generazione. Junker si, e marito di una zia dell'imperatrice Augusta Vittoria, con grandi ostentazioni di fedeltà prussiana: ma è un Junker con venature di commesso: quando è in disgrazia, comandante del Corpo di Armata di Altona, manda lettere anonime contro i suoi successori nel favore di Guglielmo II. Il vecchio Manteuffel non l'avrebbe mai fatto. Altra figura preziosa per quanto assai più vicina a noi, per documentare tutta la contaminazione di una casta guerriera: il lamentoso barone Von Bohlen, che su comando di Guglielmo II sposa Bertha Krupp, e diventa il barone Krupp von Bohlen: il primo Junker prussiano che diventa borghese e industriale renano, e in qual modo! Questa generazione comincia a percepire il mondo dell'industria; la città futura: ma di queste sue visioni ne fa una curiosa mescolanza con le reminiscenze guerriere, e il risultato è il regime bombistico-reclamistico gluglielmino.

    Nella Valle del Reno, il Deutsches Eok di Coblenza, il ponte Hohenzollern a Colonia e la Hauptbahnhof a Metz restano come i monumenti architettonici in cui tutto un regime in completa crisi gonfia le gote per assumere aspetti terribili. Io sono perfettamente convinto che novantanove su cento italiani di Milano troverebbero bellissimo qualunque di questi tre sforzi da ernia dell'era guglielmina.

    Nonostante la perdita evidente di stile, la classe degli Junker però si difendeva. Le due convenzioni, la sua "moralità" politica si affermavano specialmente nella macchina amministrativa prussiana. Il Landtag prussiano era la sua roccaforte. Ancora nel 1905, di fronte a questo consesso, un ministro, Von Pottbielski, poteva benissimo citare in un dibattito quanta carne di porco egli esportava dal suo fondo di Dalmin, e da questo argomento, rafforzato dalle circostanze analoghe in cui si trovavano molti suoi colleghi, trarre forza a combattere un certo trattato di commercio, pregiudizievole agli allevatori di suini. Viceversa, dinanzi allo stesso Landtag, un altro ministro, il Möller, dovette assicurare formalmente che egli aveva dimesso ogni attività industriale, che si era completamente disinteressato delle sue concerie, per avere l'onore di dirigere il dicastero del Commercio nell'amministrazione prussiana. Gli Junker, in questo, si sentivano come Stand, come ceto agrario ancora dominante, più rispettabile degli industriali.





Rathenau e Ballin, le procellarie della guerra

    Infine, l'imminenza della guerra si annuncia con l'arrivo negli ambienti di corte e nell'immediato entourage dell'imperatore dei grandi uomini di affari. Gli Junker sono vinti dagli uomini di affari, come gli agrari sono battuti nelle elezioni dalla socialdemocrazia. L'uomo rappresentativo di questa sostituzione o circolazione di èlites dirigenti é Rathenau.

    Il giorno più felice della sua vita fu probabilmente quello in cui ottenne il favore di poter fare una conferenza sull'elettricità, alla presenza dell'Imperatore. Quando egli acquistò dal dominio della Corona prussiana la dimora nobiliare di Freienwald, ebbe cura di stipulare che avrebbe potuto continuare a chiamarla "Castello Reale": egli ne fece una copia fedele del Museo della Regina Luisa, e raccontava raggiante che il Freiherr von Oldemburg-Iannschau, uno degli ornamenti della Camera dei signori prussiani, gli aveva detto che, in fondo, loro due la pensavano allo stesso modo. Questo adulatore degli Junker doveva finire come é finito, vittima di un equivoco. Con lui, la situazione delle classi industriali agli junker, come portatrici del prussianesimo integrale, prende forma drammatica. Altri tipi rappresentativi di questo trapasso, come Albert Ballin, il Direttore della Hapag, furono presentati come partigiani della Prussia militaresca, cliché propaganda di guerra. Rathenau, che ci lasciò la pelle, passò invece per l'uomo europeo, della ricostruzione, cliché conferenza di Genova, Hoydgeorgiano. Tutti incompresi. Baldin, Rathenau hanno avute infinite debolezze e infinite viltà dinanzi alla vecchia grande casta nobiliare, che aveva fondato l'Impero: ma essi furono le procellarie della tempesta che doveva inghiottirla, gli uomini della guerra inevitabile, della guerra affrontata non per conquistare le provincie baltiche o Calais o altro ancora, ma per "riorganizzare il mondo": cioè gli uomini della guerra democratica, di una delle tante guerre democratiche che i popoli moderni affrontano con una ferocia e una rassegnazione, che nessuna casta di Junker ebbe mai.(Ricordarsi le preoccupazioni del vecchio Moltke dinanzi all'entusiasmo guerriero del '70-71).

Lo sviluppo industriale e i nuovi ceti

    Alla vigilia della guerra, dunque, non c'era affatto bisogno di una collaborazione della socialdemocrazia al governo, per celebrare con un colpo di scena la confitta dello junkelismo. La sola presenza di Ballin sullo yacht di Guglielmo II bastava ad attestare che la sostituzione degli Junker era cosa fatta: e che gli eredi socialdemocratici attendevano nel Reichstag. I nuovi ceti creati dallo sviluppo della grande industria, oscillanti fra l'esaltazione del tecnicismo, della velocità, della "vita strenua", e l'esaltazione della patria tedesca, si facevano avanti: ingenui, estremamente propensi ad accettare qualunque "propaganda" di guerra nibelungica o di pace wilsoniana.





    Essi erano particolarmente forti e nutriti a Berlino, e nelle regioni dell'Impero più modernamente attrezzate, come Città anseatiche, Sassonia, Alta Slesia, Renania prussiana, Hannover, Ruhrgebiet, Franconia bavarese, mentre il nucleo delle vecchie provincie prussiane, il territorio donde erano usciti gli agrari conquistatori dell'Impero, e fondatori dell'unità bismarckiana conservavano intatte le antiche assise e le antiche gerarchie sociali, l'onnipotenza degli affitti utili dei domini reali (quelli che il predicatore di Corte Stoecker chiamò "Zückerrubenmammonsknechte", "servi di mammone delle barbabietole") e dei funzionari forestali, Landräten, ispettori forestali, ecc. (1). L'importanza sociale e politica di queste regioni era, alla vigilia della guerra, in piena decadenza: le regioni e gli stati federali, già conquistati dagli Junker, ora si prendevano la rivincita conquistando Potsdam con i nuovi uomini di Corte, o il Reichstag con i deputati dei partiti di masse (Centro e Socialdemocrazia).Non fu soltanto lo spostamento del centro di gravità dello stato di un ceto all'altro, ma da un gruppo di regioni ad un altro, dalla vecchia Prussia Federiciana agli altri stati federali e alle provincie renane.

    Il risultato di questa dislocazione fu la guerra missionaria contro un mondo di nemici: perché le vittorie del '70 e lo schema della politica estera bismarckiana non bastavano più alle esigenze materiali e alle ideologie antijunkeriste, antibismarckiane, delle nuove classi e delle regioni più "moderne" del Reich. La guerra del '14 fu veramente la guerra della socialdemocrazia ausburghese e sassone, del sindacalismo cattolico renano: fu una guerra "mondiale" imposta alla vecchia Prussia "provinciale" e agli junker dalle regioni aggiogate allo Stato Prussiano, dagli stati federali, dai nuovi ceti.

    Di tutto ciò, nulla sospettarono gli innocentissimi democratici, interventisti di tutto il mondo, ecc. Siccome, nel '70, i francesi avevano veduto gli alani prussiani, così nel '14 tutto il mondo, dietro alla Francia, mosse in guerra contro la Prussia violatrice del diritto e contro gli Junker feudali e barbarici: e parlò di "liberare" il popolo tedesco dalla oppressione della casta militare, e sopratutto, di liberare la pacifica Renania, l'Hannover, gli stati federali minori, dalla oppressione degli Junker. In Francia poi, l'idea di favorire "le tradizionali libertà federali tedesche" e "il sano particolarismo tedesco" era un stornello obbligato della propaganda di guerra: i militari francesi giunsero perfino a separare, nei campi di concentramento, i Prussiani Ost-elbici dai Renani, Sassoni e Bavaresi: perché quelli erano proprio boches duri, questi boches rammosciati! Insomma, la coalizione democratica, accettando di peso la fissazione antijunkerista della Francia, fece del suo meglio per favorire il dislocamento interno tedesco già cominciato: e credendo di assicurare la pace colla persecuzione agli Junker, aiutò colla vittoria i nuovi ceti, veramente imperialisti, a rompere la crosta dello Junkerismo, e a sbarazzarsi del primo, più sicuro e potente particolarismo, quello prussiano: a tutto vantaggio dell'unità germanica, fondata sul predominio sociale della grande industria e sulla preponderanza politica.





La costituzione di Weimar e la costituzione prussiana

    L'unico uomo politico tedesco che afferrasse tutta questa novità della sconfitta, e la grande liberazione portata dall'Intesa alle classi e ai partiti della Germania moderna, fu Erzberger. Egli fu veramente "disfattista": tesorizzatore della disfatta, amatore della disfatta, sfruttatore della disfatta. Questo maestro di scuola renano, venuto su modernissimamente come funzionario e uomo parlamentare di un partito di masse, si propose, firmando a Compiégne l'armistizio, di segnare la fine del primo dei particolarismi tedeschi, quello prussiano: e trasse dalla liquidazione degli Junker la deduzione immancabile, cioè lo stato unitario. Questa fu la richiesta che egli enunciò con tutta l'energia possibile: "Io sto e cado con lo stato unitario": discorso di Stoccarda, Dicembre 1919. Il disfattista credeva nell'avvenire della Germania, vi marciava fortemente incontro, convinto, impulsivo, provocante. Come Nitti: e, come Nitti, fu l'uomo più odiato del suo paese. Per lunghi anni, egli aveva celebrato la domenica assistendo con moglie e bambini alla predica nella Ludwigskirche a Berlino, secondo gli usi della piccola borghesia cattolica; ancora come capo del Gruppo parlamentare del Centro aveva dovuto sfiancarsi a scrivere articoli per giornali, proprio per il pane quotidiano. Le fortune diplomatiche del tempo di guerra non gli avevano fatto dismettere il suo modo di fare preveniente, cortese, buon collega. Non gli giovò a nulla: anzi, questa sua serenità di abitudini e di vita fu addotta come argomento principe della sua letizia irrefrenabile a veder disfarsi la patria tedesca. Egli era certamente il più completo esemplare degli uomini dei ceti nuovi, maturati in tutta l'epoca guglielmina: ciò provocò contro di lui l'odio di tutti gli spedati, di tutti i ritardatarii, di tutti i provinciali delle idee, dei sentimenti che si ribellavano contro un mondo nuovo. Gli Junker spodestati dal Landtag, i ceti accademici, i burocrati espropriati dal ribasso della valuta, non odiarono nessun industriale ebreo e nessun socialdemocratico come odiarono il cattolico Erzberger. Il suo assassinio fu un punto fermo nella storia tedesca, il più chiaro, inequivocabile atto di ribellione dei ceti spodestati contro lo stato industriale, socialdemocratico, unitario.

    Ma la costituzione di Weimar, e la costituzione prussiana non meno importante, erano state varate. Esse rappresentano la migliore risposta possibile al trattato di Versailles. In quella di Weimar, abolizione di tutti i "Reservatrecht".





    Alcuni stati federali, tollerati da Bismarck: Erzberger vi apporta poi il perfezionamento dell'abolizione dei contingenti finanziari da parte degli stati federali e la attribuzione al Reich della riscossione delle imposte dirette. Nella costituzione prussiana, si fa a meno dello Staatspräsident, e si dà poteri assoluti ad una unica Camera, eletta con un sistema di proporzionale perfezionatissima. La formazione di un governo prussiano si può avere soltanto con la coalizione dei gruppi parlamentari: escluso il presidente dello Stato che possa intervenire colla nomina di un incaricato di risolvere la crisi, resta l'elezione del Capo del Ministero (Ministerpraesident) al Landtag e il Landtag lo nomina infatti a colpi di maggioranza. La costituzione prussiana resta più brutalmente parlamentarista di tutte le costituzioni europee. Nello stato dove più lungo avesse resistito l'elettorato a tre classi, dove la riforma elettorale era stata contrastata palmo palmo dagli Junker agrarii, dove ancora, durante la guerra, la Camera dei Signori e il Landtag avevano discusso sulla istituzione di nuovi maggioraschi per arruolare i pescecani della nobiltà fondiaria, nel sancta sanctorum del particolarismo prussiano, socialdemocratici e cattolici trionfarono nel modo più completo.

Il neo Federalismo

    C'è un fatto estremamente curioso nella storia di questa grande riforma costituzionale unitaria (2). Ed é che, mentre maturavano le due costituzioni più centralistiche che la Germania abbia mai avuto, tutti parlavano della necessità di smembrare la Prussia, di rifondere tutta la circoscrizione federale dei Reich, di realizzarne la vana promessa di Federico Guglielmo II: "A cominciare da oggi, la Prussia si scioglie nella Germania.

    Si facevano grandi discorsi e grandi progetti sulla eugliederung des Reichs, sul nuovo raggruppamento degli Stati federali, sulla organizzazione, dei sei o sette "Länder" veramente omogenei e fondati su unità di cultura e di interessi: il ministro Preuss ricevette incarico ufficiale di "correggere" la storia tedesca di fare scomparire dalle carte geografiche del Reich quella Prussia tentacolare, che abbranca e circonda i monconi degli altri Stati federali: il Presidente Ebert, con gli altri Commissari del popolo, dichiarava solennemente che "una nuova delimitazione del territorio dello stato prussiano é indispensabile". E allora, in tutte le provincie prussiane, si spolverarono i testi della patria storia: nell'Hannover, ingoiato da Bismarck nel'56, il partito guelfo ricominciò a parlare di "Hannover libero, nella libera Germania": il socialista Gradnauer, capo del governo sassone sostenne la formazione di un grande Stato dell'Alta-Sassonia, comprendente ex-regno di Sassonia, le provincie prussiane di Sassonia e di Anhalt: Amburgo, città libera, stretta nel corsetto di ferro dei confini prussiani, che la soffocano nella sua espansione di Weltstadt, di città mondiale, e non le consentono di espletare completamente, i piani regolatori votati dal suo Senato, si faceva avanti colme naturale capitale di uno Stato della Bassa Sassonia, comprendente tutti i paesi fra l'Elba e il Weser: nel Wurtemberg e nel Baden si parlava di una fusione, che dell'ex-regno e dell'ex-Granducato avrebbe dovuto fare un unico Stato Svevo.





    Uomini e giornali di tutti i partiti si pronunciavano, per questa Nengliederung del Reich, cioè, in sostanza, per questo smembramento della Prussia: alla Assemblea Nazionale di Weimar ne parlarono in favore Spahn e Delbrück: al Landtag prussiano, il ministro Socialdemocratico Severing prometteva solennemente agli abitanti dell'Alta Slesia: "Se nel plebiscito vi manterrete fedeli al Reich e contrarii alla Polonia, il Governo prussiano sarà lieto di vedervi costituire un nuovo, fiorente Stato federale".

    Tutti, a mio avviso, erano sinceri, tutti pieni di buone intenzioni. Che cosa c'è di più semplice, di più gradevole di conciliare insieme federalismo e democrazia? Pareva facile cosa contentare anche i progettisti che si facevano innanzi colla richiesta delle Wirtschaftprovinzen, delle provincie economiche, colla innovazione radicale della Neugliederung del Reich. Si andarono a cercare, e si ripubblicarono, gli scritti di Görres, il federalista cattolico delle guerre di liberazione: si cercò di rimettere di moda Costantin Frantz, il dottrinario avversario di Bismarck, lo sfortunato predicatore federalista degli anni attorno al '70. Una delle più rumorose figure della Germania accademica. Federico Foerster, professore di filosofia e pedagogia a Monaco, già malfamato per la sua azione pacifista durante la guerra, si gettava in quest'altra impresa, di rimettere in corso il federalismo pre-bismarchiano, in nome della pace e della democrazia e del parlamentarismo: per lui, e per molti, gli era tutto un calderone; anzi, più la Germania sarebbe stata federalista, più sarebbe pacifica, democratica, parlamentarizzabile.

    Dottrinalmente, tutto questo prurito federalistico-democratico non produsse niente di notevole. Tutti i disegni costituzionali o federali del Görres, del Frantz, dei loro epigoni sono la più genuina "Tinenfasspolitik", politica da calamaio, come la chiamava Weber: i due maestri Görres e Frantz, erano vissuti nella piccola, casalinga, provinciale Germania del '800, non presagirono affatto tutta la trasformazione industriale del paese; erano in una arcadia completa di collaborazione delle classi sociali, e quando si cimentavano nelle alte discussioni, chi faceva le spese di tutto era la dottrinella tomistica dei seminarii.





    Eppure - anni '18 e '19 - la Germania fu così intimamente, ottimisticamente contenta di essere stata vinta, e guardava così fiduciosamente all'avvenire, che perfino le idee arcadiche di Görres e di Frantz furono rimesse all'onore del mondo, e le si sentivan ripetere nei giornali dei partiti trionfanti, e nei parlamenti più di sinistra che avesse l'Europa. (Poi, come succede, vennero anche le edizioni speciali: ma rimasero invendute, perché gli umori avevan già dato di volta). Insomma, una vera sbornia federalistica, a parole: i cattolici vi davan dentro per le loro tradizioni görresiane, i socialdemocratici per far dispetto alla memoria di Bismarck e per deferenza verso i competenti che si presentavano in nome della produzione a sostenere i raggruppamenti territoriali delle Wirtschaftprovinzen, i democratici in nome della pace, che, a quanto pare, il federalismo garantisce.

L'equivoco dell'art. 18 di Weimar

    Tutto questo fervore federalistico finì in un articolo della Costituzione di Weimar: L'art. 18. Dice questo articolo: "Il raggruppamento del Reich in Länder (Paesi) deve, tenendo conto al massimo della volontà della popolazione interessata, servire allo sviluppo economico e culturale del popolo". I cambiamenti territoriali dei "Paesi", e le formazioni di nuovi, avvengono mediante plebiscito. Il Governo del Reich ordina il plebiscito, se un terzo degli elettori del territorio interessato lo richiede. L'entrata in vigore di questo articolo era rinviata all'11 agosto l92l.

    Questo articolo 18 era frutto di un compromesso.

    I socialdemocratici lo votarono sperando di avere un'arma contro il particolarismo della Baviera e dei Paesi minori: lo volevano usare per fondere di nuovo, e davvero, il corpo territoriale dei Reich in un assetto nazionale, che non aveva più niente da fare colle frontiere interne ereditate dall'Impero bismarckiano, e coi raggruppamenti casuali di territorii dovuti alle fortune d'alcova delle dinastie scomparse. Si "sciogliesse" pure la Prussia nel Reich: ma via anche il Palatinato renano e la Franconia di Monaco, via le vecchie croste di Hohenzollern Sigmarignen e di Assia Renana, e tutto il resto: tutto "sciolto" nel Reich, e da capo fare la ripartizione territoriale con criteri completamente nuovi. Per i socialdemocratici, il federalismo dell'art. 18 fu un avviamento all'unità, ed ebbe una punta contro il particolarismo.





    I rappresentanti invece, dei ceti rurali di Renania o di Baviera, della piccola borghesia burocratica o accademica, dei grandi proprietarii, dei gruppi sociali più attaccati alle dinastie scomparse, comunque designati politicamente nella topografia dei Reichstag, lo votarono sperando di servirsene esclusivamente contro la Prussia, e contro la nuova costituzione federale: lo volevano usare per arrotondare o i confini della Baviera con il Ducato di Coburgo Gotha, o per conquistare Francoforte all'Assia, o per altri piani, perfettamente simili a quelli che Treitschke aveva schernito cinquant'anni prima. Tutta questa gente voleva migliorare il particolarismo: parlava dei territorii abitati dalle tribù germaniche degli Svevi o dei Sassoni, come se davvero fossero rintracciabili nel paese più industrialmente attrezzato di Europa. Per essa, il federalismo dell'art. 18 era un ritorno al particolarismo "corrotto", ed aveva una punta contro l'impero bismarckiano, e - più ancora! - contro lo stato unitario di Erzberger.

    Oggi, tutti capiscono quale burla reciproca sia stato l'art. l8 della Costituzione di Weimar: le vicende successive hanno approfondito sempre più l'abisso fra vecchi e nuovi ceti: le maschere sono cadute: i nuovi ceti, al governo in Prussia, si sono dimostrati nella pratica quotidiana di governo, unitari; i vecchi, ritornati al potere a Monaco, e nelle amministrazioni locali in Renania, si sono dimostrati separatisti, o particolaristi.

La Prussia non si smembra

    All'11 Agosto 1921, dunque, secondo la palingenesi guerresca dell'Intesa, e anche secondo la visione arcadica del federalismo democratico uso Foerster, si sarebbe dovuta iniziare la liquidazione della Prussia. Arrivò quel tale 11 Agosto, arrivarono i successivi, ma l'art. 18 non funzionò affatto, se non in un caso: la fusione degli staterelli turingici (Sassonia-Weimar, Meiningen, Altemburg, Coburgo-Gotha, Schwarzburg, Sondershausen, Reuss) in un unico stato federale, o Land, di Gross Thuringen, capitale Weimar. O sbaglio: ci fu un altro caso: quello del piccolo territorio di Pirmont, un enclave sassone nella provincia prussiana di Magdeburgo: gli abitanti di Pirmont, passarono tutta la trafila delle richieste del terzo degli elettori e del plebiscito, e diventarono felicemente prussiani.





    Tutti gli altri tentativi di dividere, o di cimare semplicemente, il territorio prussiano, finirono miseramente. Il governo prussiano (sotto la guida dei socialdemocratici), appoggiato dal Landtag, rifiutò ad Amburgo la cessione di Harburg e di Altona, invocati dal Senato e da tutti gli absburghesi come polmoni indispensabili allo sviluppo di città libera: e, cosa degna di nota, nessuno dei grandi partiti delle due città (cioè sopratutto socialdemocratici e comunisti) inscenò l'agitazione per il plebiscito, che avrebbe messo il governo di Berlino colle spalle al muro. Nella provincia di Erfurt, quando qualcuno sostenne l'opportunità della fusione della provincia col Land di Gross Thuringen, restò completamente isolato: nessuno dei grandi partiti aderì. In Alta Slesia, nella zona rimasta al Reich, qualche gruppo si ricordò la formale promessa di Severing: ma il ministro Braun replicò nettamente, al Landtag ché "l'Alta Slesia farà, semplicemente, ritorno alla Prussia": e non se ne parlò più. Cioè, l'art. 18, ritrovato del federalismo lealistico, democratico, repubblicano, rimase lettera morta. E si noti. In tutti i casi che ho nominato, non era possibile, come in Renania, combattere i sinceri repubblicani-federalisti con l'accusa di essere separatisti, traditori dello straniero. No: la ragione di questo fallimento va cercata altrove.

    Chi dice Altona, Erfurt, Alta Slesia, dice: grande industria, organizzazione sindacale, partiti di sinistra. Sono tre centri dove i nuovi ceti, profittatori della disfatta junkerista, si sono radicati più fortemente: la costituzione del Reich, e sopratutto la costituzione prussiana, paiono fatte a loro immagine e somiglianza. Per esempio, la Prussia junkerista, particolarista vive nella Media Slesia, attorno a Breslavia, ma nell'Alta Slesia é morta, seppellita sotto le montagne di scorie delle fonderie. Le organizzazioni industriali sono vincolate a Berlino, i sindacati operai hanno le loro Spitzenorganizationen a Berlino, i partiti politici sono valorizzati per il fatto di poter comandare al Landtag di Berlino. Andare a contare ad un funzionario sindacale o un minatore altoslesiano che Berlino li sfrutta, che la Prussia é tradizione anticattolica, che la pace del mondo richiede che essi agiscano e votino per sottrarre l'Alta Slesia alla Prussia "imperialista" e farne uno stato federale, vi assicuro che sarebbe come andar loro a parlare dell'autonomismo... sardo: eppure é così che molti informatori di cose tedesche ragionano, e peggio, credono e ci vengono dicendo che così ragionano gli interessati. Queste vaghe, indeterminate idee sul latente federalismo tedesco anti-prussiano sono come il ritratto di Napoleone, che i corrispondenti dei giornali parigini assicurano che si trova appeso in ogni "chaumière de paysan rhénan": ma io vi giuro che non ne vidi mai uno.





I primi prussiani secondo il cuore di Treitsche

    Per i ceti usciti vincitori dalla guerra e dalla rivoluzione; la Prussia - dico la Prussia territoriale, come la fecero gli Hoheuzollern - diventò, non solo lo stato federale più solido e comodo per la propaganda politica dei partiti e l'azione delle grandi organizzazioni economiche: non solo la piattaforma migliore: ma una eredità di serietà e di forza governamentale, che essi accettarono. I punti di contatto tra i vecchi ceti agrarii, burocratici, accademici, che sentivano e sentono e rimpiangono la Prussia junkerista, ostelbica, particolarista, e i nuovi ceti che sentono e difendono la Prussia come negazione del particolarismo, come garanzia dell'unità del Reich, sono frequenti: e spesso, giudicando la condotta dei singoli uomini - Severing, Braun - non si sa se sia stata più influenzata da un richiamo, e da una venerazione della vecchia Prussia, o dall'orgoglio di difendere la Prussia parlamentare e democratica di oggi. Ma é certo che, oggi, in Germania, gli uomini per cui la Prussia é una cosa vivente, come fu per Bismarck, si trovano alla testa delle organizzazioni sindacali: e per mio conto ritengo che difficilmente una scelta fra tutti gli Junker della Marca potrebbe offrire due tipi di prussiani così secondo il cuore di Treitschke come il segretario generale dei Sindacati, Legien, o il suo successore Leipart. Le necessità tecniche della politica professionale e della organizzazione sindacale rendono gli "uomini delle leghe" così compenetrati del concetto di "Machtstaat" come nessun diplomatico dell'antica Prussia fu mai.

     Oswald Spengler, su queste o simili osservazioni, ricamò il suo riavvicinamento fra "Prussianesimo e Socialismo"; ma volendo egli cucinare insieme le glorie di Federico II con quelle di Leipart, la Prussia particolarista degli junker con quella trustista sindacale, ne venne fuori un opuscolo dilettantesco. La verità, meno brillante, mi par questa: che l'abitudine alla lotta di classe organizzata e sistematica ha condotto gli uomini dei nuovi ceti più vicini a quella etica di responsabilità, in cui la coscienza del Machtsstaat, dello stato e forza, é implicita.

     Von Kahr, il dittatore antiprussiano della Baviera, sotto tutte le sue affermazioni di autorità, é un sentimentale sovversivo, pauroso dei tempi nuovi e sfiduciato, che non si preoccupa affatto delle conseguenze delle proprie decisioni, e vuole anzitutto obbedire al comandamento di rimettere sul trono la dinastia, fedelmente servita dai suoi avi e da lui stesso, negli anni di giovinezza. Rispetto a lui, i capi sindacali di Berlino, e in genere gli uomini politici usciti dalla organizzazione operaia sono tanti allievi di Bismarck, anzi ne sono i legittimi eredi.

I socialdemocratici in Prussia

    In questa educazione all'etica di responsabilità e alla coscienza dello stato come forza, a questo "stile prussiano" trasmesso dai ceti decaduti ai ceti sorgenti e affermantisi, risiede la ragione per cui, con la costituzione schiettamente parlamentare, anzi parlamentaristica, che abbiamo veduto, il governo dello stato federale, o del Land, di Prussia ha una stabilità e una regolarità di funzioni, come nessun altro governo federale - e meno che mai la dittatura von Kahr in Baviera - possiede.





    In Prussia, dal 7 novembre l92l, la grande coalizione fra Cattolici, Democratici, Volkspartei e Socialdemocratici é irremovibilmente al potere, sotto la presidenza del socialdemocratico Braun, e con un altro socialdemocratico, il Severing, agli Interni. Braun e Severing sono, senza dubbio possibile, i migliori uomini di governo che la rivoluzione ha tratto dagli ambienti dell'organizzazione sindacale. Se il Reich può sottostate, senza sfasciarsi, alle clamorose crisi del governo centrale, in gran parte lo si deve al fatto che Braun e Severing tirano, oscuramente, il carro nello stato federale di Prussia, e sono essi che affrontano veramente l'urto del particolarismo junkerista ostelbico.

    Severing ha lavorato seriamente anche contro la burocrazia dell'antico regime: bastano poche cifre per dimostrare quale immissione di sangue nuovo egli abbia operato nella macchina amministrativa prussiana. I 12 posti di Oberpraesidenten furono, dal l9l8, tutti coperti con gente nuova: fra gli attuali titolari se ne trovano 4 inscritti al partito democratico, 4 socialdemocratici provenienti dalle organizzazioni di partito. Di 33 posti di Regierungspraesidenten 31 sono stati rinnovati con personale di fiducia di Severing. I 426 posti di Landraten furono tutti rinnovati: adesso 53 membri della Socialdemocrazia si trovano fra i Landraten in carica. Dei 22 Polizeipraesidenten, 20 furono messi da parte: fra i sostitutori, furono nominati 10 membri della socialdemocrazia. La statizzazione della Sicherbeitspolizei di alcune grandi città costituisce, per chi conosce appena la resistenza della burocrazia tirata su dall'antico regime, una grande dimostrazione dell'energia di Severing. L'opera della coalizione nel campo scolastico, é stata esposta sistematicamente dal Kultusminister Dr. Boelitz, e deve ottenere l'ammirazione di tutti coloro, i quali non credono che la genialità delle grandi innovazioni abiti solo alla Minerva, in Roma. Prima ancora della coalizione Braun, io vidi al lavoro il predecessore di Boelitz, Corrado Haenisch, della Socialdemocrazia, e ne riportai l'opinione che pochi uomini, come questo, abbiano giovato a rompere la crosta dei ceti accademici. (3)

    Con questa opera, decisamente orientata ad aiutare l'affermazione dei nuovi ceti, al governo di Prussia in mano ai socialdemocratici é diventato il presupposto dell'unità del Reich repubblicano, precisamente come il governo di Prussia in mano agli Junker e agli agrarii del suffragio a tre classi e della Camera dei Signori era il presupposto della unità e del funzionamento del Reich bismarckiano.





    L'unione personale fra Cancelliere del Reich e Presidente dei Ministri prussiano é scomparsa, ma la chiave di volta di tutta la costituzione del Reich è sempre il governo dello Stato federale di Prussia. Le grandi linee della costruzione federale bismarckiana persistono anche con la parlamentarizzazione della Prussia, e dopo Weimar, solo che i ceti portatori del particolarismo prussiano sono stati cacciati di seggio; l'opera antiparticolarista di Bismarck é perciò ripresa con maggiore energia dagli uomini nuovi.

    Le crisi del Governo del Reich girano tutte su questo perno: chi deve comandare nello stato federale di Prussia. Nell'ultima, che portò all'attuale Gabinetto Marx, la formula avanzata dai tedesco-nazionali della "lotta contro la Socialdemocrazia" mirava essenzialmente a precipitare Braun e Severing, cioè la coalizione di governo prussiana.

Tedesco-nazionali e socialdemocratici

    Ma i tedesco-nazionali che danno l'assalto alla roccaforte del nuovo regime per insediarvisi, sono forse i rappresentanti politici degli antichi ceti, degli agrari e degli Junker? Sono i legittimi discendenti degli antichi Konservativen del Reichstag di Bismarck? Sono gli uomini del suffragio a tre classi e della Camera dei Signori? Sono i titolari del particolarismo prussiano-ostelbico, i fratelli e i fiancheggiatori di Von Kahr e del particolarismo bavarese?

    In nessun modo. I tedesco nazionali sono un partito di masse, che si recluta con i grandi mezzi di arruolamento della industria pesante e con la réclame della stampa gialla. Dei relitti dei vecchi ceti, degli Junker dispersi, si sono, si, imbrancati con essi: ma ci si trovano a disagio.

    I ceti spodestati hanno tentato di edificare un vero e proprio particolarismo prussiano, conforme alle tradizioni e con tutti i sette sacramenti del prussianesimo integrale; i due aspetti più interessanti del tentativo furono costituiti 1) dalle spedizioni baltiche di Von Der Goltz (1919) e dalle conseguenti colonie militari-agricole nei grandi latifondi della Prussia Orientale (con cui gli Junker cercarono di sostituire il deficiente afflusso di mano d'opera polacca che essi, nell'era guglielmina, importavano in regioni tedesche, infischiandosi completamente dei piani di germanizzazione forzata dei democratici... e di qualche socialdemocratico, come David, 2) dalle minacce delle associazioni agrarie di Slesia di non rifornire Berlino fintanto che Hilferding fosse rimasto al potere con Streseman, nell'Agosto scorso.

    Ecco le vendette tipiche degli Junker contro il nuovo regime, ecco due episodi di vecchia Prussia: ma il partito tedesco-nazionale non può seguire i particolaristi ostelbici su questa strada. Non ci si pose neppure il cosidetto Deutschvölkische Freiheitspartei (partito tedesco-nazionale della libertà (D. V. F. P.) guidato da due demagoghi grossolani, Graefe e Henning, e sciolto da Severing, dopo un memorabile dibattito al Landtag, il 23 Marzo 1923. Non ci si pongono neppure le organizzazioni armate di Rossbach, che pare tentassero un colpo di mano nel marzo: né quell di Ehrardt, che nell'agosto scorso fecero il piccolo putsch di Küstrin, in prossimità della Capitale.





    Non guardiamo ai programmi, che possono anche - in apparenza - postulare le idee dell'ultimo, e rispettabile, giornale junkerista di Germania, la Kreuzzeitung. Guardiamo al reclutamento di questi partiti di estrema destra in base ai dati resi pubblici da Severing nel Marzo scorso. In confronto alla composizione delle sezioni, o delle cooperative berlinesi socialdemocratiche, gli arruolati dalla propaganda di estrema destra sono lumpenproletariat, scarti del marciapiede della grande città, inquadrati da ufficiali della riserva. La socialdemocrazia tedesca cura e catechizza i tecnici, gli impiegati, gli operai specializzati, la gente assestata e rispettabile, che dispone di un cilindro quando si tratta di accompagnare i funerali di un "Genosse". La sua propaganda é di un'estrema aridità e di una estrema severità per i più poveri, per la gente che non tiene quel tale cilindro disponibile: per questa, occorre un surrogato della socialdemocrazia, una socialdemocrazia speciale, demagogica, adattata alla loro povertà, urlona e caritatevole, antisemita e patriottica: e questa, o la forniscono, in piccola parte, i propagandisti comunisti, o la provvedono su più larga scala, gli agenti della plutocrazia industriale, che fanno marciare le macchine dei grandi partiti di masse di Estrema Destra.

    Di fronte al socialismo della socialdemocrazia, i Tedesco-Nazionali rappresentano il poverismo: a dare ascolto ai programmi e ai propagandisti, si tratta di due "visioni del mondo" opposte, che si contrastano: a guardare gli uomini, ci si accorge che i partiti di masse di Estrema Destra compiono una funzione di rastrellamento, raccolgono gli sbandati, gli spedati per cui la organizzazione socialdemocratica é troppo pesante, e troppo poco consolatrice.

    Ma i due eserciti sono scaturiti ugualmente dallo sviluppo industriale del paese, sono stati chiamati dal limbo dell'artigianato dalla stessa voce: combattono, ma sullo stesso piano; per il possesso dello stesso mondo.

    Un piccolo particolare, reso noto dalle pubblicazioni di Severing: dei presidenti delle sotto-sezioni del D. V. S. P. arrestati in Marzo sotto l'accusa di alto tradimento, non uno risulta nobile o proprietario fondiario. Sono borghesi cresciuti in margine alla più giovane delle metropoli del mondo, e che raccolgono gli aderenti alla loro sottosezione in sterminati quartieri che si chiamano Charlottemburg, Lichtemberg, Friedenau, Friedrichshagen. La negazione pietrificata dello Junkerismo, che si radica e signoreggia sui latifondi, lontano, lontano da questa nuovissima Berlino, irrimediabilmente infetta per ogni prussiano integrale. Quando taluni informatori della Germania affermano che l'estrema destra, e il movimento Deutsch-volkische, e i tedesco nazionali sono "gli eredi degli Junker imperialisti", e "feudalisti in sostanza se non nel nome" (4) non percepiscono, sotto il velame delle parole e la nebbia dei fogliazzi di propaganda, tutta la profonda sostituzione di ceti sociali che si é operato anche nei partiti e nelle organizzazioni di estrema destra: quando si é nati e si lavora a Lichtemberg o a Friedrichshagen non si é più "feudalisti", anche se si crede di esserlo.





    E i Tedesco-Nazionali lo hanno dimostrato bene nell'ultima crisi del Cancellierato! Essi avevano accettato tutto: soppressione delle bande armate, ossequio formale al regime repubblicano, rinuncia ai colpi di testa in politica estera, politica annonaria severa verso i produttori agrarii: tutto, pur di poter cacciare di seggio Braun, Severing e l'attuale Governo prussiano. Tutte le concessioni, che un autentico Junker non potrebbe far mai, i capi parlamentari del partito le fecero a cuor leggero, perché avevano bisogno di mettere le mani sopra la macchina amministrativa prussiana, e insediarsi così, saldamente, al governo del Reich.

Il tramonto degli Junker

    Ma é accettando così la lotta e perseguendo la vittoria sul terreno parlamentare: annettendo tanta importanza al predominio nel parlamentarissimo Landtag prussiano, che i Tedesco-nazionali perfezionano il definitivo abbandono del particolarismo prussiano, agrario, junkerista. La macchina amministrativa della Prussia, le necessità di governo in un paese stretto dalla doppia maglia della organizzazione trustistica e sindacale, saranno sempre più forti delle intenzioni di chi assume il potere. Cinque anni di coalizione socialdemocratica, in Prussia, hanno rinsaldato bene i congegni unitari: é una macchina, sí, ma che non può funzionare altro che contro il particolarismo, anche contro quello prussiano. Che se ne impadroniscano i socialdemocratici o i Tedesco-nazionali, é ormai senza importanza per l'esito della rivoluzione sociale, iniziata nell'era Guglielmina, continuata con la guerra e con la repubblica. Gli Junker sono cacciati. Le ribellioni separatiste e particolariste restano in margine, portate dalle regioni meno progredite industrialmente (Alta Baviera) o dai ceti più arretrati di talune provincie (agricoltori del Palatinato, viticultori di Renania). Non importa se ritornerà il Kaiser o il Kronprinz: gli Junker non ritorneranno al Landtag prussiano: questo é l'essenziale. Le restaurazioni di una monarchia sono sempre possibili: ma i ceti sociali spossessati non conoscono restaurazioni.





Gli eredi di Bismark

    E vane anche mi paiono tutte le manovre separatiste o autonomiste, favorite o no dalla Francia, dalla Chiesa, da qualche progetto - chissà? - di impero Wittelsbachiano - offembacchiano germogliato nelle vigilie, diciamo così, diplomatiche di Palazzo Chigi.

    Potranno anche avere successi locali e temporanei, profittando di transazioni con i ceti sconfitti, o con la plutocrazia. Ma l'impero germanico vive nelle teste di milioni di proletari, che brulicano nei vortici di asfalto e di pietra creati dalla grande industria: per costoro l'unità germanica é vigoroso presupposto di esistenza materiale, ed insieme esigenza spirituale. L'unità che per gli Junker come Manteuffel era una conquista piena di attriti e di dissappunti, per gli Junker come Waldersee un più vasto campo per far carriera, é finalmente perfettamente assimilato dai tecnici, dagli operai specialisti, dagli impiegati di banca, dai braccianti, dai fonditori, dai meccanici, dagli uomini che sono pullulati attorno alle miniere e alle officine; fa tutt'uno con la loro passione di classe e col loro orgoglio di produttore.

    Perciò, la rivoluzione liberale che si compie in Germania, porta in sé la guerra di rivincita. Gli Junker si sarebbero rassegnati alla sconfitta; i funzionari tradizionalisti come Von Kahr, anche; gli Hohenzollern o i Wittelbach, anche: i plutocrati del carbone o del ferro, forse anche: ma gli uomini dei nuovi ceti, inquadrati dai partiti di masse, social-democratici o tedesco-nazionali, non vi si rassegneranno mai. Le grandi democrazie sono guerriere: e la democrazia tedesca marcerà ancora all'obiettivo di Bismarck, l'Impero unitario, con i sistemi di Bismarck, col ferro e eroi fuoco.

GIOVANNI ANSALDO.

NOTA BIBLIOGRAFICA.

(1) Fra gli altri documenti, una descrizione vivacissima di quello che era la vita quotidiana nelle provincie agricole prussiane si ha in: Hellmut von Gerlach: Meine Erlebnisse in der Preussische Verwalbung. Varlag Die Velt a. Montag, Berlin.
(2) Fra la letteratura federalistica sono necessari, per una conoscenza elementare della questione:
Gli eccellenti riassunti e antologie di Görres, Radowitz, ecc. pubblicati sotto la direzione del prof. Arno Duch presso Dreimasken Verlag. Munchen, nella raccolta Der Deutsche Staatsgedanke.
Constantin Frantz: Deutschland u. der Foederalismus, Deutsche Verlagsanstalt, Stuttgart u. Berlin, 1921.
Foerster: Zentralismus oder Foederalismus? Reinhardt Verlag. Munchen, 1920.
Schmittmann: Preussen-Deutscland oder Deutsches Deutschland?. Bonn, 1920.
(3) Sull'azione del governo prussiano nel campo della scuola:
Konrad Haenisch: Staat u. Hochschule. Verlag, für Politik u. Wirtschaft, Berlin, 1920.
Boelitz: Der Aufbau der Preussischen Bildungswesens, Quelle u. Meyer Verlag. Leipzig, l923.
(4) Roberts Suster: La Germania republicana. Alpes, ed. Milano, 1923.