MERIDIONALISMO APPLICATO

    In queste ultime Settimane il Mezzogiorno d'Italia è divenuto improvvisamente di moda. È questa, però, una constatazione che non ci lusinga. Per mio conto scommetterei tutto il mio avere che tra un mese le conferenze del ministro Giuriati con la deputazione meridionale saranno finite e della questione meridionale non si parlerà più.

    Tuttavia non credo inutile occuparmi di ciò che si è stampato in questa circostanza per mostrare ai lettori quanto siamo distanti da quella corretta impostazione politica del problema che io reputo indispensabile alla resurrezione del mio paese. Sarà un saggio di meridionalismo applicato che varrà a chiarire i concetti fondamentali della questione.

LA POLEMICA SUL TRIANGOLO

    Cominciamo dalla polemica sul triangolo.

    Quando si è cominciato a parlare sui giornali milanesi dal progetto Gualino-Agnelli-Puricelli per la costruzione di una ferrovia elettrica Milano-Torino-Genova, Paolo Scarfoglio sul Mattino e l'on. Presutti sul Mondo sono partiti in guerra contro tale progetto in nome dell'Italia meridionale, negletta e disgraziata, tuttavia bisognosa dei più elementari mezzi di comunicazione.

    Anzi Paolo Scarfoglio ha creduto descrivere quest'Italia negletta come costituita dai "residui semidiruti di un vasto regno agrario e patriarcale, nel quale la giustizia fiscale non è giunta che cinquant'anni dopo ch'era già fatta nel Nord, e la cui economia è oggi compressa e paralizzata dal peso di istituzioni troppe grandi, e di doveri che non sono in bilancia collo sgoverno di cui fu la vittima. Questa Italia non sa essere ottimista. Quando le si chiede di partecipare col sacrifizio della sua economia a delle opere di puro lusso, o addirittura ad una ironica competizione italiana colla tecnica di America o di Germania, essa risponde che si smetta da così vorace ed offensiva mistificazione, e che si facciano le sue strade e i suoi porti con onesta semplicità, in luogo di montare ancora un carrozzone destinato ad accentrare nel Nord altri ferrovieri ed altre migliaia di milioni; che si dia una strada ai suoi contadini, in luogo di dare autostrade ai vostri automobilisti. Chiede insomma che questa farsa sanguinosa abbia un termine. L'Italia non deve sbalordire nessuno con treni di duecento chilometri all'ora, deve invece, egregio signor Arnaldo, abolire i treni di venti chilometri all'ora che rappresentano ancora il solo dono dello Stato all'Italia meridionale."

    Questa sfuriata Scarfogliesca ha, naturalmente, provocato la risposta di Arnaldo, il cui spirito unitario ha trovato facile e pronto la sistemazione del dissidio recente in una serie di argomenti tradizionali, che, appunto per ciò, hanno perduto la loro forza probante. Arnaldo gode di ogni progresso italiano; egli concepisce organicamente l'Italia e non può esaurire la sua visione politica nel regionalismo. Tutte le città italiane sono uguali dinanzi al suo cuore, però non bisogna dimenticare che l'avvenire è in noi.

    "Perché, egregio signor Paolo, non vorrà credere che la salute di un popolo venga da savie disposizioni burocratiche anche se per caso la denominazione può chiamarle "provvidenze". La provvidenza sta in noi stessi, nella nostra forza, nella creazione di opere nuove e nel miglioramento di quelle già esistenti, nel coordinamento delle energie e nell'armonia delle singole regioni.

    "Noi siamo di Romagna, una terra che la tenacia, la pazienza e l'intelligenza della razza ha trasformata in una magnifica regione produttiva. Ravenna, la città degli esarchi, ha ripreso un ritmo di vita che contrasta con l'antico abbandono, c'è stata la forza degli uomini che ha dominato gli elementi avversari. Che più? Noi non saremmo alieni dal caldeggiare quel progetto di istituto finanziario che sul modello di quello per le terra liberate dovesse anticipare i fondi per i lavori pubblici del Mezzogiorno d'Italia. Ma, intendiamoci, progetti chiari e di interesse massimo".

    Argomenti, dunque, mutuati dal "Corriere della Sera" con sorpresa del nostro Paolo: libera iniziativa contrapposta alle "provvidenze" governative, gli interessi generali sollevati contro la deviazione degli interessi particolari. Era, questa, una lezione che, forse, Scarfoglio si aspettava, ed a cui era preparato a rispondere.

    "È, infatti, egli scrive - assolutamente ridicolo citare la tenacia, la pazienza, l'intelligenza, e via dicendo degli uomini del Nord, in confronto deprezzativo con gli uomini del Sud. E' assolutamente falso di supporre, ad esempio, che una officina metallurgica o una raffineria possa prosperare a Reggio Calabria o a Campobasso, quando oltre 20 lire di trasporto aggravano il prezzo dei nostri prodotti; e quando, da 70 anni, la mancanza del doppio binario sulla Napoli-Reggio rende discutibile il traffico da Napoli in giù. Sa il signor Arnaldo, ad esempio, che in questo momento si vende all'asta, per fallimento, una grande Cartiera, impiantata nella Sila da un industriale del Nord? E sa che la Cartiera fallisce per il ritardo nella costruzione della ferrovia Calabro-Lucana, sul cui servizio calcolavano gli industriali che l'hanno impiantata? Se, dunque, da noi cadono anche le iniziative dovute alla tenacia, alla pazienza, alla intelligenza degli uomini del Nord, è chiaro che le condizioni di vita e di traffico nel Mezzogiorno d'Italia, sfidano qualsiasi sforzo; ed è chiaro che occorre costituire il minimo di condizioni sufficiente, perché lo sforzo degli uomini e del capitale non sia eternamente beffato.

    "La nostra tesi è, dunque, semplice e precisa. Fino a che lo Stato non abbia compiuto il suo dovere, impiegando, direttamente o indirettamente, tutto il capitale nazionale disponibile, per creare questo minimo di condizioni, ogni altra spesa, diretta o indiretta, rappresenta una colpa, se non un crimine. E non è lecito, a uomini che assumono di dirigere giornali italiani - anzi, che dico: italiani? giornali nazionali - non è lecito di sorvolare sul bilancio morale delle provvidenze di Stato, in tutta la vasta Italia, né di servire, col peso della propria eloquenza, concentramenti di lusso e di spese suntuarie, che mettono in una luce anche più grave il depauperamento procurato nel resto d'Italia".

    Contro questa sfuriata, promettente inizio di una critica più ampia, gli argomenti circa la libera iniziativa non potevano aver più presa ed ecco il buon Arnaldo che scopre la sue faccia paternalista:

    "Se io avessi trovato l'uomo avrei istituita la rubrica "lettere meridionali" e giacché so da lei che il "Popolo d'Italia" è ispirato alla o dalla volontà governativa, forse le lettere-inchieste non sarebbero passate sotto silenzio. Ma io avrei voluto che il giornalista conoscesse la storia delle regioni meridionali, le loro tradizioni e le loro aspirazioni nel mondo turbato dai contemporanei; avrei voluto poi un collega che non facesse solo del colore ma bensì si intendesse di economia, agricoltura, discutesse di usi civici, dei tratturi di proprietà demaniale, di feudatari, di contratti agricoli. E giacché il Mezzogiorno è complesso nella sua vitalità spirituale ed economica era necessario che il giornalista conoscesse le virtù marinare dei rivieraschi, la tenace tranquillità dei montanari e dei pastori che vanno "tra prati di asfodelo e per le rupi"; bisognava conoscere e valorizzare il grande coraggio degli agricoltori industriali tipo Pavoncelli, la grandiosità del Tavoliere delle Puglie, le virtù e la necessità della irrigazione, i benefizi dell'impianto idroelettrico della Sila e le comunicazioni con l'oriente, la necessità dei doppi binari, di vagoni, di frigoriferi, la ricostruzione americana dei vigneti ecc. e giacché sono un partigiano avrei desiderato che il mio uomo avesse valorizzato elementi dell'era nuova, avesse esaminato non i bilanci dei comuni ma almeno quelli delle provincie, avesse fatto statistiche dei tributi, segnalate le deficienze ecc., tutto questo avrei desiderato se avessi trovato il giornalista. Nel caso mio non l'ho trovato ancora".

    "Spero che lei vorrà suggerirmi qualche cosa: troverà in me uno che lo ascolta con deferenza e se i problemi, come dice lei, da Roma in giù si urtano contro deficienze ferroviarie a sperequazioni di tariffe, la soluzione non mi sembra né impossibile, né lontana e neanche utile mi sembra discutere a lungo e sul serio, perché, egregio sig. Scarfoglio, con me ha sbagliato bersaglio. Io sono un ammiratore del Mezzogiorno e se la parola modesta sembrasse eccessiva sono uno studioso del Mezzogiorno".

    Spirito di remissione, umiltà francescana, mescolata ad orgoglio ducesco: tentativo di una presa per il bavero con un po' di spirito fascista: chi si allontana dal gran fiume, perisce.

    Ditelo a me, caro Scarfoglio, ed io lo dirò al Duce e provvederemo insieme a darvi qualche osso: Se non è possibile trovare l'uomo per gli articoli (il fascismo li ha: Gino Arias, Arrigo Serpieri, Michele Viterbo, etc.) ed il Mezzogiorno è stanco di scritti, gli daremo qualche chilometro di doppio binario.

    La risposta era quindi di rigore e Scarfoglio non tarda ad imbroccarla:

    "E' dunque una parte dei problema nazionale che siamo trattando, e non una polemica casuale o marginale; è bene fissarlo subito. Siamo dinanzi ad una grande passione, o ad una grande ferita".

    È questa un'apertura consolante, promessa di più vasti orizzonti. Ma si restringe subito:

    "Lasciamo dunque una buona volta in soffitta le parvenze scientifiche degli "studii" sul Mezzogiorno; lasciamo le solite mille faccette, e sí diamone, o per dir meglio, studiatene una sola la faccetta ferroviaria. In luogo di parlare futuristicamente di comunicazioni con l'Oriente, approfondite il mistero pel quale non vi è una Napoli-Bari; il mistero pel quale non si può sperare un vagone di ferro da Napoli a Campobasso (110 chilometri) perché l'esperienza dimostra che arriva prima da Sesto, provincia di Milano; il mistero pel quale, se dobbiamo spedire i nostri giornali a Taranto, preferiamo farlo salire fino a Roma, dove trovano le coincidenze colla linea Adriatica. Avrete così il filo conduttore per comprendere perché da noi non si raffini la barbabietola, non si estraggono le rèsine e le essenze, non si sfibri il pioppo; perché la somma non si goda nemmeno il terzo dei doni della Natura e del lavoro umano. Questo è il problema. Il resto è letteratura".

    Tuttavia, anche così ristretta, la discussione è pericolosa ed il buon Arnaldo, dopo aver detto che il Presidente ed il Ministro dei LL. PP. "ogni mattina" vogliono essere informati minutamente di quanto si è fatto e si fa in materia di opera pubbliche nel Mezzogiorno e che, perciò, con tali disposizioni di spiriti governativi si ha il dovere di aiutare il Governo piuttosto che di polemizzare, soggiunge:

    "Comprendo e condivido la sua opinione là dove afferma che discutendo il problema meridionale ci troviamo di fronte ad "una grande passione"; nego però di trovarmi di fronte ad una grande ferita. L'Italia unitaria non ha compiuto in passato totalmente il suo dovere, ma non si deve alla sola insufficienza degli uomini; mentre l'Italia nuova sta assolvendo il suo compito. Non bisogno irridere a questo sforzo e, ripeto, non bisogna ridurlo ad una sola questione di trasporti e di transiti".

    La polemica è, dunque, finita e Scarfoglio non esita a chiamare la ritirata di Arnaldo una vera e propria fuga.

LA TESI DEL SAGGIATORE

    Quasi contemporaneamente la nuova rivista partenopea "Il Saggiatore" inizia le pubblicazioni e promette di recare "il suo modesto ma fervido contributo alla rinascita dello spirito unitario, al rinnovamento del costume politico sul piano di un inflessibile rigore morale, alla riorganizzazione delle forze democratiche della nazione".

    "Tale opera - dice il manifesto - già coraggiosamente iniziata dalla libera stampa e da numerosi gruppi politici, può essere particolarmente feconda nel Mezzogiorno d'Italia, ove il tessuto più saldo dell'organismo sociale è costituito da una piccola borghesia rurale e cittadina, da un ceto medio di professionisti coltivatori artigiani commercianti, impareggiabile per coscienza morale, per virtù di lavoro di risparmio di sacrifici, elemento sicuro di patriottismo, di ordine, di disciplina nella compagine nazionale.

    "Il Mezzogiorno, che si è straniato - nella sua generalità - da tutti i tentativi di sovvertimento seguiti alla guerra, non può mancare oggi al compimento di quella funzione di equilibrio e di ordinato sviluppo, che è nella sua tradizione e nel suo destino".

    Fissato così il punto di vista del "Saggiatore" l'animo di molti amici fu preso da non poca amarezza per questo strano tentativo di teorizzare l'immobilità meridionale.

    Nè il dubbio fu di poca ora perché il numero successivo della rivista revocava, a firma di Gherardo Marone, il seguente corsivo: "Un autorevole amico mi scrive: - La rivista mi par dovrebbe riescire a toccare corde più interessanti e sopra tutto suscitare discussioni su argomenti che tocchino il Mezzogiorno; se no perché farla uscire a Napoli? - Questa osservazione mi consente di chiarire subito il pensiero del Saggiatore circa la sostanza del problema meridionale.

    "Noi affermiamo senza esitazioni che non esiste in realtà un problema meridionale, ma esiste un problema italiano da risolvere armonicamente.

    "Respingiamo sdegnosamente - e perciò non vogliamo suscitarle - quelle forme di "discussione su argomenti che tocchino il Mezzogiorno" le quali in fondo, scarnificate di tutti gli orpelli e le montature tecniche, hanno solo il valore di piagnucolose pitoccherie che ci umiliano e ci offendono.

    "Il Mezzogiorno con la sua compattezza e consistenza demografica e morale, col senso profondo dell'unità nazionale che rivela, ha già varie volte salvata l'Italia dalla disgregazione e dalla morte. Il suo problema perciò è problema italiano, la cui soluzione va a beneficio di tutto il paese e non solo di una data regione.

    "Non vogliamo elemosine che si risolvono sempre in stupide beffe, non chiederemo niente né a questo governo in rovina né agli altri che gli succederanno nel tempo, perché pensiate che il problema del Mezzogiorno non sia solo di strade o di bonifiche o meglio ancora di balzelli, ma di armonia nazionale e di unità".

    Questa presa di posizione della rivista partenopea era, peró, troppo semplicistica per rimanere definitiva, ed ecco nel numero successivo Mario Grieco affrontare "l'atteggiamento "sui generis" dell'Italia Meridionale nella crisi politica che dura in Italia da un biennio" con queste parole:

    "È cosa vera: ma é, in molta parte, fenomeno passivo. E questa rivista, che vuol essere sincera e costruttiva, non deve mancare di denunziare i meridionali e agli altri. Se dopo la nostra sorda resistenza, vi fosse alcunché di volontario, di meditativo, di previdente per il futuro, l'orgoglio sarebbe logico, e sarebbe forza. Ma noi dubitiamo assai che - come al solito, pei problemi meridionali - anche qui vi sia un equivoco. Ed è che il Mezzogiorno sia restato apatico e reattivo verso l'allettamento fascista, principalmente perché gli mancavano i requisiti politici e le attitudini sociali per sentire il fenomeno, e per apprezzarlo o repellerlo con cognizione di causa".

    Questa deficienza, che, secondo il Grieco, spiega l'insuccesso dei partiti politici moderni ed il permanere del personalismo trasformistico, richiede la maggiore attenzione da parte delle nuove generazioni meridionali se esse intendono sul serio preparare la rinascita del loro paese.

    Torneremo in seguito su questi concetti.

LA TESI DEI POPOLARI

    Quasi contemporaneamente il Popolo pubblicava un editoriale in cui la tesi popolare, già affermata al Congresso di Napoli del 1920, veniva riaffermata.

    "È stato ripetuto frequentemente, e fin dal Congresso di Napoli del 1920 i popolari lo hanno proclamato altamente, che al Mezzogiorno per la soluzione di tutti i suoi problemi basta che esso sia lasciato alla libera azione delle proprie energie senza deviazioni artificiose, senza inceppi e senza interferenze. Quando si parla della responsabilità del governo rispetto al Mezzogiorno e quando per essa ci si riferisce a quasi tutti i governi che si sono succeduti, si vuole affermare la colpa di essi di avere subordinato ad interessi particolaristici e personali, in intimo rapporto con gli schemi parlamentaristici dei diversi gabinetti, il complesso degli interessi meridionali, facendo una politica deviatrice o per lo meno di incomprensione".

    Così è nato il sistema personalistico, legato al Collegio uninominale e nemico della proporzionale, così si spiega la reazione delle classi dirigenti italiane al decentramento amministrativo.

    "Pensate alla politica doganale, pensate alla politica elettorale e vedrete facilmente come la questione del Mezzogiorno sia ben diversa dal conto-spese per una ferrovia o per un porto, ma consista sopratutto ed anzitutto in una esigenza imperiosa di giustizia, il conseguimento della quale vedremo allontanarsi di più con un sistema che si dice avvicini l'eletto all'elettore, ma si tace che in sostanza esso allontana il rappresentante dalla sua regione e dagli interessi complessivi di essa.

    "Così il problema dal Mezzogiorno non entra in una nuova fase, non fa dipendere la sua soluzione né da decreti, perché matura in una crisi spirituale, che sboccherà in una valutazione nuova di tutti i problemi e di tutte le forze, valutazioni per la quale il passato e l'attuale presente non potranno certamente vantare di stare dalla parte attiva, da quella parte cioè verso la quale il Mezzogiorno tende con sforzi spirituali e con le sue energie economiche, anelando di vederle libere nel loro gioco, non sottordinate ad altri interessi che non siano quelli strettamente necessari a mantenere quella unità delle nazione che deve essere garanzia per tutti e non privilegio per pochi".

QUATTRO TESI IN CONTRASTO

    Sono, dunque, quattro tesi in contrasto, corrispondenti a diverse mentalità: 1) La tesi fascista non eccede la visione paternalistica, in quanto che parte dal presupposto della deficienza meridionale nel campo delle libere iniziative per postulare l'azione integrativa del governo. Essa contiene un rilievo critico, in linea di prima approssimazione esatto (deficienza meridionale) ed un rimedio politico (fiducia nel governo) diretto al prolungamento della malattia. E' la tesi più antiquata e meno pericolosa appunto perché in via di superamento. E' inutile quindi occuparsene più - 2) Di contro ad essa la tesi del "Mattino" contiene già qualche elemento di superamento (sfiducia nel governo attuate). Non potendo investire tutta la politica dello Stato italiano il giornale partenopeo è costretto ad impicciolire nel tempo e nello spazio la sua critica: è costretto a limitarsi al problema ferroviario, ignorando quello doganale, fiscale, bancario, elettorale, politico, ed a riferire le sue rampogne solo al governo di Mussolini. Per questi caratteri di limitazione la tesi del Mattino accenna soltanto ma non esaurisce il problema meridionale, né pone alcuna soluzione di carattere strettamente politico. Non basta dire che le ferrovie del Mezzogiorno marciano a 20 km. all'ora, ma occorre dire perché politicamente ciò avviene. In altri termini perché lo Stato si preoccupi così scarsamente degli interessi meridionali.- 3) Questo punto viene accennato dalla tesi del "Saggiatore". La questione meridionale non è tecnica, ma politica: non è regionale ma unitaria. E' tutta la politica dello Stato italiano che è falsa, bisogna, quindi, agire sullo Stato per agire sul Mezzogiorno. Questo, in sintesi, il pensiero del Saggiatore, anche se falsamente laudativo dell'immobilità meridionale, ed esageratamente negativo dell'esistenza della questione. Ma questo pensiero fondamentale, esatto come prima approssimazione critica, non ci dice perché lo Stato italiano non ha mai fatto il suo dovere verso il Mezzogiorno, come dobbiamo agire nei suoi riguardi, su quali forze politiche dobbiamo far leva per modificarne la struttura, con quali forme di organizzazione potremo più agevolmente raggiungere il nostro scopo. Corretta dal Grieco la celebrazione dell'immobilità politica meridionale, non antibolscevica ma abolscevica e non antifascista ma afascista, rimane assolutamente scoperta l'impostazione politica della tesi, che nelle affermazioni del Marone traeva forza da un tentativo di conservazione di quella concezione pseudo-liberale, pseudo-democratica; pseudo-costituzionale, che contrapponeva la saggezza del Mezzogiorno (la saggezza del servitore) ai tentativi libertari del Nord. La tesi del Saggiatore perciò è un rilievo critico senza soluzione politica. - 4) Più precisa è invece la tesi popolare. Anch'essa considera la questione meridionale come politica ed unitaria, ma aggiunge che essa è questione di libertà. Lo Stato italiano svolge nel Mezzogiorno una politica di compressione doganale, tributaria e politica dannosa. Bisogna distruggere la compressione e lasciare le forze meridionali libere di produrre migliori condizioni di sviluppo. Nel campo più strettamente politico-istituzionale questa libertà può esplicarsi nel decentramento amministrativo e nella creazione della Regione, che abituerà i meridionali all'autogoverno e ristabilirà le condizioni elementari per la giustizia amministrativa.

AUTONOMISMO E DECENTRAMENTO

    Siamo così pervenuti sul terreno più strettamente politico della questione. L'affermazione che il problema del Sud sia politico ed unitario non ci suggerisce però senz'altro come contrapporsi all'attuale azione dello Stato italiano. La stessa postulazione della Regione contiene un salto, un vuoto assai grave, perché presuppone cristallizzato il nuovo stato di cose, senza per altro descriverci il modo come pervenirvi. Eppure risiede in questo salto la sostanza del problema. L'avvenire potrà così smentire il decentramento come realizzarlo. Non é assolutamente detto che un nuovo unitarismo non possa prodursi in conseguenza di un'azione meridionalista, e che la giustizia distributiva e la libertà possano essere realizzate attraverso l'ente Regione piuttosto che attraverso lo Stato. Anzi, in linea di logica pura, e perciò non in linea politica, sembrerebbe che i compartimenti stagni delle Regioni siano destinati a perpetuare le differenze esistenti privandoci a priori del diritto di prospettare come nazionale la nostra questione, e quindi di valersi dell'opera dello Stato. Se l'azione dello Stato e dei partiti storici è falsamente unitaria la tendenza politica vittoriosa sembrerebbe quella rivolta a creare l'unità sostanziale dopo tanto sgoverno di unità formale.

    Quindi il decentramento, inteso come dottrina politico-istituzionale, contiene un vizio di origine, che gli nega quella concretezza indispensabile ad ogni seria azione politica; ed appunto, perciò, permette ai partiti storici di postularlo come una via d'uscita dalla crisi.

    Prima che il Mezzogiorno lo chieda vi sono già degli unitari disposti a concederlo.

    Questa osservazione ci convince che il decentramento per essere duraturo dovrà essere conquistato. Ma come, con quali forze, con quali miti? Ecco, dunque, che il vuoto si ripresenta e bisogna finalmente colmarlo.

    Ora quello stesso anelito di libertà che spinge alcuni meridionali a postulare il decentramento amministrativo come forma istituzionale perfetta per la soluzione del problema, ci suggerisce che la libertà giuridica prima di essere tale è politica. Occorre quindi disimpegnarsi dal passato, negare lo Stato italiano come s'è venuto creando, negare i partiti che vi aderiscono, e porre autonomamente la propria soluzione. L'autonomismo politico è, dunque, la chiave di volta del problema. Senza organi politici adeguati tutte le soluzioni istituzionali e giuridiche sono prive di vita. Anche se concesse, per ragione di difesa, dai ceti dominanti, sono paternalistiche. Invece i partiti autonomisti esauriscono completamente lo scopo che vogliono raggiungere, perché, mentre appaiono come gli organi più adatti a negate lo Stato storico, a quindi a portare sul terreno del self-gouvernement le masse meridionali, finora assorbite soltanto dalla prassi paterna, non si allontanano soverchiamente dal campo politico per invadere quello giuridico e postulare soluzioni, che per ora debbono restare puramente tendenziali.

    Essi, in verità, sono i soli eredi dello spirito del Risorgimento, che considerano incompiuto. Occorrevano settanta anni di vita unitaria per distruggere la retorica regia che ha considerato l'Italia fatta nel 1860, e per mostrarci che l'Italia deve farsi, prima che al centro, alla periferia, prima che nelle leggi dei governanti nello spirito dei governati.

    I partiti autonomisti, mirando a colmare questa lacuna sono gli unici che postulano la fondamentale unità del popolo italiano contro le deviazioni particolaristiche dello Stato storico.

    Sembrerebbe un paradosso, ma è la verità.

GUIDO DORSO