NEL GIORNALISMO ITALIANO

LUCIANO MAGRINI

    Era, di tutti i giornalisti italiani all'estero, quello che aveva più stile, più linea. La sua barba prolissa, da mugik, lo guidava. Non dico ch'egli avesse soltanto la barba: aveva anche un nobile cuore. Ma era la barba che gli faceva scegliere gli alberghi, i mezzi di locomozione, gli itinerari, le persone da intervistare: quella era più che una barba, era un impegno morale alla bizzarria ingenua. La barba dominava anche la sua situazione finanziaria, in questo senso: che gli imponeva di affrontare lunghi réportages con assoluta incertezza sul rifornimento dei fondi, alla ventura, come un pellegrino: ed economie stringate a favore di una amministrazione che a Milano manteneva cento parassiti. Se Magrini aveva in portafoglio un assegno bancario, quell'assegno era immancabilmente irriscotibile: se aveva una lettera di credito, l'aveva per banche distanti mille chilometri dalla sua destinazione: se aveva uno chèque, occorreva sempre la conferma, tempo un mese, da Milano. La diffidenza, agli sportelli delle banche, nasceva istantanea a veder la sua barba spazzolante il golettone di pelo arricciato del cappotto, in un aruffio peloso tra umano e ferino: e si creava attorno al cristianissimo Magrini un alone di giudaismo onorario e di supposto levantinismo, che gli valevano la sospensione, il rinvio o il netto rifiuto di ogni pagamento. Quindi, crisi. Crisi: ma anche servizio.

    Il diligentissimo servizio di Magrini era anzi in diretta correlazione col disordine amministrativo del Secolo. Se Pontremoli fosse stato un amministratore ragionevole e puntuale, Magrini non sarebbe diventato un grande giornalista, com'è. Non si sarebbe "trovato". Si sarebbe comprato una valigia di cuoio giallo, con le serrature di metallo bianco, come un inglese: figurarsi, Magrini "come un inglese!". Invece no: girò l'Europa con una valigia nera, da emigrante, tutta bugne e bugnoni compressi dalle cinghie strette disperatamente all'ora della partenza: ciò gli accresceva le difficoltà alle frontiere, perché i doganieri e i poliziotti lo pigliavano subito d'occhio: alle stazioni, perché i fattorini si rifiutavano di accettarla in deposito: agli hôtels, perché immediatamente i gaglioffi della hall, maître d'hôtel, lift e compagnia, iniziavano contro di lui un tacito sabotaggio, come contro un viaggiatore undesirable. Chi non ha udito gli sfoghi di Magrini contro la sua vecchia valigia, ha perduto gli accenti di un uomo moderno che più si avvicinassero agli accenti degli antichi contro il peso del fato. Ma Ifigenia, pur sazia di sventure, gioiva della propria bellezza: Magrini, oppresso dalla valigia, confidava nella propria barba.

    Ho accennato allo "stile" di Magrini. Inconfondibile. Tre particolari minimi, se vi piace.

    Magrini, a Colonia. Ha da scegliere un albergo. Ce ne sono diecine, con soliti nomi banali, stereotipati, rispettabili. Magrini non cerca. Magrini va, dove la sua barba lo guida. L'hôtel di Magrini si chiama così: Hôtel zum Ewige Lampe, alla Lampada eterna. Egli si meravigliava che noi ne ridessimo.





    Magrini, a Düsseldorf. Il municipio dell'inclita città renana aveva, da pochi giorni, concesso licenza di esercizio a certi trespoli automobilistici a tre ruote, senza baricentro ben definito, di estrema instabilità, destinati a far finire di mala morte i loro clienti. Magrini scoprì quei trespoli, che tutti gli uomini riflessivi disdegnavano. Da allora in poi, non ci fu più verso di fargli prendere un automobile normale, stabile, a quattro ruote. Egli non voleva quattro ruote voleva "la ruota", com'egli chiamava, con infantile sinéddoche, i trespoli di Düsseldorf. "No, no: prendiamo la ruota. La ruota, la ruota". La testardaggine di Magrini é tragica: la contraddizione gli scolora il viso, gli allunga la barba. Bisognava prendere "la ruota". Avvenne ciò che doveva avvenire: una sera, "la ruota" ruzzolò in un fossato, sulla strada da Essen a Düsseldorf. "La ruota" restò fracassata, Magrini no.

    Magrini, a Zurigo. Città modernissima, elegante, Zurigo ha praticamente abolito le vetture a cavalli. Per quella "pietà cantonale", per quella reverenza provinciale verso li antichi ornamenti e gli antichi servitori delle comunità, che in Svizzera si mantiene, e che solo Gottfried Keller espresse, la città di Zurigo consente ancora ad un vecchio cocchiere, padrone e guidatore di un vecchio landò più frusto di uno sciabecco algerino, di far la posta al piazzale della stazione, e di cimentarsi fra i taxis in corsa. Quel cocchiere é veramente un personaggio helleriano, cittadino onorario della città di Seldwila: e solo Keller riuscirebbe a darci la sua filosofia. Unico e abbandonatissimo vetturino di Zurigo, egli attende sempre, senza grandi speranze, l'arrivo di qualche suo concittadino ideale: ravvolto in uno spencer capace di spremere calderoni di brodo, é una sfida vivente alla pulizia elvetica: abituato a fare i conti in rappen all'antica, e non in franchi, aggiunge un accento di mistero al dolore di ogni pagamento in moneta svizzera, che é già un intimo, particolare dolore: e poi, prudente, si rifiuta di portare il passeggero nelle tumultuose strade centrali: con lunghi giri, si riserva di condurlo sui quais lungo l'Alster, traccheggiando come i landò del buon tempo, riservati agli amanti che cercano sotto i soffietti chiusi, di rimediare con l'acrobazia alla mancanza di un letto. Ebbene: é su questa impudica vettura che Magrini girò per Zurigo, in una giornata di neve, il gennaio scorso. Appena arrivato, tac, il vetturino, la vettura e lui si incontrarono, si riconobbero, della stessa patria, dello stesso mando: e si godettero un giorno reciprocamente. Fu una cosa poetica, come le nozze delle farfalle: l'unica vettura pubblica di Zurigo aveva atteso per lunghi anni l'uomo dalla barba bizantina, che sarebbe giunto dal Sud con una valigia sbuzzata. Poi Magrini partì, e la vettura rimase vedova. L'ultima volta che passai per Zurigo la vidi, sola e in disparte; il vetturino helleriano, appoggiato ai pilastri della stazione, ravvolta nello spencer, aspettava. Aspetta Magrini.





    Il curioso é poi questo: che in un ambiente dove la sbarbificatura, le ghette, i cappotti raglan e le valigie di cuoio contano moltissimo - com'è l'ambiente dei soliti trenta giornalisti che si ritrovano sempre all'estero - Magrini sia riuscito ad imporsi, integrale: barba, cappotto con collo di pelo, valigia e cernecchi sulla fronte. Quelli che lo conoscono, sanno di avere di fronte un reporter internazionale di prima forza: e quelli che non lo conoscono, capiscono subito dalla barba ascetica e monacale di aver da fare con uno che non si spaventa di fare a piedi la ritirata da Belgrado a Salonicco. Dietro quella barba, "ce stà nu' penziere". Io vidi Magrini mettere a posto un truffaldino certo Kalcic, un goriziano che si spacciava per inviato speciale di giornali italiani, tirando giù quattrini a destra e a sinistra. Fu nella riunione dei giornalisti che M. François Poncet teneva al quartier generale di Dégoutte. Quando Magrini, pallido e truce si alzò e disse: "J'ai à faire une petite déclaration", vi assicuro che tutti allibirono, assolutamente tutti. Il signor François Poncet, padrone di casa, che pure di barbe da carnefice ne ha veduto - basterebbe quella di Barrère - aveva gli occhi sbarrati. In quella occasione, Magrini, con l'aiuto della sua barba, procedette ad un'opera di "alta giustizia": liquidò il suo uomo. Quando costui usci, dietro suo ordine, dalla sala, M. François Poncet, che aveva assistito alla scena completamente esautorato, ripigliò fiato e con un debole sorriso disse a Magrini: "Monsieur, vous êtes impitoyable, vous l'avez executé!..". Fra il silenzio mortale dei presenti, Magrini lo degnò di una guardata: poi si sedette, e abbassò gli occhi sulla sua barba, che in quel momento era nera, nera, nera come il destino del signor Kalcic. La seduta continuò, con le solite comunicazioni ammaestrate. Ho riveduto, mesi dopo, qualcuno dei giornalisti che vi avevano assistito: la prima domanda era questa: "Où est-il à present vôtre collegue? Mais oui, cet italien avec la barbe noire?...".

    Où est-il? Non essendo, lui, bestia notturna, non lo rividi più al Secolo, prima della muta. Circa il suo passaggio al Corriere, mi sono stati riferiti due particolari impressionanti.

    1) In una mattina del passato settembre, Magrini fu trovato nella Segreteria del Corriere che prendeva accordi circa il modo di procurarsi puntualmente fondi in sterline - vi prego, in sterline! - presso le banche dell'Estremo Oriente.

    2) Magrini si é fatto accorciare, cimare, ravviare la barba. Pare che adesso la porti pettinata come gli ufficiali di marina.

    Quel Corriere, che rovinatore di uomini! Capacissimo di far trovare dei fondi a Magrini, anche a Tokio: e di farlo sorvegliare da qualche console, che non si riduca ad avere di nuovo la barba prolissa. Che maciullamento di originalità, là dentro! Vogliono avere un tipo uniforme di inviato speciale, come hanno l'elzeviro per la terza pagina. Chissà che differenza avranno trovato fra le ghette di Emanuel e la barba di Magrini? Chissà perché le ghette si adatteranno al "fiero liberalismo" del Corriere, e la barba no? Hanno preso un uomo come Magrini, ricco, come ho detto, di stile e di linea, e vogliamo ridurlo subito alla loro misura, alla loro rispettabilità, al carattere elzeviro tondo.

    Sono cose che fanno pensare, e che spiegano molte peripezie del liberalismo del Corriere.

G. A.