LETTERA A PARIGI

Caro amico,

    Forse il tuo giornale non mette il problema italiano nei suoi giusti termini. Lasciamo da parte il caso specifico dei fatti di Firenze: non ti potrei dire nulla più di quello che sai.

    Invece può interessarti e illuminarti la mia esperienza e il mio pensiero sul problema centrale che voi sollevate: i dubbi sulla civiltà italiana. L'autorità della mia risposta viene soltanto dalla mia posizione di antifascista intransigente, antifascista dal 1919 ad oggi e finché vivrò, antifascista che non ha creduto si potesse liquidare il movimento del Mussolini come un problema di polizia, ma l'ha giudicato sin da principio il segno decisivo di una crisi secolare dello spirito italiano, antifascista, come antigiolittiano, quando gli uomini dei ministeri Giolitti, Bonomi, Facta, scherzavano col fascismo per corromperlo e corrompersi, lo armavano, cercavano di utilizzarlo ai loro fini persino nel settembre 1922 con pubblici discorsi.

    Ti confesso che dal 1919 ad oggi ho sempre pensato al problema dell'unità italiana e della sua funzione europea con commossa trepidazione: l'Italia è una nazione troppo giovane e troppo vecchia e la crisi di tutta l'Europa non manca di essere sentita qui con delicatissima sensibilità. La superficiale retorica dominante dei nostri destini imperiali non giova ad allontanare queste mie preoccupazioni come due anni fa le rudi pretese della politica di Poincaré non giovavano a dissipare i miei dubbi sul futuro dell'Europa. Bisogna amare l'Italia con orgoglio di europei e con l'austera passione dell'esule in patria per capire con quale serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio noi viviamo nella presente realtà fascista sicuri di non cedere e indifferenti a qualunque specie di consolazione.





    Ma certe crisi totali non sono sempre un segno di decadenza: la Francia ha avuto con Napoleone III un ventennio analogo a quello che per noi si è iniziato e ne è uscita nazione moderna per sempre. Napoleone III aveva una statura diversa, almeno in politica estera, da Mussolini, ma la Francia politicante ed intellettuale dopo il coup d'État non sembrava valere molto più dell'Italia di oggi. Voglio dire che Benedetto Croce potrebbe scrivere con uguale autorità Napoléon le petit come Sturzo riecheggia Montalembert, mentre il duca di Cesarò è riuscito solo per un anno a fare la parte di Odilon Barrot in 32, meno fortunato di Casertano, Marrast dell'Aventino. Abbiamo anche noi Ledru Rollin, il disarmato capo della Montagna che abbandona l'aula parlamentare e non osa fare l'Antiparlamento e parla di difendere una costituzione che è una larva. Ledru Rollin ha dei momenti comici benché, più logico di Amendola, sappia fare l'11 giugno 1849, un atto d'accusa in piena regola. senza sperare in Badoglio-Chargarnier, o in Delcroix orleanista, "col suo seguito di avvocati, di professori, e di eleganti parlatori". E per parlare di cose anche più serie, la Fiat è una Comune in piccolo.





    Come vedi io non ho rosee speranze: ho detto nel 1922 e ho ripetuto dopo il delitto Matteotti che il fascismo è forte, che non si abbatte con le astuzie parlamentari né con i colpi di mano. Quando i signori dell'Opposizione per ridere speravano l'anno scorso una crisi facile, denunciai quanto fosse ignobile per dei sedicenti democratici giocare sulle soluzioni Delcroix, dittatura militare, dissidio fra fascismo e monarchia. Da quel giorno era facile capire che anche l'Aventino aveva i suoi traditori, la gente del compromesso, del lasciar fare, delle soluzioni comode. L'Aventino nacque come una cosa seria, come il nostro processo Dreyfus: ma cadde subito in mano della Massoneria che lavorava per il compromesso, per la soluzione totalitaria. Poiché è inutile nascondere la verità; l'Aventino fu allora contro la questione morale, cercò di impedire con tutti i mezzi la denuncia Donati. Mentre noi facevamo l'opposizione sul serio, altri giocando sul nostro riserbo nel criticarli manovrava e faceva l'opposizione a metà; non si rendeva alcun conto della situazione inesorabile. Siccome costoro continuano a millantare la loro buona fede, essi hanno una sola via per riguadagnare o guadagnare la nostra stima: tornare in Parlamento - poiché così hanno deciso - per fare ogni giorno il loro 11 giugno 1849. L'Aventino che torna in Parlamento per fare della critica tecnica è la più disgustosa e ignobile beffa alla nostra buona fede di oppositori non machiavellici.





    Se a tutto questo io ti aggiungo che come europeo moderno mi rifiuto e mi rifiuterò per combattere il fascismo, di accettare il terreno delle congiure, delle sétte e degli attentati, e che voglio conquistare la libertà di combatterlo apertamente, senza tregue e senza compromessi, tu avrai compreso senza equivoco la natura della mia opposizione.

    Ed eccoti ora gli argomenti che mi fanno sperare che l'Italia non sia finita come paese moderno e civile.

    Esiste in Italia nel Nord, specialmente nel triangolo Genova-Torino-Milano, un proletariato moderno. Negli anni del bolscevismo questo proletariato non pensava alle scomposte rivolte, pensava di creare un ordine nuovo. Oggi rifiuta i vantaggi materiali e la vita tranquilla che gli offrono le corporazioni fasciste, non cede, non si sottrae alle sue responsabilità e ai suoi pericoli. Bisogna vedere da vicino, come io vedo qui, alla Fiat, la tenacia di questo proletariato. Bisogna rendergli onore. Con la sua intransigenza esso ha conquistato i suoi diritti civili, è degno degli altri proletariati europei; le sue battaglie e i suoi sacrifici gli segnano il suo posto di dignità nell'Europa lavoratrice di domani.

    Invece le classi medie intellettuali hanno ripetuto l'esempio di inconsistenza e di mediocre fronda fiancheggiatrice che diedero nella Francia del secondo Impero. Non ti dò nomi perché i nomi sono tutti meschini: che cosa sapresti di più se ti dicessi per es. che il Caggese è il più mediocre esempio di questi semi-uomini transfughi illustri?!





    Ma esiste in Italia un gruppo di uomini nei partiti e fuori dei partiti, gente che non ha ceduto e non cederà. Albertini dice che rimarremo in duecento, Sforza e Donati che rimarremo in venti. Comunque, anche se pochi, rimarranno come un esempio per la classe politica di domani. Se tu scorri gli elenchi degli abbonati a Rivoluzione Liberale li trovi tutti. La loro rettilinea protesta salva i quadri dell'Italia politica futura. Nessuno di essi diventerà ministro o grande burocrate, ma la dignità con cui si rifiutano di essere congiurati come di essere fascisti, salva in tutta una nazione il costume moderno. Negano qualunque concezione paternalistica o totalitaria, resistono al comodo provincialismo; non accettano poverissima pace.

    Sono minoranza, numericamente, ma incutono rispetto anche al più agguerrito nemico. Tra le illusioni universali il cervello di questi uomini funziona, la folla e il successo non hanno prestigio sulla loro volontà di dirittura, sul loro animo non servile. Se tra gli antifascisti ci saranno dei disertori, se molti oppositori troveranno più comodo combattere il fascismo aderendovi, l'antifascismo che qui ti ho descritto non ne sarà minimamente sorpreso. All'estero noi chiediamo soltanto che l'esistenza di questa fermezza di lotta sia intesa come una garanzia che gli italiani sanno pensare da sé al loro futuro e alla loro civiltà. Nella nostra lotta lasciate che rifiutiamo ogni alleanza straniera: le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo curarle che noi. Dobbiamo trovare da soli la nostra giustizia.

    E questa è la nostra dignità di antifascisti: per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.

p. g.