LE MANICHE DI ARIAS

    Pare che il professore Gino Arias abbia una grande parte nei lavori della Commissione nominata per studiare la riforma costituzionale. Ho letto ch'egli escogita formule conciliative, propone soluzioni di compromesso fra Rossoni e gli altri, prepara relazioni generali, è indaffarato come nessun altro collega; e quando mangia al "Fagiano", posa sulla seggiola accanto una borsa di cuoio così sgangheratamente pregna di carte, di piani costituzionali, di progetti corporativi, come mai glie ne si vide una sotto il braccio neppure sotto i porticati della nostra Università. Questa visione di Arias legislatore ventoso e fumoso, riformatore di costituzioni, ravvivò il mio interesse per questa faccenda dei Soloni e dei loro lavori: me la rallegrò, me la rischiarò. Se io dico a quelle migliaia di miei concittadini, che qui a Genova hanno conosciuto Arias: "Sapete: avremo presto una nuova costituzione del Regno, basata sulle Corporazioni di Stato, con un travaso di idee di Sorel, di Maurras, ecc." i miei concittadini non capiscono niente. Ma se dico: "Sapete, avremo presto una nuova costituzione del Regno, e la sta preparando il prof. Arias", i miei concittadini capiscono tutto: e si mettono a ridere.





    I miei rapporti con Arias risalgono ai tempi universitarii: e furono quelli di uno studente che non andava mai a scuola, con un professore che faceva diligentemente lezione. Situazione favorevolissima perché lo scolaro possa giudicare il professore, non in quanto fornitore più o meno corrivo di firme sul libretto, o come suggeritore più o meno garbato di argomenti per tesine e di indicazioni bibliografiche: ma in quanto vale giù dalla cattedra, nella vita. Fin da quei tempi, le mie opinioni personali su di lui furono ferme e concluse. Gli italiani chiamano uomo onesto colui che è rispettoso del denaro altrui, che è alieno dal vendersi brutalmente per uno stipendio o per una sovvenzione. In questo senso volgare della parola, Arias è onestissimo. Ma c'è poi una onestà superiore, più fine: l'onestà delle idee, l'onestà intellettuale. Io credo, per esempio, che sia obbligo morale per uno studioso di economia, sforzarsi di raggiungere precisione rigorosa di concetti e di deduzioni: per un professore di Università, sforzarsi di esporre con chiarezza e con amenità. Uno studioso che ammucchia la propria erudizione, senza preoccuparsi di un ordine ideale da infondersi dentro; un insegnante che non si sforza di dare mai agli scolari l'espressione limpida del proprio lavoro, sono dei disonesti; gente che non sa volere, volta per volta, nei limiti del proprio intelletto, che erra stordendo se stesso e altrui, che erra perché vuole errare. Arias é il tipo più completo e bello di questi disonesti; disonesto studioso, disonesto intelletto: disonesto nel significato, filosoficamente circoscritto e chiarito, da attribuirsi alla parola "onestà". Un bue da lavoro: ha tentato tutti i campi dell'erudizione giuridica o economica: ha vinto concorsi nazionali; ha scritto diecine di libri; ha occupato mezza dozzina di cattedre. Ma quando Farinacci - sì, Farinacci - scrive un articolo esprimendo con chiarezza una propria opinione, egli raggiunge d'un colpo quel grado di onestà intellettuale che Arias, in tanti anni di rimuginamento di boli scientifici, non ha raggiunto mai. Perché Arias non ha mai espresso una idea con chiarezza.





    Ho dovuto studiacchiare la sua opera maggiore: Principii di Economia Commerciale. Faccio appello a tutti coloro, fascisti o non, che hanno avuto quest'opera tra mani, perché dicano in cortesia, se ne è rimasto traccia nel loro sistema mentale, se la loro attività spirituale né è stata in qualche modo eccitata e ravvivata. Sono più di 1000 pagine, stampate, fitte fitte, formato 8, con un apparato enorme di dottrina, e senza una riga che faccia presa su un cervello. A leggere Einaudi, Pantaleoni, Martello, ci accorgiamo che l'Economia politica è l'arte del ragionar bene: può essere che la vita pratica, la economia vissuta, la attività economica tradiscano gli insegnamenti di quei raginonatori: ma essi conservano tutta la loro bellezza, tutta la loro intangibile, superiore verità: sono, a seguirli, un esercizio eccellente per tener pulita e pronta la nostra macchina per pensare. A leggere Arias, invece, siamo immessi nella gelatina; ma non gelatina fatta di brodo, no: gelatina impastrocchiata di colla di pesce; siamo piombati nella penna montata, ma non nella panna montata fatta di crema di latte, no: panna combinata col bianco d'uovo. Sensazione tremenda, quasi dolorosa, di vedere tanto faticoso lavoro, suo di autore e nostro di lettori, sprecato: di sentire, al di là di queste pagine, tante consultazioni di biblioteca sterili, tante notti perdute a tavolino invano; di assistere a questo dramma di un cervello, che non riesce a fissarsi, che non ha il coraggio di circoscriversi, che è sempre tormentato da aneliti, velleità, prurigini di pensiero, e non può pensare mai; che sente l'assillo della creazione, e non può mai provarne la voluttà. Di tanto in tanto, nei Principi di Economia, in questa desolata savana tremante dove tutto molleggia e cede sotto i piedi dell'incauto viandante, comparisce il nome di qualche professore di Università, di cui il professore Arias non condivide le vedute: e cominciano enormi monologhi polemici, su argomenti che nessun lettore può determinare, e che finiscono sempre colla vittoria del professore Arias. Se poi il competitore è il professore Fanno, le cui teorie sono già di per se stesse astruse, allora Arias lo vuole stravincere: gli avvolgimenti dei periodi diventano enormi; è una danza dei sette veli eseguita alla rovescia, in cui l'idea dell'autore, lungi dal rappresentarsi finalmente nuda agli sguardi degli umani, si avvolge e ravvolge, non con sette veli soltanto, ma con tutti i veli, con tutte le lenzuola, con tutti gli stracci, fino a diventare una informe balla di cenci.





    Ma le opere scientifiche di Arias non ci danno l'uomo così bene, come le sue lezioni. Quei pochi studenti universitarii svegli che seguono i corsi, si interessano sopratutto della opinione del docente sui problemi vivi, sui problemi del momento; se non altro, per negarla e contraddirla. Ma questa voglia, di udire l'opinione precisa del professore Arias su un determinato argomento, i suoi studenti non possono cavarsela mai. Sprofondato sulla cattedra - oh quanto! - sedentaria, egli elude i tentativi dei suoi studenti: colle dita badiali accenna gravemente alla delicata operazione di pesare e soppesare il pro e il contro, inclina la gota sulla spalla, come per guardare in prospettiva il panorama delle dottrine contrastanti, e finisce immancabilmente così: "Ecco, su questo punto, mutatis mutandis, avuti i debiti riguardi, oserei affermare che la teoria proposta è accettabile, se peraltro non vi fossero gli argomenti della teoria contraria che la compromettono fortemente: dimodoché, tenuto conto delle considerazioni..." Eccetera. Queste sono le conclusioni che il professore Arias offre ai suoi discenti: e chi non l'ha veduto così, mentr'egli bilancia il suo grassetto fra il liberismo e protezionismo, monopolio e duopolio, fra Smith e Lizt, fra Jannaccone e il terribile Fanno, non sa chi egli sia. Non il tormento del dubbio, che è nobile sempre: ma la volgare incertezza di colui che ha "studiato" tutte le contrastanti dottrine, le ha riassunte, le ha esaurite, ed è incapace di aggiungere allo sforzo catalogato dei cervelli altrui lo sforzo del cervello proprio. In quel momento, Arias non è un uomo: è un tassametro di teorie.

    Applicandosi alla politica, con un cervello così funzionante, Arias doveva necessariamente dar luogo alle accuse di girellismo. La sua attività pratica è una massa di articoli, di discorsi e di argomentazioni, pronta a colare in tutti gli stampi, e a subire tutte le impronte. Io non dico ch'egli fosse, secondo la locuzione volgare, "in mala fede" quando nel 1919 lietamente accettava una candidatura socialista-riformista, o quando, ancora nel 1921, scriveva sul Lavoro articoli asmatici contro l'aumento del prezzo del pane, proposto da Giolitti. La sua onestà volgare e personale, che volentieri gli concedo, non gli consente, io credo, di sostenere una data teoria o un sistema politico, sapendo che è insostenibile, e solo per ottenere un dato successo pratico. No: la sua "mala fede" è più generica e teoretica, è la malafede dello studioso che non sa dare un indirizzo ai proprii studii, la malafede del pensatore che non sa dare una conclusione precisa al proprio pensiero. Socialismo? Fascismo? "Ecco, su questo punto, mutatis mutandis, avuti i debiti riguardi, oserei affermare, se non fosse che...". La solita storia.





    E' un poligrafo. Vecchia figura della cultura italiana, e sopratutto della vita italiana: Sotto la pressione esercitata su di lui dal regime dominante, egli dà fuori articoli e libri, discorsi e relazioni, come la cicala appena grattata sulla pancetta; canta. Inutile pretendere da lui quanto non ci può dare. I fascisti fanno benissimo ad adoperarlo nelle logo commissioni: egli è uno di quei membri provvidenziali di tutte le commissioni, che sobbarcandosi sempre, finiscono per essere i relatori-nati di qualsiasi maggioranza. E li prego, per il bene che gli voglio, di non trattarlo troppo cavalieramente. Gli diano anche a lui qualche contentino; lo facciano, se niente niente è possibile, rappresentante nel Parlamento delle Corporazioni! Da solo, colle sole sue forze, egli non agguanterà mai niente. Soffrì già molte delusioni. Durante la preparazione elettorale del 1923, egli soggiornò per molto tempo a Roma, invano. Mi fa pena sapere che questo mio antico maestro deve aprirsi un varco fra la ressa dei giovani asciutti e ferrigni, tesi come archi saettatori, partecipanti della balestra e del venuto: deve gareggiare con loro in terribilità, deve ostentare, come richiedono i tempi, prestezza di movimenti, un rapido scatto; e "bello sulla vita". Penso che forse io indulgerei alla sua innocente e ventosa vanità di uomo libresco e tavolinaio, più di quanto non farà qualcuno dei nuovi signori venuti su dallo squadrismo e del rassismo provinciali. Arias-Arrivabene, Arias-Arpinati quanto dev'essere difficile, al povero Arias, farsi valere, imporsi, in un ambiente dominato da questi altri uomini, di un altro mondo del suo, che non hanno letto, in tutta la loro vita nemmeno la metà delle pagine ch'egli ha scritto! No: egli non può lottare con costoro. Non ha, per tanto, la faccia bronzea che farebbe d'uopo; la sua erudizione gli appesantisce il passo di carica, con cui si piglian d'assalto gli onori e i posti. Bisogna che qualcheduno, dall'alto, si accorga di Arias, della enorme capacità di lavoro racchiusa in quella testa, lo afferri per la cotennosa collottola, e lo collochi nel posto più propizio per stendere giù articoli e libri, relazioni e discorsi. Bisogna che qualcheduno soccorra la sua ingenuità.





    Ma sì, ingenuità. Arias è un ingenuo. Basti questo. Pochi giorni prima delle elezioni dei '19 egli girava per Genova raggiante. Il suo contributo alla preparazione dell'ambiente era consistito in una serie di articoli, in cui si dava fondo all'universo; si prospettava la soluzione della questione meridionale; si elencavano tutte le audacissime riforme legislative allora di moda, ecc. Sicuro di essersi "piazzato", gli pareva d'esser già a Montecitorio. E a chi lo incontrava, enumerava col solito gesto delle mani badiali le basi della sua vittoria immancabile: era stato, durante la guerra, commissario dei Consumi a Savona, e questo gli portava i voti di tutti i savonesi; era massone, e questo gli portava i voti di tutti i massoni; era presidente dell'Università popolare e questo gli portava i voti di tutti i soci della Università popolare... Un uomo politico, che in mezzo all'ondata massimalista del '19 coltiva, come titolo per essere eletto deputato, il Commissariato dei consumi, l'Università popolare e la Massoneria, ha bisogno di saldi protettori, nella vita, e specie ai tempi che corrono. Un istinto elementare lo avverte di mettersi al ridosso: fa bene. Duecent'anni fa, la benevolenza di qualche signore di corte lo avrebbe tratto dall'ombra della sinagoga, e datogli agio di scrivere, scrivere, scrivere: oggi, signori non ce n'è più, ma restano le Commissioni per la riforma dello Statuto. S'è al riparo, anche qui, dai colpi di bastone e dai colpi di spada, che oggi saettano via per l'aria, peggio ancora di dugent'anni fa...

    Naturalmente però, la riforma istituzionale preparata dalla Commissione dei "Soloni" è per me obietto di risa, soltanto e prima di tutto, perché so che Arias ne é stato il grande impastatore. Rido prima di conoscere le precise linee della riforma: anzi, questo mio riso esclude ch'io possa discutere la riforma stessa come un grave avvenimento politico. Non foss'altri, De Maistre, Gobineau e Treitsche mi hanno insegnato a canzonare le costituzioni - e le riforme delle costituzioni - scritte a tavolino, da gente che fa professione di scrivere. Max Weber, quando ne1 1917 in Prussia si stava progettando lo "Stato corporativo" come ora in Italia, coniò contro i poligrafi riformatori - anche lassù! - la parola di Tintenfasspolitiker, politici da calamaio. Attorno allo Statuto discussero dei cortigiani e dei militari: tutti sapevano portare con eleganza l'uniforme del Re, non uno aveva le dita sporche d'inchiostro: non erano politici da calamaio. Ma questa riforma dello Statuto, questo professore Arias, invece!





    Sempre, quando lo nomino, lo rivedo con la borsa di cuoio piena di carte sotto il braccio, in un continuo sforzo di spingere dentro le maniche della giacca i polsini inamidati. Perch'egli usa ancora quei polsini mobili, staccati dalla camicia, cari ai commessi viaggiatori, ai marescialli dei carabinieri e ai professori di Università. Li usa, dunque, ancora: e non ha ancora saputo concentrare per un minuto la sua attenzione sul loro funzionamento. Egli non ha compreso che quando questi polsini sono fuorusciti dalle maniche, per farveli rientrare occorre introdurre, con calma, la loro estremità superiore nel tubo della manica, e poi, con un leggero tocco di dita, risospingerli in su in modo che dalla manica ne esca soltanto l'orlo inferiore. No. Il professore Arias è in una continua lotta violenta coi suoi polsini: pretende, con movimenti convulsivi, di farli rientrare di colpo: e non ottiene altro che di sgualcirli terribilmente, e di averli sempre penzoloni sulle mani, fuor della manica che non può distendersi sull'avambraccio secondo la lunghezza voluta, perché quel cartoccio bianco, al polso, la risospinge in su e la costringe a ripiegarsi come la pelantega di una armonica. E il professore Arias non sa comporre questo contrasto!

    Permettetemi di essere abbastanza snob per affermare, che chi non sa mettersi a posto i polsini e le maniche, non può riformare lo Statuto del Regno; e che un uomo talmente inelegante non può preparare nessuna nuova legge fondamentale per il popolo italiano.

GIOVANNI ANSALDO