Le condizioni del Regno di Napoli

ai primi albori del risorgimento.

    Uno del più gravi errori dei restaurati Borboni fu quello di non aver compreso che la buona signoria non sta tanto nel pareggio e dei Bilanci e nell'alto prezzo dei fondi pubblici, quanto nel volgere a pro' del paese le Finanze: nel rilevarne la condizione economica e politica; perché, star fermi, non é progredire, ed il progresso é cosa essenziale alla vita degli Stati.

    La popolazione del Regno di Napoli saliva nel 1819 a 5.034.101, superando di 12.875 quella del 1815. Si ebbe, nel 1819, una nascita per ogni 22 abitanti, un morto per ogni 37 ed un matrimonio per ogni 72. Pel numero dei nati e dei matrimoni il 1819 superò gli altri del quinquennio, rimanendone invece inferiore in quello delle morti. I redditi dell'agricoltura, in un paese quasi esclusivamente agricolo, si valutavano appena intorno agli 80 milioni annui di lire italiane. Anche allora, del resto come sempre, allo Stato si alzavano infinite doglianze, invocando le solite Leggi e Decreti che, anche allora, niun effetto producevano e rimanevano... lettera morta.

    E il più strano si era che, mentre il Governo aveva ridotto in sua mano ogni principio di attività economica, facendosi tutore di ogni arte, di ogni commercio, banchiere, produttore, premiatore, per insistente imposizione del popolo, questo stesso poi si querelava per la mancanza di libertà: di ogni male accusava lo Stato e lo odiava e gli cospirava contro.

    Il commercio, regolato coi vecchi principii del mercantilismo, prostrato dal sistema continentale, ebbe negli ultimi cinque anni di questo periodo una certa ripresa, con un movimento totale di L. 191.256.694 alle importazioni e di L. 165.755.530 alle esportazioni. La cifra più bassa delle esportazioni fu quella del 1819 in L. 25.000.000. Lo sbilancio fra importazioni ed esportazioni saliva in tutto il detto quinquennio ad oltre L. 23.000.000 e di più che 17.000.000 pel solo 1819: ciò che, sotto la influenza del Colbertismo e del Sistema della bilancia commerciale destava le maggiori preoccupazioni ed i più fieri allarmi, traducendosi in sempre più rigidi propositi e pratiche protezionistiche.





    Il sistema "proibitivo", rigorosamente mantenuto sotto i due napoleonidi: Giuseppe e Gioacchino, aveva fatto artificiosamente sorgere varie manifatture di cotone e di lana, che vissero di effimera prosperità, ma si abbatterono quando svanì il sistema del blocco napoleonico. "La riapertura del commercio con tutti i paesi, dichiarava ingenuamente il Ministro Zurlo, le ha fatte perdere; e quelle fabbricazioni, che anche in questo sistema potevano sostenersi, sono state distratte dal... contrabbando".

    La libertà del lavoro non era direttamente vincolata. Sussistevano però le Corporazioni di Arti e Mestieri, con tutti i loro inceppi. Se n'erano sciolte alcune dal 1815 in poi, ma anche altre ricostituite, come nel 1817 era avvenuto per l'arte dei Cappellai, il cui Statuto nei suoi 154 articoli faceva rivivere l'assurda tutela governativa, le tiranniche inframmettenze dei maestri, la servitù ed oppressione dei garzoni e tutti quegli altri ostacoli di cui già il Turgot aveva sgombrate le vie del lavoro. Senonché mal comportavano i mutati tempi quelle barbariche costumanze, per cui, men che un anno dopo gli Statuti dell'arte dei Cappellai erano per Decreto aboliti. Ai più sani principi di Economia sociale era chiuso l'intelletto di quei governanti, e la patria di Serra, di Genovesi, di Galiani, dové aspettare sino al cadere del 1821 per ottenere leggi sanzionatrici della libertà del lavoro.

    Il sistema bancario, già riordinato da Re Gioacchino, fu modificato sul finire del 1816 dal Ministro Medici, ma in maniera tale che anche il credito commerciale era posto nelle mani dello Stato. Il Governo applicava così il sistema protezionista non solo alla industria nazionale, ma altresì alla circolazione della ricchezza; alla tutela politica faceva riscontro la tutela economica, elementi, l'una e l'altra, di dispotismo legale.





    Quanto alla pubblica Finanza, unica imposta diretta era quella prediale, il cui contingente era fissato in L. 26.137.000, nel 1820, da ripartirsi su 1.349.407 fondi rurali ed urbani. "Penosissimo" fu detto questo tributo; ad esso s'imputavano lo squallore dei campi, il decadere di ogni industria e commercio e la miseria dei proletari. Con maggior fondamento lamentavasi però l'assetto delle imposte indirette (dogane e gabelle; il monopolio dei tabacchi, delle carte da giuoco, delle polveri piriche; il Registro e Bollo: i diritti di Cancelleria; i proventi del lotto e delle poste, ecc.). Rendevano le imposte indirette L. 25.506.556,25 e gl'introiti diversi L. 12.809.424,25.

    Dal 1815 in poi i carichi tributari erano stati però assai alleggeriti; circa 12 milioni e mezzo di lire erano stati abbuonati ai contribuenti; mentre né pochi, né lievi perduravano i carichi del Tesoro. Il riacquisto dei Regno costava così ai Borboni più che 37 milioni di lire.

    A circa 6 milioni annui ammontavano gli interessi del Debito Pubblico, ad estinzione del quale si era fondata una Cassa di ammortizzazione, senza che però in quindici anni una pur piccola quota di debito fosse spenta.

    Lo "stato discusso" del 1820 prevedeva un'entrata di L. 82.368.119, di contro una spesa di L. 86.506.371, con un deficit di 4 milioni, che il Ministro Medici fu autorizzato a coprire con un prestito redimibile.

    Squallida quindi l'agricoltura, decadenti le industrie, languidi i commerci, gravi danni ne risentivano le private fortune. Ecco il quadro demografico, economico, finanziario del Regno di Napoli allo scoppio della Rivoluzione del 1820.

    Fra la più grande aspettativa, domenica, l ottobre 1820, nella Chiesa di S. Sebastiano, in Napoli, fu aperto il Parlamento. Nel discorso inaugurale della Sessione Re Ferdinando disse della necessità di fare sacrifizi nel ramo delle Finanze. Raccomandava alle cure dei Deputati la protezione del commercio, lo sviluppo della marineria, gli stabilimenti di beneficenza. "Io desidero -così concludeva - portare con me nella tomba la vostra riconoscenza e meritare il solo elogio di aver sempre voluta la vostra felicità".





    Il successivo 4 di ottobre il Ministro Macedonio esponeva al Parlamento lo stato delle pubbliche finanze, denunziando un deficit totale di circa 25 milioni e proponendo, a colmarlo, i tre espedienti della vendita dei beni dello Stato, della istituzione della nuova Cassa di Sconto e dei 4 milioni di effetti pubblici. Molte furono le proposte e lunghe e vivaci le discussioni; ogni deputato aveva le sue proposte. Ma sopratutto qui merita particolare menzione, per la sua rinnovata importanza odierna, il grande discorso pronunziato dal deputato Imbriani, nella tornata del 29 dicembre sui prezzi e sul commercio dei cereali.

    Il 14 dicembre erano giunte notizie al Parlamento, dalla Deputazione provinciale di Bari, di numerosi carichi di frumento, fatti nei porti di questa provincia, per Ancona. Stranissime opinioni sostenne il deputato Pelliccia e poscia il Saponara; sorse da ultimo l'Imbriani e:

    "Signori - egli disse - veggo elevarsi quistioni fra noi sui prezzi e sul commercio dei cereali... Chi di voi ignora che la libertà è quella che moltiplica i valori ed estende le ricchezze, e che ogni minima restrizione nuoce agl'interessi del produttore, del consumatore, del commerciante?... La natura ha con tanta sapienza ordinata questa corsa commerciale, che tutte le istituzioni degli uomini, quando han voluto prendervi parte sotto gli speciosi nomi di soccorsi, d'incoraggiamenti, di previdenze, gli han sempre nociuto. Un paese ha voluto incoraggiare l'agricoltura e ha paralizzato il commercio; un altro ha voluto promuovere le arti ed ha annientata l'agricoltura. Qui Compagnie esclusive si sono arricchite a spese delle altre classi e dei consumatori... Pur tuttavia la natura particolare del commercio dei cereali sembra esigere cure particolari, perché ne dipende la esistenza del popolo. Malgrado ciò, tutti i calcoli, tutti i risultati sono stati per la libertà e si è riserbato per qualche caso straordinarissimo il concedere qualche favore all'immissione od alla estrazione delle derrate cerealiche. La natura del commercio è come quella delle acque che, non ostruite, tendono all'equilibrio...".

    Lunga fu pure la discussione sulla Riforma bancaria, la quale si chiuse col voto unanime di... niente innovare. Anche a questo proposito l'Imbriani sostenne la libertà delle banche, come quella del commercio.

GIOVANNI CARANO DONVITO.