INTERVENTISMO - NEUTRALISMO
E FASCISMO

Una polemichetta interrotta

    Nel numero del I maggio del 1923 La Rivoluzione Liberale pubblicava come saggio e anticipazione di Nazionalfascismo del Salvatorelli il capitolo "Lineamenti del nazionalfascismo"; in quella pagina del Salvatorelli era un periodo in cui chiaramente, e senza attenuazioni e distinzioni, l'A. rovesciava sulle spalle degli "interventisti" del '15 la responsabilità massima e immediata della creazione di quella piaga della nostra vita politica del dopoguerra che si chiama "nazionalfascismo": l'affermazione per di più era fatta in termini che rivelavano trasparentissimamente nell'A. il tono dell'antica polemica contro i rei di interventismo.

    Quel periodo, e più quel tono, fecero arricciare il naso a molti degli amici più intimi di R. L., fra cui i vecchi sono stati, si può dire tutti, benché, a modo loro, "interventisti", e i giovanissimi non lo furono solamente perché ... giovanissimi.

    Parlò allora per i vecchi Un Unitario, il quale in una commossa e vivace sua lettera volle pur ricordare "agli storici troppo semplicisti e semplificatori, che, se la superficie delle giornate del maggio fu in parte torbida e schiumosa, al disotto di essa, meno rumorosa ma sicura e pronta al sacrificio, vi era la parte migliore e più pura dell'anima italiana". E all'unitario rispondeva il Salvatorelli, facendo insomma nella risposta le distinzioni che non s'eran trovate nel capitolo in discussione, rimandando del resto all'insieme del libro, e riconfermando in ultimo, integralmente, la sua asserzione della "connessione fra le "radiose giornate" e il fascismo sino alla marcia su Roma compresa".





    La risposta era, per chi la pensava come l'Unitario, soddisfacente fino a un certo punto; come pure non del tutto chiaro e persuasivo parve quel che disse poi a questo proposito il Gobetti nell'ultima puntata, preannunziata in quell'occasione, de' suoi "Motivi di storia italiana"; ma siccome il Salvatorelli in sostanza aveva detto che per giudicare si doveva aspettare a leggere tutto il volume, così noi aspettammo il volume. E quando il volume comparve lo leggemmo molto curiosamente, ma quando l'avemmo letto si dovette dire che l'impressione nostra rimaneva quella di prima, perché in quel volume, tutto l'interventismo in blocco ancora era denunciato come il massimo responsabile del malanno fascista, e in tutto il libro, quando si parlava del fenomeno interventista, tornava a trapelare l'ostilità più appassionata.

    Per cui a quella lettura noi comprendemmo che su quello scottante argomento si sarebbe dovuto, o prima o poi, venire ad una discussione, la quale non avesse più lasciato nessun equivoco e nessun sottinteso.

    Discussione, intendiamoci bene, non su "interventismo" e "neutralismo", chi ha ragione e chi ha torto (questa è una discussione che ora è troppo tardi e troppo presto insieme per farla proficuamente), ma sulla connessione tra "interventismo" e "neutralismo" e "fascismo", e ricerca del contributo che al nascere e allo svolgersi del fascismo hanno recato quei due importantissimi movimenti della nostra storia odierna.

Radiosomaggismo tripolino.

    E, prima di addentrarci nel vivo della questione, rievochiamo, se non dispiace a persona, un altro episodio della nostra storia modernissima, nel quale è impossibile non vedere l'antecedente più necessario e immediato dei fatti che ora ci interessano: voglio dire l'episodio, non dimenticato e non dimenticabile, della guerra libica.

    E qui una dichiarazione: si badi bene che non il fatto della guerra italo-turca e dell'impresa libica è oggetto di queste brevi osservazioni, e tanto meno la convinzione (che del resto era anche la mia) della ineluttabilità di quella impresa di quel tempo, ma piuttosto qui si vuol dire del modo con cui fu allora condotta la campagna interventistica, e il prodursi, nell'ambiente creato da quella campagna, di quello spirito, che ora, edotti dalla più recente esperienza, possiamo chiamare benissimo "spirito fascista".





    Ricordiamo.

    Lasciamo stare le solite soperchierie, che usan sempre e dappertutto in simili occasioni, e di cui si ebbe ancora una rifioritura adesso, per l'incidente di Corfù: campagna di stampa a caratteri spiegatamente nazionalista (Erodoto, Pindaro, Sallustio, Plinio, le aquile romane, il limite dell'Impero, e le repubbliche marinare e Pascoli e D'Annunzio); manifestazione dell'opinione pubblica a base di allettamenti e di assicurazioni tranquillanti (Turchia in isfacelo, la guerra condotta con le ordinarie risorse del bilancio) ecc. ecc. Ma richiamiamo invece alla memoria quegli altri episodi che sono di carattere più evidentemente e "squisitamente" fascista: aizzamento dell'opinione pubblica contro le potenze avverse o presunte tali (gonfiatura dell'episodio del Manouba, boicottaggio dell'Illustration Française incoraggiato dai giornali ufficiosi ecc.); chiusura ermetica e permanente del Parlamento; strapazzata "alla fascista" ad un malcapitato parlamentare, di parte costituzionale, reo di tiepida fede tripolina, da parte d'un autorevolissimo nostro uomo di stato; contumelie e bastonate, tollerate o protette dalla questura, a cittadini, magari a soldati in borghese reduci dalla Libia e invalidi, renitenti o meno pronti a balzare in piedi quando le orchestrine attaccavano " Tripoli, bel suol d'amore"; campagna del Corriere della Sera contro il prof. Sanna, presidente della Federazione Insegnanti Medi, autore di un articolo, vecchio di mesi, contenente qualche riserva sull'impresa sacrosanta, e susseguente pubblicazione sui giornali più "interventisti" di lunghi elenchi di professori dimissionari - per patriottismo - dalla Federazione; scioperi studenteschi, più o meno impediti dalle autorità scolastiche, che scoppiavano alla notizia di ogni Aziziah conquistata o riconquistata; telefonate dalle capitanerie dei porti alle presidenze dei licei di città marittime perché mollassero gli studenti e li spedissero a far festa agli eroi che tornavan vincitori; tutto ciò nell'atmosfera patriottarda e nazionalista creata per ispirazione e col favore del governo in occasione del cinquantenario dell'unità d'Italia.

    Ricordiamo tutto ciò e domandiamoci, se, a ripensarci ora dopo l'esperienza fatta, quella non sia stata proprio la prova generale delle giornate radiose del '15, e l'origine precisa dell'interventismo di quattro anni appresso. Nessuno, io credo, potrà rispondere che no.






Nullismo neutralista

    Dimenticavo un particolare, che, aggiunto al quadro, rende completa la somiglianza fra "interventismo tripolino" e "interventismo del '14-'15": la presenza in Italia, anche allora, di neutralisti, diremo così, costituzionali, i quali, sia pur camminando in questa questione paralleli ai neutralisti del socialismo, non si volevan confondere con essi: alludo specialmente, come ognuno intende, agli scrittori de La Voce prezzoliniana e de L'Unità salveminiana, i quali reagirono allora come potettero meglio alla campagna dei nazionalisti e dei liberali interventisti, senza però ottener altro risultato che quello di farsi o vilipendere o compatire o riprendere dai Corradini, dai Bevioni, dagli Ambrosini, allora tutti insieme fervidi di "radiosomaggismo tripolino".

    C'è però una differenza tra gli antiinterventisti costituzionali di allora e quelli del '15: questa, che gli antitripolini dell'undici, scoppiata la guerra e durante la guerra e dopo di essa, tennero, nei riguardi dell'impresa, un contegno lievemente diverso da quello tenuto dai loro successori nel '15. " Salvemini e gli amici suoi dell'Unità - lascio la parola a Gioacchino Volpe, testimone, per questo, non sospetto, - che pure avevano, assai più insistentemente dei socialisti, avversato l'impresa, affermavano tuttavia che sarebbe stato ridicolo e criminoso ripetere il grido del '96. Unità e Voce... constatarono con simpatia "il magnifico slancio di solidarietà nella guerra"; affermarono il giovamento immediato e grande... venuto a noi da quella guerra, per maggior consapevolezza dataci di realtà non ben conosciute e per conseguenze benefiche derivatene". I neutralisti "costituzionali" di allora, insomma, a guerra scoppiata, sentirono ch'era finita l'ora delle polemiche ed era venuta quella della disciplina: dei neutralisti "costituzionali" del '15, almeno della massima parte, non si può dire che avessero bene appresa quell'arte.

    Io non voglio ripetere qui cose già dette tante volte, e rievocare incresciosi ricordi, ma una cosa bisogna pur ch'io ripeta; che cioè se è vero, come è verissimo, che la propaganda cosiddetta "antidisfattista, è stata, per sé e più per le sue conseguenze, in Italia, come fuori d'Italia, un malanno gravissimo, è altrettanto vero che codesta disgraziata propaganda, fu resa necessaria dalla persistenza sorda, implacabile dell'altra propaganda contro la necessità e la finalità della guerra, condotta in mille modi e in mille forme, dopo il 24 maggio del '15 e ancora dopo il novembre del '17, dai sostenitori della neutralità.





    Ma il periodo in cui il "nullismo neutralista" si spiegò in tutta la sua evidenza e fece forse il maggior danno, fu quello del'immediato dopoguerra, quando i sostenitori "costituzionali" del non intervento, cessato col cessar della guerra l'obbligo e la necessità del riserbo, come se la guerra fosse finita non alla resistenza sul Piave ma a Caporetto, tornarono a sollevare la diatriba delle responsabilità della guerra, perdendo di vista, in quelle iraconde polemiche, tutti gli altri problemi urgenti e vitali che la guerra - vinta - aveva messi in campo.

    E manco male se questi neutralisti "costituzionali" fossero stati conseguenti fino all'ultimo e si fossero alleati, non solo nelle chiacchiere delle polemiche, ma anche nell'azione immediata e risolutiva, coi neutralisti sovversivi socialisti e comunisti allora tuttavia uniti; invece, mentre e nelle invettive verbali contro i guerrafondai uguagliavano, se non superavano, in virulenza i tribuni dei comizi massimalisti, sul terreno pratico i neutralisti costituzionali si perdevano nei platonici vagheggiamenti di un'alleanza coi socialisti alla Ciccotti e coi clericali alla Speranzini, che era cosa assurda e sarebbe stata ad ogni modo, non dignitosa per nessuno.

    Intanto Leonida Bissolati, seguito tosto dal Nitti, provocava con le sue dimissioni, colla sua intervista con la Morning Post, col suo discorso di Milano, una crisi dalla quale avrebbe potuto scaturire la salvezza dell'Italia e dell'Europa: bastava per ciò che, capita la gravità del momento e messi a tacere gli inutili risentimenti; tutte le forze democratiche del paese si fossero poste accanto ai due ministri dimissionari e avessero seguita la linea tracciata, per ispiegarci grossamente, dal Corriere della Sera: invece non ne fu nulla e i neutralisti costituzionali - perché è di questi che ora ci occupiamo - più che mai ingolfati nel loro nullismo, non videro nel Bissolati altro che l'odiato interventista del '15, e assistettero, impassibili e forse, dentro dentro, neanche malcontenti, allo scempio che di quell'uomo e de' suoi fedeli e della loro politica fece allora e appresso la canea nazionalfascista, lasciata libera di sé.





    È vero che due anni dopo Giovanni Giolitti, con le dichiarazioni fatte a Ginevra al corrispondente del Secolo, e con l'incondizionato ed efficacissimo appoggio dato a Sforza per la conclusione del Trattato di Rapallo, fece onorevole ammenda e pose riparo all'antecedente "nullismo" de' suoi seguaci: ma ormai era tardi, s'eran persi due anni inutilmente, l'aria s'era arroventata, gli umori inveleniti, la pirosi fascista appariva troppo avanzata e oramai, per troppi segni, non più guaribile.

    Intanto, in quei due anni molta, moltissima gente, che, pur avendo "voluta, come si dice, la guerra", era rimasta dopo la guerra recisamente avversa ad ogni nazionalismo, appunto dalla "incomprensione" e ostinazione di certi pervicaci neutralisti eran, per disperazione, respinti tra le file degli antichi compagni di fede interventista, passati ora, per una pervicacia non dissimile da quella degli avversari, al nazionalfascismo; onde aveva ragione l'Unitario di dire nella lettera già citata: "il parlare con tanto altezzoso disprezzo di tutti coloro che hanno riconosciuto la necessità della guerra è stata una delle cause che più hanno legittimato la reazione fascista postbellica, e l'attribuire al nazionalfascismo una parte direttamente e di gran lunga predominante nel proclamare quella necessità giustifica il monopolio che il fascismo si è assunto del merito della guerra vittoriosa".

Neutralismo nazionale e fascismo

    Che il neutralismo, o meglio, come sempre, l'esagerazione e la degenerazione di quel che si chiama il neutralismo, abbia concorso efficacissimamente, per la parte sua, insieme col cosiddetto disfattismo bolscevico, a sollevare la reazione nazionalfascista, è cosa che fu detta già e ripetuta da molti, e sulla quale nessuno più, io credo, può sollevare dei dubbi. Una cosa invece che non fu ancora, io credo, posta in evidenza da nessuno è questa: del contributo che alla nascita e all'incremento del nazionalfascismo, ha dato, non indirettamente ma direttamente, non per reazione ma per logica e natural conseguenza quella varietà di neutralismo che qui appunto, per distinguerlo da quello socialista, chiamiamo "costituzionale" o "nazionale".





    Del quale neutralismo la varietà più cospicua e più rispettabile è quella che si potrebbe denominare dal binomio Giolitti- Croce. I due uomini, uno dal Nord e l'altro dal Sud, uno nel campo della politica l'altro nel campo della cultura, lontanissimi in apparenza, vicinissimi in realtà, attendevano da oltre un ventennio ad arricchir l'Italia, economicamente l'uno l'altro spiritualmente; e la bisogna loro era mirabilmente avviata, ma non compiuta, si capisce, anzi neanche condotta a metà, quando nell'agosto del '14 scoppia in Europa quel bataclàn che tutti sappiamo. I due uomini, tutti intenti, anzi rapiti nella loro opera d'arte, non abbastanza, forse, avevan badato al prepararsi e all'approssimarsi del nembo, e ad ogni modo quando il temporale scoppiò, essi furono tratti naturalmente a vedere in quel caso, anzitutto e sovrattutto, un incidente che veniva a turbare e ad interrompere il loro lavoro così bene avviato; e la questione del nostro "intervento" nel conflitto, dato anche il loro particolare temperamento, furono indotti a considerarla uno sotto la specie particolarmente di una sua competizione politico-parlamentare con i superstiti capi dell'opposizione costituzionale sostenuti da forze interessate all'intervento; l'altro sotto l'aspetto, specialmente, di un ritorno offensivo di quella maledetta mentalità massonica, battuta mortificata profligata, ma non ancora scomparsa né domata del tutto. Ma insomma la mente dei due nostri dittatori, in quel frangente, rimase ancora tutta orientata - ipnotizzata vorrei dire - verso la méta che si eran prefissi ed a cui era votata la vita loro: arricchire l'Italia; la guerra voleva dire interrompere l'opera loro, rimandare l'assoluzione del loro compito a chissà quando; bisognava evitare la guerra disturbatrice, stornarla da noi, cansarla ad ogni costo e in ogni modo.

    Giolitti e Croce, se ben si considera, furono in quell'evento in Italia, i soli "nazionalisti" rigidi e assoluti, perché furono i soli, fra gli uomini rappresentativi, a concepire la guerra in sola ed esclusiva funzione degli interessi e della fortuna immediata d'Italia.

    Il neutralismo nazionale, come tutti i grandi movimenti politici e di pensiero, aveva un suo humus di sentimenti e di interessi più bassi e inconsapevoli: il substrato opaco e bruto di quel concetto politico era formato, oltrechè dall'orrore della guerra insito nella matrice di ogni popolo, oltrechè dalla inettitudine alla guerra propria di ogni razza impulsiva e passionale, anche e più da quella particolare mentalità gretta e bottegaia, che, appunto al tempo dell'inizio del conflitto europeo, era largamente diffusa in Italia, e appariva già dominante nell'Italia del Nord e del centro, dove l'incremento economico caratteristico del periodo 1900-1914 aveva fatto affiorare una nuova borghesia dedita al piccolo e medio commercio, alla piccola industria ed all'agricoltura.





    Anche quella classe era, quando scoppiò il conflitto europeo, tutta intenta ad una sua bisogna, non dissimile dalla bisogna cui attendevan dall'alto i demiurghi: quella di risparmiare e di arricchire sé e, insieme, il loro paese; e nell'assoluzione di questo compito aveva posto tutto il suo impegno; aveva mandato i suoi figli all'estero che non mangiassero in casa e guadagnassero fuori, e i rimasti avevan fatto rinunzie d'ogni sorta, si eran sottoposti a disagi d'ogni fatta; e di quelle pene solo allora quella classe incominciava a vedere i primi frutti a godere i primi benefici. Ed ecco venire la guerra. Anche per questa piccola e brava gente, negozianti, rappresentanti e viaggiatori di commercio, piccoli industriali, piccoli e medi proprietari, la guerra era l'interruzione del loro lavoro, la dispersione dei loro primi risparmi, la guerra era il disastro. E questa classe fu tutta neutralista: non tanto prima del nostro intervento, perché allora la questione era politica, e quella gente di politica non ne faceva, quanto durante la guerra, e più, chè allora non c'eran più le stellette, dopo la guerra.

    Ora, se si guarda bene, anche questo neutralismo di ordine, diciamo così, inferiore, come quello di ordine superiore, sebbene con meno o con punta consapevolezza, era in fondo un movimento rigidamente nazionalista, come quello che il problema della guerra europea tendeva a ridurre al problema dell'immediato interesse di una classe che, dell'economia nazionale italiana, formava, si voglia o no, la spina dorsale.

    Questo neutralismo, così diffuso allora in alto e in basso per tutta l'Italia, e così "italiano", nella crisi del '15 non prevalse, anzitutto perché il ceto che lo sentiva più largamente non aveva allora una organizzazione politica autonoma, che anzi, in massima parte, era dalla politica attiva assente; e poi, perché i due dittatori, quello politico e quello spirituale, si videro, o si lasciarono sfuggir di mano le aristocrazie, su cui avevano fino ad allora esercitata la loro onnipotenza.





    Finita la guerra quale fu l'atteggiamento del neutralismo "nazionale" italiano? Il ceto della piccola borghesia recente si mantenne spietatamente logico e conseguente: non aveva voluto la guerra perché questa per lui sarebbe stata ad ogni modo un disastro: la guerra era avvenuta e lui l'aveva subita e sofferta: o finita a Caporetto o finita a Vittorio Veneto la guerra, per quel ceto, s'era risolta in quel deprecato disastro. Quella classe usciva dalla guerra con due propositi ben fermi nella testa e nell'animo, uno di protestare in ogni modo contro la guerra e contro i responsabili di essa, cioè, contro i "signori" e contro "il governo", l'altro di risarcirsi il più presto possibile dei danni economici, veri e presunti, patiti durante la guerra. Il primo proposito fu attuato, nel campo costituzionale, con le elezioni del '19 e del '21, fuori del campo costituzionale con quei tumulti e quelle esplosioni che, cominciate coi moti per il caroviveri dell'estate del '19, andarono a finire nella marcia su Roma. Il secondo proposito si attuò, e si attua con gli scioperi economici gabellati per politici e con l'occupazione di terre e di fabbriche, per dire dei ceti infimi; con l'assalto alle finanze dello stato e col pescecanismo del dopoguerra, per dire di ceti meno umili: con l'avidità territoriale e le rivendicazioni grossolanamente imperialiste, per dire dei ceti, diremo così, più politicanti.

    In questo primo momento il partito che più approfittò di questa reazione sentimentale ed economica succedente alla guerra, fu, si capisce, il socialismo, non in quanto era "socialismo", ma in quanto era stato, con meno riguardi, "neutralismo", ma ben presto l'insufficienza degli aumenti di paghe, il fallimento delle occupazioni, la disoccupazione, deludono gli elementi proletari, specie quelli agricoli e quelli più recentemente inurbati, e li staccano dal socialismo; da un'altra parte i subiti guadagni, mentre placano l'esasperazione dei piccoli borghesi, allargano i ruoli di questa classe, e ne risvegliano l'istinto conservatore. Ed ecco finalmente che l'evoluzione è compiuta! La piccola borghesia neutralista e, sia pure per poco, bolscevizzante, va trovando il suo ubi consistat politico, nel fascismo, il quale a questo ceto offre appunto tutto quello che più gli occorre: nella politica interna l'insurrezione aperta e impunita contro lo Stato responsabile del disastro, la vendetta contro il socialismo che lo ha deluso e impaurito, e la difesa a oltranza della maltolta moneta; in politica estera la rivendicazione, almeno verbale, dei chilometri quadrati, delle colonie, delle concessioni, dei petroli, degli sbocchi, il "niente per niente" insomma la materialità grossolana e appariscente del programma nazionalista ad uso dei villani riuniti.





    Il che ci dà la chiave per intendere bene quel fenomeno della fortuna rapida e larga che il fascismo ha fatto nelle regioni, nei ceti, e nelle persone prima più infette di neutralismo anzi di disfattismo, in contrapposto alla renitenza al fascismo di cui danno esempio regioni, città, gruppi e persone, che a suo tempo furono alla testa del movimento interventista.

    I capi del neutralismo "nazionale" dopo la guerra appaiono, con permesso, incerti e disorientati. Nella polemica suscitata dal Bissolati tacciono. Quando Giolitti e Croce vanno al potere, la loro risurrezione e il loro avvento paiono una vittoria del neutralismo sull'interventismo. Il loro governo, invece, segna il momento più felice del nostro dopoguerra, perché con essi il "neutralismo nazionale" compie la più preziosa funzione che gli fosse riserbata dal destino, quella di infrenare le intemperanze del nazionalismo esaltato dalla vittoria. Ma poi vengono le elezioni del '21. Dopo di quelle Croce si ritira dalla scena politica, ma anche in sede di coltura, nella polemica fascista ancora non ha pronunziata la parola che assicuri i difensori della libertà, anzi recentemente corse voce, non smentita ch'io mi sappia, che egli era d'accordo coi fascisti di destra o "revisionisti". Giolitti, dopo un periodo di agnosticismo nei riguardi del movimento fascista, ben presto favoriva l'esistere del fascismo nelle zone ad esso più refrattarie, e poi pronunciava la famosa sentenza "il fascismo esiste". Per cui non è temerario affermare che anche il neutralismo nazionale di marca superiore, come quell'altro di qualità più scadente, con l'andar del tempo, appesantito come quello delle sue preoccupazioni conservatrici, ha finito con essere attirato nell'orbita del nazional-fascismo felicemente oggi regnante.

Radiosomaggismo costituzionale

    Qui adesso non vorrei poi esagerare tanto da aver l'aria quasi di addossare al neutralismo cosìdetto "nazionale" tutta la responsabilità delle malefatte del fascismo. Io riconosco francamente che la loro buona parte di responsabilità in quel che è occorso ce l'hanno anche gli interventisti di tutti i colori, come riconosco che le "giornate di maggio" furono anche e, se volete, sopratutto, una insurrezione contro i poteri costituzionali dello Stato: la prima di una lunga serie, che è giunta, per ora, fino alla marcia su Roma. Ma però, dopo questo incondizionato mea culpa, devo chieder il permesso di fare ancora, prima di conchiudere, una distinzione ed una constatazione.





    Anzitutto nell'interventismo - e questo mi pare sia già stato detto da molti - occorre sempre distinguere l'interventismo diciamo così "mussoliniano", erede, insomma, dell'irredentismo e del garibaldinismo, e l'interventismo che si può chiamare, tanto per intenderci, "albertiniano" o "regio", se volete risuscitare questa parola, o "costituzionale", il quale era l'erede dell'interventismo piemontese, se non di quello del '49, almeno certo di quelli del '55 e del '59. Dei quali due interventismi se è facile ammettere che il primo era di carattere o effettivamente o tradizionalmente anticostituzionale, è altrettanto doveroso riconoscere che il secondo era di carattere prettamente e gelosamente costituzionale.

    Anzi, e questo è il punto, proprio nelle giornate di maggio si può ritrovare accanto alla insurrezione contro i poteri statali costituiti, anche, e non in ultima linea, la protesta contro i sistemi recisamente anticostituzionali che la opposizione neutralista "nazionale" aveva, specie negli ultimi tempi della neutralità, adoperati per far prevalere la propria opinione.

    È storia di ieri, e l'abbiamo tutti in mente.

    In quelle giornate io mi trovavo, per il mio impiego, in una romitissima prefettura di montagna, dove l'aria era purissima e l'oro straniero non poteva arrivare: fino ad allora, più che la polemica, lassù c'era stata, in tutti i ceti, l'attesa: giunta un mattino la notizia delle dimissioni di Salandra ci fu, tra la gente, stupore, costernazione, disorientamento: la sera una riunione quasi automatica di popolo nella sala d'una società di cultura annessa alle sezione socialista: parlò brevemente un professorello del luogo e il succo del suo discorso fu questo: "non si tratta di dire "vogliamo la guerra", "non vogliamo la guerra", si tratta solo di sapere se l'Italia è ancora un paese retto dalla costituzione per cui i nostri padri cospirarono e morirono, o se è invece un paese in cui, alla vigilia di risoluzioni formidabili, un governo che ha avuto ancora ieri un voto di fiducia dalla Camera, possa oggi esser rovesciato dalla deposizione di trecento biglietti da visita alla portineria di un deputato". L'oratore non disse altro, e la gente presente, anche i neutralisti, anche i socialisti, furono d'una sola opinione, che il Ministero dimissionario doveva tornare a presentarsi alla Camera. Molte volte, dopo d'allora, ho ripensato alla orazione piccola di quel maestro di montagna, e mi son sempre più convinto che essa, in quel momento, esprimeva una grande verità e rispondeva ad una opinione diffusissima in tutti i ceti. E subito dopo la guerra, quando tornò, ahimè, l'ora delle discussioni, io feci quell'obbiezione, a voce e per iscritto a dei convinti sostenitori del neutralismo diciamo "giolittiano", ma non riuscii mai ad averne soddisfacente risposta: "Il Giolitti in quel tempo era appena convalescente di una grave malattia. Il Giolitti si fidava di Salandra e credeva che mai più esso avrebbe dichiarata la guerra". Risposte che non sono risposte.





    E più recentemente, proprio qui in R. L., io tornavo a scrivere la medesima cosa: "...quando, allo scoppio della conflagrazione europea - faccio come i gloriosi asini di Cavalimour: non c'è nessuno che mi cita, mi cito da me - l'Italia si trovò nella necessità di dover risolvere il problema della sua entrata in guerra e della scelta degli alleati e del tempo, Giolitti aveva perciò un suo programma; io non so quale fosse e non posso quindi giudicarlo, ma un programma ce l'aveva; ed aveva anche, lui, padrone, sebbene non ministro, del parlamento, delle prefetture, delle direzioni generali, e di parte della stampa, i mezzi per far prevalere nel paese codesto suo programma, quando e come voleva. Ma in un paese retto, dopo tutto, costituzionalmente e parlamentarmente, egli doveva, per imporre il proprio programma, valersi dei mezzi costituzionali e parlamentari; doveva far così, se non per fede, almeno per abilità di politica interna ed estera. Invece egli aveva perso di tali procedimenti l'abitudine; forse tale possibilità non gli passò neanche per la mente; credette di poter anche questa volta riuscire con i mezzi anticostituzionali, personali, dittatoriali: lettere, gite a Roma, pronunciamenti extraparlamentari, trattative extraufficiali. L'opposizione, che allora era al governo col superstite Salandra, per un po' si batté con le armi costituzionali, ma poi, in un paese la cui educazione politica e liberale era stata così sistematicamente e deliberatamente trascurata, alla stretta finale, dovette, per vincere, ricorrere alle medesime armi dell'avversario, ai mezzi extraparlamentari e anticostituzionali (Sagra di Quarto, giornate di maggio ecc.)".

    Questo io scrivevo nell'ottobre del '22, assai prima che uscisse il libro del Salvatorelli, questo ripeto dopo un anno, assai dopo che quel libro è comparso: e adesso, come allora, io credo di aver ragione. E adesso come allora io dico: deploriamo pure tutti insieme il "radiosomaggismo", ma riconosciamo anche tutti insieme che in esso non tutto fu anticostituzionalismo e illiberalismo; deploriamo pure tutti insieme, ora, il radiosomaggismo, ma assumiamocene anche tutti insieme, noi che allora non eravamo minorenni, le responsabilità; e sopratutto, per la storia, riconosciamo che le "giornate radiose" non furono esse causa dei mali successivi, ma furono esse già effetto di altre cause neanche molto remote, e non furono quelle giornate origine di una serie, ma punto intermedio di una linea, anello di tutta una lunga catena.






Per un fronte unico

    Queste parole, forse troppe, ma certo chiare e sincere, io mi sono indotto a scriverle qui ora, non mica per presunzione di critico e neanche per sadismo di rievocazioni dolorose, e tanto meno per desiderio di oziose polemiche.

    La prima spinta a ripensar queste cose per metterle in carta e pubblicarle m'è venuta dalla lettura di un periodetto breve del libro di Luigi Salvatorelli; a p. 116, alla chiusura del capitolo "Per lo Statuto e per lo Stato", ho trovato scritto: "Contro questo bolscevismo (quello reazionario) occorre oggi il fronte unico di tutti gli elementi legalitari e patriottici - mai le due cose sono state talmente identiche - esistenti ancora in Italia". Sotto queste parole c'è la data 19 Luglio 1922; ma se le parole son rimaste tali e quali nel volume, io suppongo che esse esprimano ancora adesso il pensiero e il desiderio del Salvatorelli.

    Orbene, qui in R. L. nel maggio scorso - asini di Cavalimour soccorretemi ancora del vostro esempio - in un articolo intitolato Congiure e opposizione, con altre parole io ripetevo la stessa invocazione del Salvatorelli: costituire e organizzare quello che il S. chiamava "il fronte unico di tutti gli elementi legalitari e patriottici contro il bolscevismo reazionario" e che io chiamavo "opposizione costituzionale al fascismo". Io per me sono ancora di quella idea: se anche il S. pensa ancora a quel fronte unico, io, e credo anche la Rivoluzione Liberale, siamo qua. Ma prima però che elementi di origine diversa concorrano alla formazione di questo fronte unico, è necessario che essi si intendano bene, e che equivoci sian dissipati, e che relitti di un tempo ormai passato sian tolti dai piedi. Questo mio articolo mira appunto, oltre che a far della storia, a spazzar relitti, a rimuovere ingombri, a togliere malintesi ad agevolare la mutua intelligenza e conoscenza.





    Noi siamo quel che siamo e restiamo quel che eravamo; possiamo aver fallito, diremo anche noi come diceva Renzo, ma a quel nostro fallo noi vogliamo bene, perché per esso noi abbiamo posto anche la vita, e di quel fatto ci onoriamo più che non ci pentiamo; possiamo aver fallato, ma insieme con noi, almeno quanto noi, hanno fallato anche quelli che erano i nostri avversari: e se tutti abbiamo sbagliato, come dice bene Vinciguerra, tutti del nostro sbagliare abbiam fatto una crudelissima penitenza. Non ci rinfacciamo più gli uni gli altri i nostri falli, ammettiamo la buona fede reciproca. Quel che è stato è stato, non ci pensiamo più; pensiamo all'oggi, provvediamo al domani.

    Dopo la guerra del '14-'18, un'altra guerra è scoppiata, nel nostro paese e fuori, che si sa quando e come è incominciata ma non si sa come nè quando finirà. In quell'altra guerra noi e voi siamo stati divisi, per questa possiamo essere uniti. La méta di questa guerra, per noi è ancora quella, la libertà: libertà all'interno, libertà all'estero: per voi non può essere un'altra. E questa guerra si annunzia forse più aspra, certo più lunga di quella: finché avremo vita la combatteremo, e siam felicissimi di combatterla con voi.

    Ma dare, o ridare la libertà all'Idea, è cosa più ardua che negargliela o ripigliargliela: la libertà una prima volta l'ha data agli Italiani un pugno di malinconici, e la loro gesta fu definita un "eroico sopruso"; per restituire questa libertà agli Italiani nolenti o indifferenti, occorrerà un altro sopruso, una serie di altri soprusi.

    E per la bisogna di far "soprusi" di questo genere, credete pure, non sarà né inutile né disprezzabile l'opera di noi quattro malinconici di liberali dal temperamento di rivoluzionarii, di noi liberali, si licet, "interventisti".

AUGUSTO MONTI.