La Riforma in Italia

I semidei.

    In Italia, tanto la Riforma che la Controriforma non poterono essere altro che espressioni culturali, così che i pochi nostri protestanti furono dei veri e propri eretici, poiché non poterono trovare nelle condizioni politiche della società in cui vissero una sufficiente maturità storica e civile che permettesse di conferire al loro operato i caratteri rivoluzionari dell'operato dei riformatori.

    Il Rinascimento aveva bensì sviluppato l'uomo, ma a detrimento del cittadino.

    Il trionfo dell'arte e quello che vi correva parallelo della vita vissuta e goduta in tutte le sue espressioni possibili, non volevan soltanto significare un ritorno al passato classico che gli Umanisti s'incaricavan di disseppellire da sotto le macerie delle città vetuste e da sotto la polvere degli archivi, ma voleva altresì dire che l'ora della tabula rasa filosofica e politica era già scoccata per gli italiani: i quali, infranti pertanto i vincoli che li legavano alla terra ed al passato, sentivan di vivere in una sfera di vita superiore ed universale.

    L'italiano della Rinascenza sentiva di essere una categoria dello Spirito, di platonicamente incarnare un'Idea: quella dell'Uomo.

    Per dirla col Nietzche, l'italiano d'allora viveva all'infuori ed al di là d'ogni concetto di bene e di male, quale un semidio, a cui tutto fosse permesso e tutto concesso, in dispregio al brutto ed alla morale.

    Tradotto in termini di realtà tale standard of life dava luogo: alla sfrenata rilassatezza dei costumi, all'opulenza, alla glorificazione della gloria di vivere, alla tirannia, al lusso; mentre nel campo della cultura dava luogo: all'anticipato secentismo dei grammatici e degli Umanisti, alle licenze grasse dei novellisti fioriti, alla ostentata spregiudicatezza dei pensatori politici, alla rivendicata libertà di pensiero degli eretici, infine, alle irreligiose scorribande e indagini nei chiusi orti della teologia e del dogma, negli occultisti neoplatonici e magisti.





Incapacità unitaria.

    Perché tutto questo avesse potuto produrre un movimento politico dell'importanza di quello che sincrono avveniva in Germania, ci sarebbe voluto che gli italiani fossero stati tali e non un'accozzaglia degenere di antichi popoli qui amalgamatisi e vissuti sin dai remoti tempi della civiltà pre-romana e romana.

    Od almeno sarebbe occorso che un fatto storico di carattere nazionale avesse creato un interesse ed un'anima unitaria; come, nonostante la rettorica neo-classica del Carducci e del Pascoli, non arrivò a creare il Carroccio.

    Si spiega pertanto come l'appello unitario del Machiavelli qual morta foglia cadesse ai piedi dell'Italia distratta; che da allora dimostrò la sua incapacità e refrattarietà ad ogni concetto di Riforma. Poiché non bisogna dimenticare che l'appello machiavelliano fu il solo tentativo di Riforma politica italiana; e che rimase una semplice espressione sentimentale e letteraria d'uno spirito colto, pel solo fatto che la vita politica - la quale non fosse guerriglia di fazione - in Italia non esisteva.

Il "popolo grasso".

    Altrettanto dicasi dell'attività economica e finanziaria, che al modo di quelle dell'arte e della politica, era esercitata da un numero privilegiato di commercianti e di banchieri, mentre con criteri non razionali era esercitata l'agricoltura la quale era scarsa, e sulle basi famigliari e dell'artigianato si moveva la poca attività industriale di quei tempi pre-capitalistici.

    In tali condizioni, com'è facile capire, non poteva esistere un partito politico di masse; allo stesso modo che una forte corrente di interessi borghesi non poteva sicuramente affermarsi, poiché la borghesia, quale noi la conosciamo oggi, neppure essa ancora esisteva; e quella classe che noi designamo con tale nome non era nient'altro che il "popolo grasso" dei bottegai, degli artefici e dei commercianti.





    La società si divideva pertanto in due distinte classi, rispettivamente collocate agli estremi gradini della scala sociale: in alto i magnati del sangue, della politica, della finanza, della Curia e dell'ingegno; in basso gli umili ed i diseredati, i lazzari ed i mendicanti, gli amati figlioli e la temuta canaglia.

    Il "popolo grasso" stava tra loro, partecipando ai bisogni ed alle passioni dell'una e dell'altra; ma nulla o quasi contava politicamente. Egli era, egli viveva, ed in ciò forse e in nessun'altra cosa va cercata la sua importanza politica. Dedito alle professioni, alle arti ed ai traffici, viveva una vita spregiudicata e libera; ed era com'oggi si dice, in grado di essere all'avanguardia dei movimenti culturali e politici; essendo la sua capacità di avvertire tali movimenti basata sulla indipendenza economica ed acuita dall'aspirazione di conquistarsi l'importanza sociale e politica a cui per forza di cose tendeva.

Il Luteranesimo quale anticipazione liberale.

    Appare quindi naturale il fatto che quasi esclusivamente su questo "popolo grasso" facesse presa il luteranesimo. Un ottimo studio di Mons. Lanzoni su La Controriforma nella città e diocesi di Faenza ce ne dà la conferma col riportare che fa di una lista di nomi di eretici faentini del decimosesto secolo. Troviamo difatti ricordati dei piccoli proprietari quali il fornaio Fanino Fanini che fu impiccato e bruciato a Ferrara nel 1550, due artisti, Maestro Giovanni da Castelbolognese, celebre scultore in legno, e Giacomo Bertuzzi, pittore di qualche valore; assieme a numerosi professionisti, impiegati (quali un Regnoli che fu ministro dei Manfredi signori di Faenza), magistrati, ecclesiastici, militari. ecc.: il che ci conferma e fa vedere che il luteranesimo faentino (e si potrebbe aggiungere di tutta Italia) fu in certo senso anche movimento politico di maturità civile e di classe, non altro essendo per la borghesia di quei tempi l'eresia: o l'aspirazione alla libertà politica, come nel Carnesecchi, nel Fanini e nel Sarpi, ed allora era l'anticipazione d'una esigenza che è ancora oggi attuale; oppure l'esercizio di una libertà naturale, di quella libertà cioè che viene conferita agli artisti dall'esercizio della loro professione, ed ai ricchi dal godimento dei loro beni.





La Controriforma.

    In entrambi i casi, in certo qual modo si trattava di anticipazione liberale, che era, nel primo, ideale e filosofica, e nel secondo pratica e reale. In quest'ultimo non era veramente un'anticipazione, ma una attualità, e come tale difatti fu combattuta dalla Chiesa, la quale, di naturale accordo colle già ricordate circostanze storiche formanti la nostra incapacità politica di quei tempi, impedì all'eresia di concretarsi in una definita espressione politica, forzandola di rifugiarsi nelle pieghe ombrose del costume e dell'arte. Dovendo perciò la Chiesa combatterla in tale campo, gli si rese necessaria l'escogitazione di mezzi adatti; ed ecco sorgere la Controriforma che cominciò con ogni rigore a scandagliare le anime dei sudditi, ed a farsi in quattro per la erezione dei Seminari, nei quali il clero incolto e corrotto fu da allora tenuto a farsi fa propria sacerdotale preparazione.

    Sotto la bufera reazionaria quel che poteva diventare il lievito d'un grandioso fatto politico e sociale, perdeva la propria fisionomia per assumere quella meno importante della personale eresia dei singoli, contro i quali l'Inquisizione aveva buon gioco.

I miracoli "ad usum Delphini".

    Con un pauroso crescendo l'Inquisizione mietè le sue vittime, davanti all'attonita indifferenza della plebe, che si volle con miracolose cose ammansire.

    Qui torna a proposito il ricordo dei vari miracoli avvenuti qua e là, dove più attivi sembravano i focolai dell'eresia: Mons. Lanzoni ricorda quello della Madonna del Fuoco, avvenuto in Faenza la sera del 1 agosto 1567 (era in corso il processo contro gli eretici faentini internati nel carcere inquisitoriale di Tordinona), secondo il quale in una casa bruciata non rimase illesa che l'immagine d'una Madonna dipinta sopra uno straccio e infisso ad un muro con un chiodo ed una fettuccia.

    Se si tien presente che un altro miracolo di quel genere si voleva e si vuole che sia avvenuto press'a poco nelle stesse circostanze a Roma, ed altri dello stesso tipo in altre città italiane e straniere (uno fra gli altri nel 1623, nella vicina Brisighella), si ha motivo di credere che tali miracoli fossero addomesticati; fossero cioè miracoli politici, miti (nel senso moderno) e tabù coi quali impaurire i popoli e convincerli con trascendentali rivelazioni e irresistibili argomenti dell'indiscussa verità della fede cattolica apostolica quale veniva impartita ai popoli dalla Chiesa romana.





Ritorno pagano.

    Era il consenso che mediante la forza si voleva anche allora ottenere; solo che, a differenza di ciò che avviene oggi, si aveva almeno allora la "magnifica pretesa" di scomodare l'Altissimo per le piccole beghe degli omiciattoli cattivi!

    Il ricorrere pertanto a tali strattagemmi non era forse fare appello, né più né meno, al paganesimo che viveva; vive e per l'eternità vivrà nell'animo infantile del popolo? In ciò si veda l'espressione del Paganesimo-Idea, ed universale-eterna categoria dello Spirito.

Le conseguenze della Controriforma.

    a) In male:

    Per voler con sintetici cenni indicare le conseguenze a cui le sopradette circostanze condussero, basti ricordare l'epoca del barocco (epoca essenzialmente controriformistica), dire che cosa essa significó, e come l'astrattismo allora in voga nelle ampollosità dell'arte e nella povertà dorata della vita, logicamente finissero nello spirito d'avventura e nel cicisbeismo che furono la parodia di quanto due secoli prima s'era chiamata "la gioia di vivere".

    Nella differenza tra l'una forma di vita e l'altra è da vedere pertanto la profonda stigmata che due secoli di Controriforma erano riusciti ad imprimere nel corpo vivo del costume e della vita politica italiana. E ciò quale il lato negativo della reazione controriformista.

    b) In bene:

    Ma v'é anche un lato positivo, che da noi è stato altre volte messo in luce, allorché abbiamo parlato della borghesia umanistica romagnola, anti-giacobina e rurale, anti-romantica e riformista-conservatrice.

    Questa borghesia umanistica è stata durante i due secoli della Controriforma la borghesia per gli abitanti delle Legazioni: solo dopo la Rivoluzione di Francia un'altra borghesia è sorta, la borghesia urbana, laica e romantica.

    Abbiamo anche scritto che i due rispettivi campioni sono stati per la prima il Pascoli e per la seconda l'Oriani; e abbiamo aggiunto che il costante concentrarsi della prima nella Diocesi Faentina spiega il resistente guelfismo della patria di Mons. Lanzoni e di Donati.





    A proposito del quale guelfismo urge riconoscere che nei secoli è stato un valido argine posto davanti all'avanzare della fiumana giacobino-laica, che ha padroneggiato, prima, durante e dopo il Risorgimento, col neutralizzare che ha fatto gli urti violenti contro la tradizione.

La duplice anima borghese.

    Il fenomeno da noi descritto non è soltanto romagnolo ma è un fenomeno nazionale. In Romagna e nelle Legazioni assume tali caratteri e nomi, nel Meridionale ne assume altri, ma la lotta tra le correnti borghesi non varia, né si sposta, né tace.

    È per l'appunto ancora attuale, e Salvemini ne sa qualche cosa.

    È ancora questa la lotta tra la Riforma e la Controriforma?

    Ecco una domanda a cui difficilmente si può rispondere. Gli scrittori di Coscientia e alcuni di Rivoluzione Liberale pensan di sì, facendo apparire sopra uno sfondo etico-religioso una lotta che è di costume e politica.

Riforma o non piuttosto socialismo?

    Conveniamo che se la lotta rimanesse tra le due ricordate correnti borghesi, potrebbe ancora assumere i caratteri d'una lotta di idee, di stati d'attimo e di sviluppi storici diversi (maturità industriale contro l'immaturità agraria); ma se nella lotta si vogliono gettare anche altri ceti, per esempio, quelli operai, conserva allora la medesima fisionomia o non diventa piuttosto una lotta di interessi di classe, con obbiettivi esclusivamente economici e sociali?

ARMANDO CAVALLI.