LAMENNAIS ANTIREAZIONARIO

    Un articolo puramente politico dell'abate Lamennais apparve nella "Revue des deux mondes" del 1 agosto, col titolo: De l'absolutisme et de la liberté (Dialoghetti) "Deux doctrines, deux systèmes - così cominciava l'articolo - se disputent aujourd'ui l'empire du monde, la doctrine de la liberté et la doctrine de l'absolutisme; le système qui donne à la société le droit pour fondement, et celui qui la livre à la force brutale".

    Questo scritto, ch'ebbe poi molte edizioni, era una risposta ad "un écrit semi-officiel qui produisit, il y a trois ans, une assez vive sensation en Italie, où les gouvernemens prirent soin de le répandre à un grand nombre d'exemplaires" e una critica di speciali catechismi, pubblicati per ordine dell'imperatore d'Austria e dello Czar di Russia.

    Lo scritto "semi-ufficiale" a cui allude il Lamennais era un opuscoletto del Conte Monaldo Leopardi, intitolato: Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831. Questo opuscolo ch'ebbe larga diffusione in Italia e fu tradotto in francese, in tedesco e in olandese, sosteneva vivacemente e direi quasi sfacciatamente, le più strane teorie legittimiste. Non si accontentava, infatti, di affermare che "l'autorità dei re non viene dai popoli, ma viene addirittura da Dio, il quale avendo fatto gli uomini per vivere in società ha reso necessario un capo che li governi, e con ciò ha comandato che i popoli ubbidiscano al re"; e che "i re non vogliono mai, e non possono volere il male del popolo, perché il popolo è la famiglia e il patrimonio del re, e nessun vuole il danno della propria famiglia e la rovina del suo patrimonio"; ma giungeva fino a proporre uno smembramento della Francia e a deplorare l'unione di questa con la Russia e l'Inghilterra contro la Turchia!





    "I turchi - diceva nel Dialogo secondo - sono padroni in casa loro come ognuno è padrone in casa sua, e perciò la sovranità dei Turchi deve essere rispettata come quella degli altri principi". Poscia aggiungeva, mettendo le sue parole in bocca al Giudizio, che discuteva con la Libertà: "Il Turco ha cattivo nome, e chi non è stato in Turchia crede che in quel paese non si faccia altro che impalare e strozzare senza sapersi al perché. In sostanza però anche là ci sono ordini e leggi, e chi attende ai fatti suoi forse vive più tranquillo in mezzo ai Turchi, che in qualche altra nazione del mondo troppo complimentosa e civilizzata. Quanto poi ai vostri Greci erano trattati benissimo, e lungi dal vivere in servitù, potevano quasi considerarsi come i padroni detta Turchia".

    Come si vede da questi brevi saggi lo scritto del Conte Monaldo Leopardi riassumeva veramente "avec une fidélitè e une franchise que l'on chercherait vainement ailleurs", l'intero sistema dell'assolutismo. L'abate Lamennais rispondeva con una magnifica ed eloquente esposizione dei diritti della libertà e con una critica serrata, fatta in modo particolare dal punto di vista religioso, delle dottrine assolutiste. Con una abilità polemica che irritò i suoi avversari, egli aggiungeva, che l'assolutismo minava il diritto di proprietà privata perché attribuiva "soit à l'Etat, soit au chef de l'Etat, un droit primitif de haut domaine, qui ne serait au fond qu'un pouvoir indirect et arbitraire de vie et de mort sur tous ses membres" e dava allo Stato il diritto di tassare i cittadini senza alcun limite, giungendo anche alla confisca pura e semplice. "On doit maintenant comprendre - soggiugeva - comment le mouvement que partout on remarque chez les nations chrétiennes, n'est que l'action sociale du christianisme même, qui tend incessamment a réaliser, dans l'ordre politique et civil, les libertés que contient en germe la maxime fondamentale de l'égalité des hommes devant Dieu, et par conséquent à affranchir pleinement l'homme spirituel de tout contrôle du pouvoir". Queste parole si possono considerare come la prima netta visione di quella dottrina che molti anni dopo faceva nascere, in alcuni Stati d'Europa, quel movimento che fu, impropriamente, chiamato democrazia cristiana.





    Il Lamennais conchiudeva la sua esposizione dottrinale con questa chiara affermazione liberale: "La liberté spirituelle a pour expression la liberté de religion ou de culte, la liberté d'enseignement, la liberté de la presse et la liberté d'association. Lorsque l'une d'elles n'est pas complète, et surtout la dernière, les autres ne sont qu'un vain nom. Ne demandez pas alors sous quelle forme de société vit le peuple ainsi privé de ses droits naturels; demandez sous quelle tyrannie".

    All'assolutismo il Lamennais rimprovera le sue dottrine anticristiane e sopratutto l'abitudine di considerare la religione e la Chiesa cattolica come buoni "mezzi di governo", che occorreva dominare e guidare a proprio talento. I governi così, con la scusa di sorvegliare la purezza della dottrina, s'ingeriscono nelle cose sacre e "à Milan par exemple - diceva - des prêtres seront contraints de soumettre leurs sermons, avant de les prononcer, aux lumières supérieures de la police".

    La Voce della Ragione tacque di fronte allo scritto del polemista francese, o per dir meglio rispose indirettamente con due articoli intitolati: L'indifferenza in politica, dove si criticavano acerbamente le idee dell'abate Lamennais, senza però mai citare le parole da lui scritte nella Revue des deux mondes.

    Il breve scritto dell'abate Lamennais fu ristampato in appendice alla 7 edizione delle Paroles d'un croyant.

    Il nostro scrittore, intanto, viveva ritirato nella sua casetta di La Chenaie, passando le giornate a leggere e a scrivere. Scriveva abbondantemente agli amici e si preparava ad una grande opera filosofica a cui si rimetteva ogni volta che le circostanze dolorose delle sua vita di lottatore, lo costringevano a trarsi in disparte.

    Nelle lettere di quei giorni troviamo parecchi brani importantissimi.





    In una lettera del 5 agosto 1834 al Montalembert dopo avergli ricopiato un lungo brano d'uno scritto dell'abate D'Alzon (uno dei suoi informatori romani, il quale assicurava nuovamente che la condanna delle Paroles era dovuta alle pressioni della Russia e dell'Austria), il Lamennais, con una chiara visione del valore dell'opera propria, scriveva: "Mon article a paru dans la Revue des Deux Mondes, il aura pour effect d'affermir ma position. Le silence futur de Rome, l'opinion unanime des thèologiens sur l'Encyclique, affranchissent l'avenir, et, en résultat, j'auraj conqui pour les catholiques la liberté de parole et d'action dans l'ordre politique. Est-ce donc si peu?".

    Se in queste parole noi possiamo trovare la prova dell'acutezza con cui l'abate Lamennais vedeva da lungi le conseguenze di atti, che parvero a quasi tutti i suoi contemporanei inutili o dannosi, in alcune altre scritte in quel torno di tempo, noi potremo facilmente scoprire la prova più sicura che il distacco del Lamennais da Roma non è dovuto, come vanno affermando ancor oggi certi pseudobiografi dell'abate bretone, né all'orgoglio, né tanto meno allo spirito vendicativo.

    Il 9 agosto del 1834 scriveva, infatti, al marchese della Gervaisas: "...Vous paraissez croire que je me suis laissé entraîneur à des sentiments de vengeance. Je puis affirmer, en toute vérité, que de pareils sentiments ne sont jamais entrés dans mon coeur. À de grands crimes, è de grands désordres j'ai annoncé de grandes punitions; et je ne suis pas en cela plus coupable que Noé, qu'on n'accuse probablement pas d'avoir souhaité et provoqué le deluge". L'affermazione qui è netta; altrove invece la si desume dalla spiegazione ch'egli dà ad un amico e confidente, il D'Alzon, dei motivi che l'hanno spirito a scrivere le Paroles d'un croyant. Motivi nobilissimi, i quali dimostrano che il Lamennais si preoccupava soltanto di impedire che le masse popolari, staccandosi da Roma, perché essa imponeva loro di sottomettersi alla tirannia che le opprimeva, si staccassero anche dal cristianesimo. Da queste illiberali teorie - scriveva il 3 settembre - non sarà scossa la fede d'un cristiano illuminato; "mais en est-il ainsi de masses"?





    Egli era stato condannato dalla Santa Sede e di tale condanna si doleva confidenzialmente cogli amici più sicuri. Ma se ne doleva forse perché gli avevan tolto ogni possibilità di diventar cardinale? Se ne doleva perché lo avevan danneggiato finanziariamente? perché gli allontanavano gli amici?

    No! Subito dopo la condanna egli piange per le anime che saranno scandalizzate dall'assolutismo di Gregorio XVI. Egli deplora le nuove difficoltà, che impediranno di "ramener à la religion ceux qui ont le malheur de ne pas croire!" Oh che tempi! - egli scrive il 22 luglio alla baronessa di Vaux - "Prions, et de toute notre âme, pour qu'ils soient abrégés en effet. Il y aurait s'ils devaient durer, trop d'âmes qui succomberaient".

    Al marchese di Coriolis, che gli aveva riferite le critiche mossegli in certi ambienti a lui vicini, rispondeva il 19 maggio 1834: "Vous auriez pu du moins vous taire, me répondra quelque censeur. Eh! non je ne le pouvais pas; cela m'était impossible. Ces gens-là ne savent pas ce que c'est d'avoir au fond de la poitrine, une parole qui l'oppresse et demande à sortir. Pouvais-je me taire, entouré, comme nous le sommes de tant d'iniquités, de tant de tyrannies, de tant de suffrances et de tant de misères? J'ai senti tout cela, et j'ai parlé. Pouvais-je consentir, d'ailleurs, à ce que les générations futures demandassent compte à ma mémoire d'un de ces lâches sílences qui ne souillent pas moins, et quelque fois plus, qu'une connivence directe au mal? Qu'importe, après tout, qu'on m'accuse? qu'importe que peu de personnes me comprennent maintenant? Ce n'est pas pour elles que j'ai écrit; j'ai écrit pour des temps qui ne sont pas encore, mais qui viendront quoi que disent et fassent ceux qui, aveugles sur le présent, se croient assez forts pour arrêter, dans le sein de Dieu l'avenir qu'il prépare au monde".





    Chi s'immagina di trovare, nei mesi seguenti la condanna delle Paroles un Lamennais iracondo, che scriva colla penna intinta nel fiele, come lo hanno descritto molti suoi avversari, deve provare una grande disillusione leggendo quel ch'egli scriveva dal quieto ritiro di Bretagna, ad un amico suo, legittimista, il D'Azy: "Une large tolérance mutuelle, large comme cette parole de l'Evangile, qui bien entendue et bien sentie, terminerait à jamais, non les discussions mais les querelles: Pax hominibus bonae voluntatis! Je suis ravi que mes frères en république entrent dans cet ordre de pensées. C'est pour moi un nouveau symptôme de ce que j'attende et que je ne verrai pas, du moins sur la terre".

    "Du fond de ma solitude - scriveva il 7 marzo 1835 alla Baronessa de Vaux - j'examine le cours des idées, et il me semble qu'elles font chaque jour un progrès remarquable. Les esprits s'élèvent, les pensées s'épurent, parce qu'au-dessus de la masse égoiste et corrompue qui gouverne ou trafique s'opère un merveilleux développement d'amour".

    Parole così pacifiche ed ottimiste non corrispondevano affatto alla condotta dei reazionari cattolici, i quali continuavano a riempire le loro gazzette e le loro riviste di insulse contumelie e di vergognose calunnie contro l'Abate di S. Malò. Qualcuno poi, usciva in esclamazioni così ridicole e così ingenuamente impudenti, che non si crederebbero se non si potessero leggere nel testo originale. Il Cattolico di Lugano, per esempio, nel fascicolo del 31 ottobre 1834, scrive parlando dei discepoli del Lamennais: "Questi, degli antichi suoi discepoli, non conservava ormai più che il Signor Montalembert, giovane scrittore, le cui idee ultra democratiche sono sì esaltate, che è giunto a sognare una repubblica universale, di cui sarebbe presidente il pontefice: in cui, cioè, la forza materiale sarebbe completamente rimpiazzata dalla potenza morale". Come i lettori vedono si tratta di una vera pazzia, che potrebbe ricordare quelle molto somiglianti del pontefice Gregorio VII e di San Francesco d'Assisi! Ma di tale pazzia potevano meravigliarsi gli atei, i miscredenti; non i segnaci del Cristo.

GUIDO ZADEI.