LETTERE MERIDIONALI

ALTAMURA, ai primi di Aprile '25.

Caro Gobetti,

"L'uomo non ama la virtù che a condizione di praticarla liberamente".

    Nella cronaca delle ultime cose nostre, ti sarà sfuggito che è stato due mesi fa rinviato a casa proprio il sindaco massone-socialista-fascista del paese dei trulli, di cui ti ho detto ultimamente. Chi poteva prevedere nulla di simile? La realtà che ci circonda è più intelligente di noi. Per protesta egli ha scritto "ai lavoratori" del suo paese una magnifica epistola, riboccante di radiosomaggismo, di democrazia ed anche di socialismo, scomodando Bovio ed Imbriani e Cavallotti ed appellandosi "ai generosi alimentatori del fascismo provinciale" ed agli amici della Federazione e della Deputazione, contro l'opera degli c austriaci di dentro ", che significa gli avversari del suo paese. Guarda un po' novità!

    Ma i signori del Circolo di Cisternino, un grosso paese presso il mare, tra Locorotondo ed Ostuni, messi fuori dai locali non so come hanno scritto con più franchezza al Prefetto: "Ci rassegnamo a commettere l'imperdonabile puerilità di protestare presso V. S. contro il decreto, ecc. ecc.". Arguto, vero? Il Circolo, come lo immagini, serviva per giocare a carte soltanto e la noblesse ha la fierezza di assicurare che era formato di "galantuomini, forse un po' troppo vecchio stile, ma galantuomini", e non faceva della politica, ma solo innocue partite a scopone ed a tressette; non s'impacciava di dir male del Governo o delle istituzioni... Nihil de Principe. "Era questo un povero Circolo dove si giocava qualche volta lo scopone scientifico e qualche altra volta il tressette senza morto, ma in compenso con moltissimi errori e della santa politica si parlava quel tanto che bastava a tener desto il nostro buon umore sulla pancia tronfia di qualche nostro alto papavero locale. E basta". Con la maggiore serietà non ti pare questa la più importante manifestazione politica nostra di questi mesi, appunto la rivendicazione, fatta dai nostri più grossi ambienti, della libertà di giocare a carte e di ridere innocentemente dei borghesi paesani? O di che altro credi che abbiano bisogno i "cappelli" di quaggiù? Nessun'altra classe ha osato mostrare uguale ardire.





    Chi confonde l'impermeabilità meridionale al fascismo, come a qualsiasi altra concezione e pratica politica, con una determinata ed attiva volontà antifascista, scambia lucciole per lanterne. Eppure, é questa classe di signori, tramontata da noi una trentina d'anni fa, che si vorrebbe oggi rivalorizzare; e ne venne a tessere le lodi a Bari tempo fa nientemeno che S. E. Balbino. Dileguò il loro dominio da allora, ed essi trasmigrarono via, senza molto chiasso, sotto le ondate dei piccoli commercianti, dei grandi fittuari e dei professionisti, "le pagliette", che si erano nel frattempo formati e sognarono la repubblica di Bovio e l'irredentismo di Imbriani, per instaurare il popolarismo liberale di Giolitti. Anche questi ceti medi erano dovunque spariti, negli ultimi dieci anni, strillando, sotto la ben più ampia marea dei cafoni più o meno rossi, ed oggi, pur di tornare a galla, vanno abbracciando anche la croce del fascismo. Ma erano rimasti nei nostri paesi: i primi invece, gli esuli di Magonza, non son tornati che due anni fa, quando coraggiosamente occuparono i caffè per vigilare la distribuzione dei rinfreschi alle milizie moventi all'assalto dei Comuni.

    Non credo perciò valga la pena di rioccuparsi di loro, come neppure dei vostri ceti medi, che altri ha già magistralmente esaminati. Se vuoi che concluda, ti dirò in breve che i signori dei nostri paesi, o piuttosto i ruderi della loro classe, sono di un'assenza di senso politico badiale: formavano coda già al pacchiano di Troia per istinto di conservazione, ma lo hanno abbandonato appena hanno vistonel fascismo e più nel nazionalismo uno scudo più saldo o piuttosto un'arme più rumorosa. Non sempre personalmente cattivi, né maldisposti verso gli umili, sebbene quasi tutti feroci per tirchieria paesana; di rado qualcuno ne esce per largo spirito di beneficenza, più di rado per varia cultura, ed in tal caso nelle lotte paesane erano buon paravento alle malefatte loro: tutti odiano a morte la politica, specie quella dei medi ceti; pensa un po' quella dei cafoni.





LA MURGIA

    Non occorre dirti che c'è anche una Puglia non letteraria, non rettorica, del tutto ignorata, desolata, tetra, respingente, disperata, da tutti per calcolo e per viltà trascurata, quella della Murgia di nord-ovest e dei suoi anche più rozzi contadini. Bisogna che tu impari ad amarla, anche perché non sanno né possono amarla gli altri.

    Se scendi da Bari per la Bari-Taranto, prendendo la Gioia-Rocchetta, puoi percorrere tutta questa zona, dalla Sella di Gioia, dove s'innesta alla Murgia di Alberobello, per tutto il suo centinaio di km. di lunghezza, sino alla Sella di Minervino. Per tutta la sua lunghezza di una cinquantina di chilometri s'innalza a terrazze sempre più elevate sino ad un massimo di 6.700 metri con isoipse parallele al mare, talché chi ascende questa gradinata per la Bari-Taranto o la Bari-Altamura, può, nei vari punti in cui raggiunge la linea di displuvio, godere il doppio spettacolo dei due versanti, di quello verso l'Adriatico, intensamente alberato di ulivi e mandorli, con in fondo le forti tinte azzurrine e viola del mare e qua e là gl'innumerevoli borghi distesi come strisce bianche, e quello poi della brulla solitudine murgiana, dove, a grandi distanze, sono, qua e là sulla dorsale, Santeramo Altamura, Gravina, Poggiorsini, Spinazzola, Minervino. Ma è impossibile abbracciarla tutta di uno sguardo, sino all'incisione a sud-ovest del Bradano, del Basentiello e del Roviniero, sino cioè alla vista del paesaggio basilicatese, ben altrimenti mosso e vivo; perché è impossibile, tranne per le due ferrovie suddette, attraversarlo altrove per la sua lunghezza, non avendo tra Gravina e Minervino alcun altro taglio se non due provinciali agli estremi, da queste città verso il mare. Il paesaggio, nella sua desolata sconfinatezza, nella sua assenza di linee forti, suggestiona ed invita l'occhio a frugare con uno struggimento di morte. Nessuna traccia di alberi, tranne intorno ai paesi per due o tre chilometri; sotto l'oceano di luce eguale, perspicua, sotto le grandi nuvole accavallate, anche l'altopiano nudo è un succedersi di ondate di grigio e ferruggigno lievemente mosse, all'infinito, con solo lo stacco dei terreni più scuri arati e dei verdoni matti dei prati. Dove finisce tutto ciò? All'orizzonte remoto è qualche lieve linea di cinereo, appena ondulato, una pennellata di cilestre più carico, come un semplice tratto su di una carta, il velario di un'ombra lontanissima, talché noi Pugliesi non abbiamo affatto idea di montagna... E che ci sarà mai dunque laggiù? Nasce laggiù la vita? Ma dall'orizzonte, invano spiato, ci richiamano qualche lembo di strada e le innumerevoli indicazioni dei solchi, dei muretti di pietra a divisione dei poderi, che s'innalzano, si arrampicano, discendono su per le Murge, dovunque s'intersecano e si arruffano come una capellatura. Che cosa mai questo paesaggio voglia dire, se non suggestione di solidarietà, di distretta, di tristezza, di dolore che non méndica né aspetta pietà, non saprei, tanto ogni vita è assente di qui: ha osato guardarlo per la prima volta il povero Romano pittore moncherino di Gioia, nato di calzolai e morto povero e tisico recentemente.





    A primavera i terreni meno magri diventano enormi riquadri di verdi, tra cuti arde qualche fiammata della senapa in fiore, e il piano si raccende tutto del giallo di narcisi, del rosso di papaveri selvatici, del bianco di ombrelline. Ma il resto dovunque non muta, e se i prati si tingono di rosa per la fioritura dell'"auzzo", l'antico funebre asfodelo, il quadro viene stretto in giro dal calcare cinerino, fungaia che dovunque punteggia le alture o lebbra che invade e domina qua e là qualcosa di più informe e orrido, la stagliatura slabbrata di qualche "lama", di qualche aspra gravina, qualche abrasione di sanguigno. Appena, di estate, nel giallo pulverulento delle biade, un'accordata sinfonia di verdi a valle: un filare di mais tenero, qualche quercia, un pino nerissimo in mezzo, un campo di patate in secondo piano, e di così poco si fanno i paradisi dei nostri sogni. Le case basse di campagna, così rare, dove nulla spicca nella confusione degl'innumerevoli cortili, hanno la malagrazia di chi sempre ha sofferto e disdegna di piacere; appena qualche inestetico comignolo, qualche piccionaia sporgente. Nessun segno di vita d'intorno: la terra riassorbe i contadini che innumerevoli, mattina e sera, percorrono coi loro muli e i loro traini le strade di campagna; poche pecore del color del calcare o appena più sudicio, qualche magra vacca o giumenta. Il silenzio è rotto da due gazze appaiate nel volo leggero, da qualche stormo di cornacchie, da un enorme falco su in alto, dai gorgheggi virtuosi delle innumerevoli calandre. Qualche volta mi viene a mente il Catullocalvos pascoliano:

Sui campi brulli pesano le nubi,
sopra le nubi volano i rapaci,
Ma sempre van le allodole garrendo
su questi e quelle.

    Ma gli uccelli, si sa, si contentano di poco e non negano la loro gioia a nessuno.





GIUDIZI DEL GALANTI

    Si capisce come nel centro di questa asprezza ripugnante Federico II abbia voluto la casa dell'incanto, Casteldelmonte, e come di lì muovesse spesso alle sue cacce sino oltre Gravina, che troppe tristezze aveva l'uomo. Ma dopo non par nata se non per cavalcate di briganti. Tutta questa zona, se pur non ha più i boschi del passato dei quali è traccia solo nella toponomastica locale, appunto per la sua enorme quantità di petrame, è sana, tranne nel Gravinese, infestato di malaria; ma se Gravina muore ogni giorno più di malaria gli altri paesi sono tutti vittime da secoli della desolazione della Murgia, contro cui gli uomini sono soli a lottare in mezzo a mille difficoltà. Non credere che dei nostri problemi non si cianci da secoli, ma sai bene che non è quistione di ciance. Nella "Relazione ufficiale al Re Ferdinando IV" redatta da uno dei nostri scienziati, Giuseppe Maria Galanti, il 1722, trovo scritto: "Generalmente trovo nelle province che le popolazioni non sono disposte ed allogate con economia. Siccome si governano con leggi parziali di proprietà, così si osservano dappertutto paesi di gran popolazione con un ristretto territorio, e vasti territori posseduti da una piccola popolazione. Canosa, Minervino, Ruvo, Santeramo, Cassano, Acquaviva, Altamura, Gravina e Taranto, che hanno tra i più vasti territori del regno. "Io addurrò ad esempio Altamura, feudo allodiale di V. M. La città si compone di 16.405 persone ristrette in un pugno di territorio che ha 200 circa mila moggi napoletani, capaci di sostenere perlomeno il quadruplo di popolazione nelle circostanze attuali... Questa differenza di economia a me sembra essere la causa principale per cui il litorale della provincia è non solo popolata, ma ben coltivata e che tutto l'opposto si vegga nella interiore. La costituzione delle città è quivi di ostacolo alla maggior popolazione ed alla migliore coltivazione. Esse sono numerose, ma senza villaggi. Questi vi erano nei tempi andati, ma, mancata la sicurezza civile, si è stabilita la medesima economia dei tempi poco sicuri. Forma un altro disordine la gente rustica che vive nella città, per cui avviene che lavori poche ore al giorno. Il contadino di Gravina, di Altamura deve portarsi sino a 15 miglia lontano per lavorare. Quando ciò vidi non mi fece sorpresa di trovare queste due città poste in mezze ad un deserto".





I BORBONI

    Tu ricordi quale seguito di provvidenze abbia dato la monarchia borbonica a questa inchiesta: due anni dopo impiccava uno studente ventenne, studentescamente sognatore di libertà e di miglioramenti sociali, il quale, quando i suoi compagni tradivano, resse con esaltato coraggio al martirio. Non a caso Emmanuele De Deo, il protomartire della rivoluzione politica, è di qui, di Minervino Murge: questi uomini non conoscono che il sacrifizio più oscuro. Ma, si sa, i Borboni avevano allora perduto la testa per le novelle di Francia: che cosa ha impedito al nostro governo di far qualcosa dopo l'inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nel Mezzogiorno? Dal '63 in poi si può dire senza esagerazione che l'abbandono e l'oppressione sieno stati anche maggiori; solo che all'antico brigantaggio è succeduto un seguito ininterrotto di sollevazioni parziali. L'ultimo ministro a pensare a noi, ad una Università di studi da servire per la Murgia e per l'Appennino lucano-calabrese, fu il filosofo e storico Cuoco, e non ebbe il tempo di far nulla. Ma bisogna dire con franchezza che l'oppressione borbonica fu, per ragione d'impotenza, meno esiziale di quella unitaria, e se non altro non ci tolse il magro peculio; e qui una borghesia si formò nel '700, ricca di cultura e di coraggio civile; quasi non esiste da noi famiglia che non si sia formati così i suoi titoli di dominio. Credo che, se fu capace di affrontare le galere, avrebbe avuto anche la forza di avviare la soluzione dei problemi della nostra terra, dei nostri contadini. Certo è venuta a mancare dopo il '60, distratta, sviata, corrotta, depauperata, spezzata, distrutta dal centralismo statale, e, come ti ho detto, da allora la vita unitaria dei nostri borghi è caratterizzata da sollevazioni periodiche parziali, eternamente rinascenti, tolta con la distruzione dei boschi la possibilità del brigantaggio. Anticamente queste masse erano in continua ribellione, contro i Romani e contro i Re di Napoli, come contro i Francesi: dopo, con lo Stato unitario, ogni città di Puglia, da Foggia a Nardò, ha pagato di tanto in tanto il suo tributo di sangue di cafoni, ognuna per le sue piazze. Poco han progredito le plebi, quanto a vivere civile, e vi sono città, quali Cerignola, Andria ed altre, dove ancora costituiscono una classe completamente segregata dal resto dei cittadini per usi, costumi e lingua, dedita all'abigeato, piaga dei nostri paesi, come una volta al brigantaggio; amorfa, impenetrabile, inaccessibile.





LE CULTURE MURGIANE

    Sai bene le nostre culture murgiane; grandi masserie con in media una cinquantina di ettari a granaglie 2 o 300 a pascolo. Latifondo no, ma ancora la maggior parte di queste masserie é nelle mani di quei pochi che, come ti ho detto, non vivono in Puglia ed approfittano della gran richiesta di terreni per fittarle a gran prezzo. C'è poi la classe dei fittuari, che, ottenendole a fatica pel troppo breve tempo di sei anni, parte vi semina cereali, vi manda le sue pecore a raspar fra le pietre, e aspetta che piova. Quest'anno sino alla fine di marzo eran caduti solo 118 mm. di pioggia dal settembre, la quale, come si sa, è convogliata per lo più in inghiottitoi sotterranei. Che cosa può importare al fittuario della progressiva depauperazione del terreno non suo? Grande o piccolo che egli sia, darà alla terra il meno che può: la legge non gli garantisce il risarcimento delle migliorie. Cercherà anche di affaticarsi il meno possibile, di non tormentarsi; al maggese a leguminose o a coltivazione sarchiata, granturco, barbabietola, tabacco, preferirà quello inquartato, nudo; e lavori di ripulitura dalle erbacce eseguirà spesso il meno possibile o nulla. Ma quando il contadino fittuario riesce a diventare lui proprietario della terra, allora sì che prodiga a questa tutte le sue cure e sforzi estremi e la proverbiale laboriosità e lo sparagno più tirato, tanto maggiori quanto più vi si ribella la Murgia; talché sopra Minervino e intorno a Santeramo quei disperati hanno fatto lavori di scasso fantastici, per piantarvi qualche sarmento o qualche mandorlo, con risultato economico nullo o quasi. Ma questa terza categoria, di piccoli o piccolissimi proprietari diretti è molto scarsa ancora da noi, e il bracciantato forma sempre il 70 % della popolazione agricola, né, per l'incuria forzata e volontaria dei grandi fittuari, ha molto da adoperar le braccia durante l'annata. Cose arcinote. Pochi tentativi di medicai, sicché il bestiame strimenzito si nutre gran parte dell'anno di seccume; nessuno quasi di rimboschimento, anzi quasi nessuna idea precisa di ciò nemmeno nei professionalisti, sebbene la quercia, il mandorlo, l'ulivo e tutti gli altri alberi da terreni aridi vadano benissimo anche nella Murgia più aspra; mandorli ed ulivi dei dintorni non reggono, come quelli della marina, alle brine primaverili. Lenta la ricostruzione del vigneto, per la solita mancanza di mezzi nei piccoli, per l'ignavia dei grandi. Mi dicono che la Murgia sia intaccata più seriamente dalla parte di Andria e di Corato, con arditi tentativi di viticultura. Si tratta di lavori coraggiosissimi, fantasticamente dispendiosi, ma ben rari; perché il calcare di questa Murgia, a differenza di quello di Alberobello, è inciso perpendicolarmente dall'azione secolare delle acque e non si sfalda ed è più difficile a svellere ed è disadatto a costruzioni di campagna, sicché è usato solo per ammassare muretti o per imbrecciare strade; dovunque l'humus è così scarso che quasi non vi è traccia di vegetazione.





IL NOSTRO CONTADINO

    La psicologia passiva dei nostri contadini, timidi, impacciati, chiusi, e appunto per ciò capaci delle esplosioni subitanee, mi ricorda sempre quel calabrese sergente dei gendarmi che ebbe a dire al Settembrini, arrestato la prima volta: "Professore, voi siete professore, ma io vi voglio insegnare una cosa. Tre cose rovinano l'uomo, cioè la penna, la carta a il calamaio.. Questi contadini, che contro i loro padroni, proprietari assenteisti o grandi fittuari sfruttatori, non nutrono se non rancore, si son fatti dovunque in questi anni una fama di bestialità a di violenze, a anche l'uomo metaphysicus che fu qui tempo fa ne ebbe l'impressione di maggiore rozzezza e primitività di aspetto, né qui c'è alcuna vita di studi, se non ad Altamura. Ma tieni presente che Ernesto Fortunato li sapeva amare così come sono, e non li trovò né ostili, né violenti, né bestiali. Naturalmente il '19 si abbandonarono qua e là a deplorevoli eccessi, ma i loro padroni furono tutt'altro che cristiani, a Gioia come altrove. Si tratta sempre dunque di dominio di uomini, di uomini che sappiano dominare, cioè amare e comprendere.





    Se ti viene per casa qualche vecchio intelligente e sentenzioso, ti farà, per ottenere qualcosa, l'indovino, il profeta, il consigliere, il novellatore, il poeta, se pure non si spingerà nelle pratiche più difficili della divinazione del futuro. Sempre ti dirà di guardarti dal prossimo di Dio, e che chi ti ha voluto bene ti andrà in faccia al naso, e questo significa che non bisogna partecipare alla vita politica, non scrivere, non parlare, perché da noi quelli che vi partecipano rovinano sempre sé e le loro famiglie, gli onesti s'intende; sempre sentenzierà che il mondo oggi è un mondo... chi serpente, chi leone, chi tigre... volpi, no; son troppo miti bestiole, pel nostro contadino, per entrare nel ceto civile. Poi fa da indovino alle ragazze di casa dei segreti del loro cuore e cerca di allietarle, e interpetra anche i sogni e dà notizia dei morti, e che ha sognato la mamma vestita di velluto tutto infiorato, segno di gloria, che gli portava un regalo di uva nera, segno di lutto, che però io non mangiavo, segno che non ci sarà altro morto, ma era molto triste e cioè vuole suffragi per la sua anima: e le donne làgrimano, mentre quegli suggerisce i numeri pel lotto. Mescolerà anche oscure storie di diavoli coi cavalli di bronzo, dell'uomo dalla barba bianca, di Lucifero e dell'Anticristo figlio della monaca e del monaco segreto, dei sett'anni di buona annata, della fine del mondo, quando la terra sarà bruciata sette palmi, e che Iddio ha creato il povero e il ricco, ed il povero deve campare di sotto al ricco. Vengono poi le storie della sua vita militare, a Milano, quando lui faceva le marce portandosi nello zaino un fiasco di vino, ed il suo tenente aveva sete e lui gli dava da bere, ed il suo capitano aveva sete e beveva, e beveva il suo maggiore, e così anche il suo colonnello e fin il suo generale bevevano tutti uno dopo l'altro, e l'ultimo gli regalava cento lire. Ma oggi, oggi è il mondo, oggi è un mondo... chi serpente, chi leone, chi tigre... Il rimedio? Un vespro. Ma, ohé, non solo al nostro paese, ma per ogni paese; ognuno si uccide i suoi, fino ai topi e ai gatti. "Ma non bisogna uccidere, mio caro, e tu sei un buon cristiano; non tiravi di coltello nemmeno nel vino, quando ce n'era". E' giusto ciò che dice vossignoria, ma oggi ognuno vuol essere sopra l'altro: tu non devi far questo, tu non devi far quest'altro. E siamo noi che gli diamo la forza: si, ti aiuto, perché mi dai questo e questo. Oggi è più brutto del '60, quando il pane arrivò a 12 grani. Così passa alle altre sue glorie, quelle dello sciabà elettorale di una volta, ai tempi dell'on. Abbruzzese, che, a casa sua, non mancavano maccheroni, formaggio, aleatico e moscato, perché la moglie era malata, e lui ricevette un ceffone da don Michele Somma, della parte avversa, ma glielo restituì; talché il rimedio vero è pur sempre quello, un ammazzamento universale dei padroni, se non vogliamo mangiarci l'un l'altro per fame. Ma tu perché quando eri sul Comune non mi desti quella pezza di terreno comunale?





    Se si comprende l'improvvisa uscita finale, è difficile sceverare qualcosa in tutto questo tritume psicologico, dove, in assenza di una religiosità operante e trasformante, la mancanza di dignità civile si colora di rassegnazione con qua e là scoppi di ira impotente.Né è a credere che i giovani di oggi sieno migliori, e se invece degli antichi poemi religiosi popolari cantano le Cigolettes, non ne è mutato il fondo; soprattutto non è diversa né migliore la classe colta; in alto e in basso mancanza di tradizione civile, anarchismo ed abito alla violenza. La legge cominciò a farsi sentire quaggiù una quarantina d'anni fa soltanto e si capì che certi ammazzamenti, certi scherzi, come dicono, per faida, bisognava pagarli. Ma era solo punizione dell'assassinio. Che cosa altro porta la legge? Forse il paese? Forse la terra? Dice il Galanti, nella citata relazione: "Nei feudi i demani sono a profitto dei baroni, dei loro agenti e protetti; nelle città demaniali o allodiali cedono al comodo dei più potenti cittadini". Allora, come oggi.





POLITICA TECNICA

    Eppure si leggono ancora invocazioni d'intervento statale. Poco tempo fa Viterbo, anche lui boviano, cavallottiano, meridionalista, decentralista ecc. ecc., ridottosi a sperare l'autonomia dal fascismo, insomma uno di quelli che Dorso indicava come i tecnici del fascismo, scriveva: "In Germania, in Inghilterra, forse nella stessa Francia non sarebbe possibile l'abbandono completo d'intere regioni, come per alcuni decenni è avvenuto in Italia, nei riguardi del Mezzogiorno. Se l'energie sono sopite, se l'educazione dei ceti dirigenti è manchevole, se i ricchi sono tardigradi, interviene lo Stato, interviene la grande Banca a svegliare l'ambiente retrivo". Nulla dunque ha insegnato la dolorosa esperienza del passato, se siamo ancora a sperare nelle provvidenze statali, nulla i recenti esempi delle spogliazioni dell'alta banca quaggiù. Gli è che Viterbo, come tanti altri, vanno dicendo a se stessi che la politica non deve turbare la visione serena ed obbiettiva di questi problemi eminentemente tecnici, ultima e strana illusione di poterli risolvere con un qualsiasi governo che segua politicamente un qualsiasi indirizzo. Né diversamente si è rifugiata sotto il manto della apoliticità la Federazione Agraria Provinciale, che non aveva sino al 6 aprile scorso meriti fascisti da vantare, anzi era dal sindacalismo tricolore locale minacciata di continuo di invasione e distruzione, e poi finì per dare il suo tecnico al listone in persona dell'on. Ricchioni. Ma questi atteggiamenti di platonismo liberista possono da noi condurre, quando conducono, a tutto, non già alla vittoria contro il centralismo statale e conseguente estirpazione dalle radici dei nostri mali. Non per altro il fascismo ha attratto in provincia un discreto numero di ottantenni in attesa dei laticlavio, compreso il minacciatore delle stragi nelle elezioni comunali di Trani, sul quale ha scritto Lucilio:

Insano vecchio, parodia di Silla,
deh, non plagiarlo; bevi camomilla!

    Non si capisce davvero quale interesse possano avere le burocrazie dei vari Ministeri (il caso Serpieri informi) o le oligarchie del Nord allo scioglimento della nostra intricata matassa, se noi ci lamentiamo che non se ne interessano abbastanza i nostri di quaggiù, se i più lievi provvedimenti agrari trovano anche qui tanti e così vieti interessi che li contrastano.





IL MOMENTO ETICO

    Ho voluto tempo fa vedere qualche mio amico dei paesi vicini, e sentire come stanno lì le cose. Esiste un momento etico della nostra vita di quaggiù? E quale? A tavola, da un amico che fa professione di vita cristiana, la mensa è confortata dalla preghiera a Gesù. Ma il mio amico è anche lui per la violenza, per l'atto risolutivo. Né c'è modo di distorgliernelo. L'esasperazione della guerra, durante la quale lui, che pur molto aveva fatto per il nostro paese all'estero e largamente donato del suo lavoro di artista in opere di italianità, si trovò a soffrire gravi angherie per opera di un geometra barese improvvisatosi a medico e comandante del 12 treno della Croce Rossa, opera ancora i suoi effetti. Più di tutto operano su di lui e su gli altri capi, come sulle masse, gli esempi recenti della violenza statale. Si sa che i dirigenti rossi sono nei nostri paesi rimasti al loro posto, tranne pochi, organizzatori di professione, passati per fame. Dicono: Come han fatto gli altri, faremo noi; violenza contro violenza. Nessuno li potrà persuadere che, nel campo della violenza, le plebi sono sempre battute dallo Stato: confondono essi gli episodi locali di violenze plebee, in cui i nostri contadini hanno facilmente ragione dei pochi impiegati comunali e delle guardie campestri camuffate da fascisti, con la violenza costituzionale dello Stato moderato, così come fatalmente si è venuto organizzando da 3 secoli. Parliamo del fondamento di giustizia delle rivendicazioni proletarie: egli accampa un forte e ben nutrito ed agguerrito sentimento cristiano; io mi contento di ricordare Machiavelli: "Quello del popolo è più onesto fine di quel dei grandi, volendo questi opprimere e quello non essere oppresso". Così si esce, si va a trovare altri amici, contadini, piccoli professionisti, rosi tutti dalla stessa esasperazione. La casa dell'ex sindaco di uno di questi paesi, un contadino, è quasi più povera delle altre: la moglie, una contadina dai grandi occhi neri intelligenti, è intenta a risciacquare i panni dei bambini; e sì che è domenica!





    Eppure non mancano quaggiù funzionari dell'alta Italia che sognano ancor oggi arresti in massa per un nonnulla, azioni in grande stile, spedizioni punitive contro i cafoni, come se questi avessero bisogno di nuove riprove per imbestiare dippiù. Si discute, com'è naturale, della terra, del diritto del contadino alla terra, a tutta la terra. Si parla dell'ultima legge agraria votata dal Parlamento e dopo ritirata, se ne esamina il congegno: a me non piace perché si risolve ad un intervento statale moltiplicato per l'infinito e perché l'educazione cooperativistica è appena iniziata quaggiù, ma i contadini, pur di avere la terra, anche la Murgia più aspra, non guardano pel sottile. E' incredibile come queste masse, che pur da anni sono abituate a scegliersi il deputato solo in ossequio agli ordini delle loro organizzazioni, si lascino attrarre dall'idea di anche piccole riforme agrarie. Domani, in regime di libertà, il loro atteggiamento dipenderà certo dai loro capi. Oggi sono comuniste, o vi tendono, sempre più esasperatamente, non già per maturità di concezioni, ma per indistinta ed invincibile ribellione al presente, qui come in tanti luoghi di Puglia, anche nel Leccese, dove mai lo furono sino a due anni fa, come a Bari, dove nelle ultime elezioni portarono un blocco di 12 o 13 mila voti al comunismo, pianamente ingoiati. Ma se è interesse dei ceti plutocratici detentori del potere creare estremismi e violenze sporadiche, se la pratica della libertà altrui richiede nei ceti dominanti grande virtù di sacrifizio, di intelligenza e di movenza, ho l'impressione netta e sicura che 10 anni di libertà effettiva, cioè di provvidenze sane e niente affatto catastrofiche, darebbero allo Stato facile ragione, senza violenze, di così folle ira e di ogni più pericolosa illusione palingenetica.





    I contadini non hanno bisogno di libertà? E sia pure: non essi intendono la libertà come noi, come vita dello spirito, da questo inscindibile, a questo connaturata, anzi una sola con essa, gioia quindi e sforzo di operare e svolgersi in qualsiasi campo secondo il ritmo del proprio spirito, e di veder gli altri operare. Ma se le nostre idee sono giuste, la saggezza popolare non può, sia pure indistintamente, esserne lontana. Non mi pare difficile penetrare nei bisogni di questi uomini, che non sono mutati da secoli. Come ai tempi degli Angioini e di tutti gli altri effimeri dominatori, che, col provvedere a Napoli, s'illusero, come ci si illude oggi, di aver fondato Stati saldissimi, anzi modelli di Stato per l'Europa, le nostre plebi, in basso o in alto, restano completamente estranee alla vita dello Stato. Una rivoluzione nel senso auspicato da Sonnino, che spazzi via i nostri ceti dominanti, è un assurdo quaggiù, che non c'è chi la farebbe, e si risolverebbe nella ripetizione degli antichi brigantaggi, e, se non mancherebbero capi, questi sarebbero troppo facilmente circuiti e soprafatti; e dunque bisogna rimettersi al tempo e rinunziare una buona volta alle panacee universali, ai provvedimenti di legge toccasana; ed imporre volta per volta soluzioni parziali e dar l'esempio di infrangibile resistenza, e saper anche morire di fame, come il sindaco di Cork. La quistione principale in fondo per questa gente, borghese o proletaria, che dove ha abbandonato l'antica passività è attratta e sorretta da tutte le nuove fedi, da tutte le utopie, è di avere in mano il Comune per pagare il meno possibile di tasse, di possedere la terra. Né più né meno che ai tempi di Roberto d'Angiò, quando il sapientissimo. re, ben compreso dei suoi doveri di re, emanava le famose disposizioni sulle masserie di Lucera, così sagge che 2 anni dopo erano lettera morta, perché non inquadrate nella visione politica della vita dello Stato, che è movimento, ascensione, non stasi, che é salire e rinnovarsi di classi sempre nuove, non già investitura di morti: illustre esempio dell'illusione tecnicistica. Ed anche allora i signori e plebei si azzuffavano per le piazze in vista della formazione dei ruoli delle tasse. Tanto il fiscalismo e la politica d'impotente espansione militare producono gli stessi effetti di tossico a distanza di secoli.





DEFICENZE STORICHE

    Della politica elettorale nel Mezzogiorno dello Stato unitario, l'unica cosa di cui si è finora occupato, perché solo il Mezzogiorno dispone ancora non già di masse fedeli, ma di masse amorfe, non occorre parlare di nuovo. Una politica religiosa manca naturalmente quaggiù. Sorgono, ogni tanto, come in politica così in religione riformatori plebei, pieni di astruse e bizzarre concezioni, a trascinar le plebi, e pure hanno in sé germi di fattività e di azione e di nobiltà. Ma i nostri Lazzaretti non c'è bisogno di ammazzarli; si ammazzano solo i nostri ignorati Matteotti; è facile secondare l'autorità ecclesiastica e coinvolgerli in scandali fittizi e qualche volta reali. Del resto è naturale che i falsi santi ed i falsi profeti non sieno pochi. Per quel che è politica delle tasse, 2 anni fa vennero dal centro ordini di gravare la mano sui dazi piuttosto che sugli accertamenti sicuri delle imposte! Ogni movimento politico amministrativo di signori quaggiù, sorretto o addirittura promosso da ogni governo, mira ad alleviare gli abbienti dalle varie tasse e a riversarle in un modo o nell'altro sulle plebi. Tanto più l'ultimo, quello fascista, dopo gli sperperi amministrativi del '19, '20 e '21. Certo le amministrazioni rosse non sono state perfette, ma quelle che precedettero e più quelle che si vanno mettendo su ora sono vere organizzazioni di bluff e di truffa, a favore di scarse clientele. Più grave la quistione della terra: sotto ogni dibattimento politico-amministrativo locale, sotto ogni divisione incolmabile di parti, è difficile che non ci siano i termini di una lotta per la conquista della terra; in ogni nostro paese c'è una quistione demaniale, ragionevole o assurda, allo stato acuto o latente. Pensano ancora i contadini che il Re sia il padrone della terra, come nel diritto pubblico barbarico, e che quei re Normanni, Svevi ed Angioini concessero loro la terra in piena legittimità. E' noto che le quistioni demaniali si trascinano da noi da secoli, sono la storia passata, tutta. Scelgo un esempio fra cento, prendendo appunti dalla "Monografia storica di Ginosa" di un signore del luogo, Luigi Miani, del 1898. A Ginosa, nel Tarentino, sino al 1812, epoca dell'abolizione del feudalismo, la lotta è secolare tra l'Università o Comune e i feudatari, che spogliano quella delle sue terre e dei suoi diritti. Durante la lotta, nel '500, viene ammazzato da guardiani baronali il cantore don Nicola Carculli. Dopo il 1812 cittadini e contadini hanno, in varie ripartizioni, molte terre, quasi 7 mila ettari, ma le divisioni, a testimonianza del Miani, sono fatte molto parzialmente, e a vantaggio di chi se non dei borghesi? Non mancano poi i contadini che, non avendo mezzi per lavorarle, le rivenderono per pochi soldi o anche meno. Il quadro comporta, com'è naturale, persecuzioni, processi e condanne a carcere per sobillazione della quiete pubblica e le più arbitrarie sorveglianze speciali. Né poteva mancare l'omicidio politico: nel 1854 furono massacrati sul posto i due fratelli Battista, di Laterza, che appoggiavano i reclami dei Ginosini, a naturalmente non si seppe da chi. Or chi si maraviglia che, dopo trent'anni, agisca ancora nei contadini il fermento malvagio del passato, per quello che loro è stato tolto, per quello che è stato mal dato, sí che l'han presto riperduto, e per le violenze subite senza una ragione da parte dello Stato compiacente? Peggio dove le divisioni demaniali si sono risolte in turlupinatura, dove i demani allodiali sono stati ingoiati da secoli dalla borghesia, dove c'è un qualche fondamento giuridico a pretesa di qualche grosso boccone, come sento dire a Laterza, anch'essa nel Tarentino. Anche oggidì, sotto la vernice di fascismo e di antifascismo, in molti paesi si agitano ardenti quistioni demaniali. Sono oggi i detentori di demani che hanno in mano il fascio, domani sono i loro oppositori. Quando, dopo 30 anni di ricerche e di spese da parte del Comune una quistione è in porto, una definizione è, bene o male, abbozzata, una sentenza è stata emessa, vien fuori un nuovo pseudomovimento imposto dal governo ad intorbidar le acque, ad appellare, a rimettere i detentori con deliberazioni delle autorità comunali in condizione di resistere vantaggiosamente. Così a Noci, dove il fascio è passato cinque o sei volte dalle mani degli uni, i padroni, in quelle degli altri, i rossi due anni fa esecrati. Altro modo di acquistare la terra, neppur la petraia murgiana, altra speranza non c'è pel contadino oppresso e taglieggiato in mille modi. Anche i dirigenti degli odierni sindacati di contadini vanno affermando da due anni che i salari dei nostri braccianti sono insufficienti del tutto nonché a consentir loro di attuare il loro sogno di piccoli proprietari, a farli vivere passabilmente. Insomma la soluzione di questi problemi, l'apertura di uno sfogo e di una soddisfazione a tante aspirazioni, a tanti bisogni così a lungo compressi, a mezzo delle soluzioni delle questioni demaniali o piuttosto, poiché quelle sono per lo più aggrovigliatissime, a mezzo di riforme agrarie, è preliminare ad un qualsiasi serio orientamento del Mezzogiorno, ad una qualsiasi effettiva nostra partecipazione alla vita unitaria, con conseguente eliminazione di pericoli di jacqueries piccole ma continue, ed irrobustimento della compagine nazionale. Problema dunque eminentemente politico, se altro ve ne fu mai, di cui solo una larga concezione politica può dettare la soluzione: si tratta di capovolgere in tutto l'indirizzo sin qui seguito. E le nostre plebi sarebbero state attratte due anni fa, nella loro primitività, anche nelle fila del sindacalismo rossoniano, se solo i vari dirigenti fossero venuti tra di essi per altro che per razziare danaro, se avessero fatto anche pochissimo nel senso della loro lotta secolare per la terra. Sessantacinque anni fa queste plebi del Mezzogiorno si sollevarono, in massa l'ultima volta, per la conquista della terra in nome del Re:

"Purtemè scritte mbronte:
evviva Frangische seconde";

    ma non é detto che, oggi che hanno più o meno dovunque acquistato finalmente coscienza della lotta di classe e che, per i recenti avvenimenti, vi si irrigidiscono sempre più, non possono essere riavviate e ragionevolmente contenute in regime di libertà, cioè di graduale raggiungimento dei loro desiderata, meno tasse e più terra. E' questa la libertà da loro invocata, e mi pare che vedano giusto.





CONCLUSIONE

    Per concludere. A me pare che il Mezzogiorno non contenga se non una formidabile massa di risentimenti contro l'intervento statale, contro il centralismo, il burocraticismo, il dominio bancario-industriale del Nord, contro l'immobilismo dei padroni di quaggiù, sorretti dai primi, e che quelli esploderanno più facilmente, continuando così le cose, in moti comunisti, anziché risolversi in un grandioso, cosciente ed ordinato loss von Rom. Urge che lo Stato unitario, se vuol vivere di vita robusta ed esser seriamente soccorso nei momenti di crisi e di pericolo, se vuol vedere moltiplicate all'infinito le sue energie nella lotta per l'espansione mondiale, se non vuol passare spesso da un rivolgimento all'altro col solo vantaggio dei pochi privilegiati e alla difesa contro i nemici esterni, rinunziando una buona volta ad occuparsi come di educazione, di religione, di elezioni, di oppressione degli enti autarichici, di politica di lavoro, così di ogni atto che pretenda di influire sui costumi, sull'opinione pubblica, sul carattere della nazione, smantelli gradatamente l'oppressione fiscale e doganale, per lasciare ai soli interessati la soluzione dei vari problemi locali, ed assicuri la continuità dell'indirizzo, per così eccitare la nostra sensibilità politica, scarsa per inveterata esperienza di malvagità sociali, di compressione secolare e per riprovata diffidenza, e l'interessamento di noi alla soluzione dei nostri problemi tecnici. Questa è la via piana, la via maestra. Ogni altra soluzione è non solo nuova servitù, nuovo ingarbugliamento e assoggettamento e spegnimento di energie, ma morte definitiva del Mezzogiorno. Né i nostri sono così ciechi da non sentire vivacemente i loro interessi, né così fiacchi da non volere, potendo, provvedervi. La loro fiacchezza, più apparente che reale, è impossibilità effettiva di spezzar le pastoie del servaggio. Qui poi sono le lagrime di venti secoli, che aspettano.

    Perdonami la lunghezza: un'altra volta, sarò più breve. Tuo

TOMMASO FIORE