Vita internazionale

I minatori inglesi

    Lo squilibrio che si è avuto nella vita inglese in questi mesi non si connette con una crisi di grande estensione: corrisponde a un momentaneo malessere delle classi operaie per l'improvvisa parità aurea non accompagnata da un analogo aumento della capacità di acquisto della moneta.

    Nell'industria mineraria la crisi si è manifestata in tre elementi: 1) Gli operai dichiarano di non poter sopportare alcuna diminuzione al loro standard of living; 2) l'industria produce a costi troppo alti; 3) l'esportazione è diminuita perché l'estero sostituisce il carbone, dove può, con olii, elettricità, ecc.

    La ragione più profonda della crisi dunque è tecnica e non si può togliere senza una riorganizzazione dell'industria che oggi è arretrata rispetto agli altri paesi.

    Questa inferiorità è un effetto del vigente regime della proprietà privata. Per esso il sottosuolo appartiene al proprietario della superficie soprastante. Succede che chiunque scopra una miniera si improvvisi impresario. Spesso la miniera è piccola, il casuale scopritore non ha disponibilità di capitali mobili. Estrazione e lavorazione vengono allora fatte con sistemi primitivi, non si introducono miglioramenti tecnici; non si possono tentare gli esperimenti sistematici della media e della grande industria; ma si ha solo lo sfruttamento non razionale della piccola industria improvvisata.

    Riparare a queste deficenze è problema di anni. Si tratta di creare un grande ente finanziario che possa monopolizzare almeno tutta la funzione della lavorazione, e magari acquistare in parte le miniere troppo piccole per sfruttarle organicamente. Questo ente dovrebbe risolvere contemporaneamente il problema dell'elettricità e delle miniere e nelle miniere penserebbe a utilizzare i prodotti secondari, benzine, ecc. È un problema a lunga scadenza e intanto i buoni piccoli borghesi inglesi se ne devono rimanere colla paura del bolscevismo di Cook messo avanti con scadenza a otto mesi.





I negri negli Stati Uniti

    Nel dopo guerra si nota negli Stati Uniti un accentuato fenomeno di emigrazione negra dal Sud verso il Nord e l'Est. "Si tratta - scrive John Pepper - di una sollevazione spartachista disarmata contro la schiavitù e l'oppressione dei negri subordinati all'oligarchia capitalistica degli Stati del Sud. Questo movimento verso il Nord ha una grande importanza politica, economica e sociale per gli operai neri e bianchi di tutto il Paese".

    Nel gennaio 1920 i negri degli Stati Uniti erano 10.463.131: otto milioni nel solo Sud. Prima del 1916 emigravano ogni anno dal Sud 10-12 mila negri. Dopo il 1916 questa cifra é salita a 200.000. Dal 1916 al 1924 il Nord è stato invaso da più di un milione di negri. A Détroit, la città dell'automobile, v'erano 5700 negri nel 1910; 53.000 nel 1920. In una stazione di Filadelfia furono visti arrivare in un solo giorno 3000 negri. Per effetto di questa emigrazione la ricchezza generale della Georgia è discesa nel 1923 di 27 milioni di dollari. Nella Carolina del Sud e nella Virginia la borghesia ha cercato di ostacolare questo movimento persino esigendo dagli agenti assuntori della mano d'opera una speciale patente che costa 2000 dollari.

    Il fenomeno è dovuto alle condizioni penose dei contadini negri nel Sud, alla distruzione delle piantagioni di cotone causata dal punteruolo (charançon), dal malcontento svegliato nei negri dalla guerra, dal progresso dell'industria nel Nord accompagnato dalla diminuita offerta della mano d'opera per le leggi restrittive sull'emigrazione.

La vita dei negri nel Sud.

    La coltivazione del cotone è fatta dai negri per una percentuale che va dal 60 al 90 %. L'85 % dei negri sono fittavoli, non proprietari; anzi è tolta loro ogni speranza di diventare proprietari, come riescono talvolta i fittavoli bianchi del Nord e dell'Est. Abitano misere capanne e sono rovinati dal sistema dell'usura. Costretti a comprare a credito, pagano prezzi superiori ai normali del 70 % e persino del 90 % (nell'Arkansas). All'affittuario spetterebbe la metà del raccolto: ma il proprietario si rivale nel raccolto degli anticipi che ha fatto per merci (vitto, vestiti, medicinali). Per questa via i proprietari esercitano un vero commercio con forte lucro. L'affittuario non riesce a far istruire i suoi figli. Nello Stato di Georgia, per esempio, i negri sono il 41 % della popolazione: nel 1923 si è speso 15.000 dollari per le scuole dei negri, 735.000 dollari por le scuole dei bianchi.





    "Aggiungete a ciò - scrive Hovard Slyder nel North American Review del gennaio 1924 - le esecuzioni sommarie, gli episodi di negri bruciati vivi, i cui nomi non appariranno mai nei grandi giornali; pensate che il negro che lavora nelle piantagioni del Sud è un essere timido e impotente che trema al solo nome del Ku-Klux-Klan, e comprenderete la seconda ragione che spinge la massa dei negri ad abbandonare il Sud. Ogni giorno si hanno esempi di contadini negri assaliti dai cani, o fucilati in piazza, o bruciati vivi tra le acclamazioni dalla folla".

Dopo la guerra.

    Durante la guerra, 376.000 negri furono arruolati, 200.000 furono mandati in Europa. I reduci portarono nuove idee, nuove speranze, scossero la tradizionale inerzia della razza.

    Questo risveglio coincise con nuove esigenze del capitalismo americano. Durante la guerra era mancata l'immigrazione europea. Dopo la guerra si ebbero le leggi restrittive. I capitalisti del Nord ricorsero allora agli Stati meridionali.

    "L'immigrante - spiega il giudice Bleanton Fortson - si trova a un basso livello di cultura e si distingue per qualità che sono estranee ai negri. È contaminato di bolscevismo, non comprende l'inglese; si sposa con Americane, genera numerosi figli e se non si sta attenti scompaginerà e infine sostituirà i nostri vecchi quadri. Richiedere dunque mano d'opera all'Europa orientale e meridionale significa moltiplicare in America il numero di uomini di un tipo inferiore (sic). Invece se impiegheremo per questo scopo dei negri, non faremo che ridistribuire una quantità già esistente di razza inferiore senza moltiplicarne il numero".





Conseguenze dell'emigrazione.

    Per effetto dell'emigrazione il livello dei negri emigrati è migliorato; e nel Sud i proprietari offrono ai rimasti condizioni più elevate per evitarne la partenza. La loro coscienza di razza, a contatto con nuovi ambienti si è rafforzata. Ora essi si organizzano, resistono alle persecuzioni. I linciaggi di negri sono diminuiti da 155 nel 1892, a 61 nel 1922, a 28 nel 1923, a 16 nel 1924. Nel Sud i negri avevano il diritto elettorale soltanto di nome; ora nei centri industriali del Nord riescono ad esercitarlo di fatto: è più difficile addomesticarli.

    Un risultato oggettivo dell'emigrazione è stato l'impulso all'industrializzazione nel Sud. Le risorse minerarie e idrauliche saranno l'avvenire del Sud che sino a ieri viveva tutto della coltivazione del cotone.

    Ma il movimento emigratorio, invece di risolvere, accentua il problema negro. Non è solo più un problema di razza; colla proletarizzazione dei negri, portati a vivere nella città moderna, diventa un problema di classe.

    L'organizzazione dei negri nei Sindacati è attualmente assai difficile perché i mandarini sindacali non vogliono saperne di ammetterli a parità coi lavoratori bianchi. Di questo dissenso approfittano i capitalisti che cercano di accentuare il distacco. Ma è certo che una volta messi a contatto con la civiltà moderna i negri non si rassegneranno a fare soltanto la parte di krumiri.

L'operaio austriaco

    Il movimento operaio in Austria non presenta alcun carattere rivoluzionario. La socialdemocrazia ha gusti piccolo-borghesi.

    Dal 1880 al 1900 l'operaio socialdemocratico austriaco cercava di imitare anche nei costumi lo studente e l'artista bohémien. Cappella democratica, cravatta al vento. Con la prevalenza della burocrazia prevalgono altri gusti. Il burocrate sindacale cerca di assomigliare al mercante di vino o al macellaio agiato. Catena massiccia al gilet, anelli brillanti alle dita, ecco le prove della rispettabilità borghese. Il burocrate che guarda più in alto sogna l'eleganza del commesso viaggiatore.

    Di questa passività e di questa leggerezza vi sono ragioni storiche connesse con la storia stessa della monarchia di Absburgo.





    Anche ai primordi del socialismo europeo, quando il proletariato austriaco era ortodossamente marxista, le influenze borghesi si fanno sentire. Si hanno fenomeni assai curiosi di ateismo e di anticlericalismo operaio. I liberi pensatori proletari, per es., formarono dalle vere e proprie comunità mistiche i cui adepti invece di pregare Dio adorarono "il Bello, il Vero, il Bene". Il loro leader propose in un Congresso socialdemocratico l'introduzione di una religione umana universale. Più tardi i socialdemocratici austriaci si entusiasmarono par la conversione dal cattolicismo al protestantismo. In seguito mostrarono simpatie per il cattolicismo. Una volta chiedevano la separazione di Chiesa e Stato. Oggi considerano la religione come un affare privato. Ma da un socialdemocratico ebreo in Austria ho udito questo significativa dichiarazione: "Il partito socialdemocratico vincerà solo quando i curati rurali saranno diventati socialdemocratici".

    La grande preoccupazione del partito in Austria fu la questione elettorale. La prima dimostrazione in favore della riforma elettorale si ebbe a Vienna nel 1869. Ma le prime elezioni a suffragio universale sono del 1907. Per questi 40 anni l'operaio austriaco lottò ininterrottamente per il diritto di voto. Fu una lotta a base di dimostrazione rumorose e turbolente, unica arma che avessero in un regime di costituzione paternalistica. Il 1 maggio era la data scelta di preferenza per questa propaganda per il voto. Così il movimento operaio fu, in questo clima, naturalmente socialdemocratico: sopratutto dopo il 1895, all'accentuarsi della crisi delle nazionalità, ogni carattere classista fu mascherato.

    Insomma il movimento operaio è cresciuto con lo spirito della vecchia Austria burocratica, né in questi pochi anni del dopoguerra ha saputo ancora liberarsene.