SONNINO E LA GUERRA EUROPEA

    Nella prefazione al libro imminente: Dal Patto di Londra alla pace di Roma, Gaetano Salvemini intraprende lo studio di tutta la politica estera dell'Italia durante la guerra, alla luce di documenti inediti. Tale studio è forse il più decisivo che si abbia sull'argomento. Ne anticipiamo ai lettori di Rivoluzione Liberale il capitolo che esamina il programma e la tattica di Sonnino nel 1914-1915.

    L'on. Sonnino, nel luglio del 1914, avrebbe voluto l'intervento immediato a fianco degl'Imperi centrali. (1) Proclamata la neutralità, pensava nell'agosto che occorreva persistervi: "Vedo che molti spingono verso la guerra contro l'Austria, e ciò mi preoccupa assai, perché vedo (salvo cose che io ignoro) che ormai conviene mantenerci nettamente sulla via, in cui ci siamo messi, cioè della neutralità, pur armandoci fino ai denti per essere preparati a tutto" (2).

    La battaglia della Marna demolì anche nel suo spirito l'idolo tradizionale della sicura fulminea vittoria germanica. All'on. Antonio De Viti De Marco, il quale il 25 ottobre lo interrogava se fosse vero che egli volesse la guerra nella Triplice Alleanza, rispondeva: "Al principio della guerra sì: ci conveniva entrare in guerra a fianco dei nostri alleati, facendo patti chiari; ma adesso la situazione è mutata". "Quali sarebbero stati i patti chiari? insisté il De Viti: il Trentino?". "Il Trentino e qualche altra cosa".

    Prevedeva, però, sempre - per i temperamenti volontari come il suo, prevedere è per metà prevedere, e per metà desiderare che la previsione si avveri e contribuire attivamente a questo risultato - prevedeva che la guerra non sarebbe stata di lunga durata, e sarebbe finita nell'esaurimento di tutti i belligeranti: nel gennaio del 1915, discutendo con Bülow, prediceva che la guerra non sarebbe andata al di là dell'autunno: contava di coprire le spese dell'intervento con un prestito estero di 40 milioni di sterline: il 23 febbraio ebbe qualche sospetto che quella somma potesse non bastare, e pensò ad elevare il prestito a ... 50 milioni (3).





    Entrando con le forze fresche fra i belligeranti esausti dal precedente logorio, l'esercito italiano avrebbe fatto in breve traboccar la bilancia a favore della parte con cui si fosse alleato; e il Governo italiano col prestigio della vittoria determinata dal proprio intervento, e con un popolo non ancora stanco, come gli altri, da una lunga guerra, avrebbe potuto imporre agli uni e agli altri una larga messe di concessioni territoriali. Era quella che il Presidente del Consiglio, Salandra, aveva definita la politica del "sacro egoismo".

    Sonnino cominciò a trattare col Governo di Vienna per superare lo scoglio dell'irredentismo. Offrì quello che egli chiamava commercialmente un forfait: il Governo italiano assicurava agl'Imperi centrali la propria neutralità nella guerra, e si disinteressava di quanto essi avrebbero fatto nella penisola balcanica; il Governo austriaco avrebbe in compenso ceduto "il Trentino e qualcos'altro", la contea di Gorizia e Gradisca, sei isole dell'Adriatico centrale, ed avrebbe dichiarato Trieste città libera.

    Si disse, e tutti abbiamo lungamente creduto, che questo negoziato fu iniziato per guadagnar tempo e col proposito di farlo fallire al momento voluto. Ma c'è un telegramma al Duca d'Avarna, ambasciatore italiano a Vienna, in cui Sonnino, in piena trattativa, domanda ad Avarna se non sarebbe possibile ottenere che la Schrat, amante di Francesco Giuseppe, influisca sull'Imperatore nel senso di farlo aderire alle proposte italiane. Dato che avesse voluto non conchiudere, Sonnino avrebbe mai inviato questo telegramma?





    Se l'offerta del forfait fosse stata accettata dal Governo di Vienna, la neutralità italiana sarebbe stata assicurata agl'Imperi centrali, non alla Triplice Intesa. Dopo avere così sistemati i rapporti con l'Austria, Sonnino, continuando sempre ad armare, si sarebbe occupato del problema coloniale. Avrebbe negoziato un'altra promessa di neutralità coi Governi della Triplice Intesa, oppure una vera e propria solidarietà attiva, in più della neutralità, coi Governi degl'Imperi centrali.

    Probabilmente le offerte più larghe sarebbero venute dagl'Imperi centrali, i quali avrebbero potuto fare maggior sfoggio di generosità a spese della Triplice Intesa. L'imperialismo triplicista sarebbe ritornato a galla attraverso questa nuova procedura.

    Ma il forfait andò a monte, per la intrattabilità che Francesco Giuseppe e tutti i governanti austriaci dimostravano in ogni questione territoriale con l'Italia.

    Quando dové abbandonare ogni speranza di accordo con gli antichi alleati, al principio del marzo 1915, Sonnino iniziò le trattative coi Governi della Triplice Intesa. E le conchiuse, il 26 aprile 1915, col Patto di Londra.

    San Giuliano si fermava al Quarnaro e vagheggiava un accordo diretto col Governo di Belgrado, Sonnino, come premio dell'intervento, domandò che la Triplice Intesa gli garentisse, a spese dell'Austria, il Trentino italiano, l'Alto Adige tedesco, la Venezia Giulia fino a Longatico e fino alle porte di Fiume, la Dalmazia fino al Narenta e quasi tutte le isole dell'Adriatico.





    Era il programma importato in Italia dagli agenti della Camera di commercio di Trieste, nella seconda decade del settembre 1914, dopo la battaglia della Marna, ed adottato alla cieca dai nazionalisti e dallo Stato Maggiore della Marina. Cadorna era contrario ad ogni acquisto sulla terraferma dalmatica. Sonnino non lo consultò mai su questo soggetto (4): raccattò pari pari il programma nazionalista triestino e lo presentò all'Intesa. Le trattative del Libro verde dovevano servire a convincere i neutralisti che non era possibile mantenere la pace; l'adesione dell'Intesa al programma nazionalista doveva compensare l'Italia dei sacrifici della guerra. I Governi dell'Intesa trovarono esagerate le domande di Sonnino. Si ebbe così nel marzo e nell'aprile del 1915 un anticipo di quello che sarebbe stato, quattro anni dopo, il Congresso della pace.

    Dopo un mese e mezzo di negoziati, in cui gli scogli, le tane di volpe, i formicai, i nidi di lucertole furono disputati ad uno ad uno - per la penisola di Sabbioncello ci fu una battaglia lunga come quella tra troiani ed achei intorno al cadavere di Achille - si venne ad un compromesso: Sara e Sebenico all'Italia; Spalato alla Serbia, l'isolario dalmatico, anch'esso a mezzadria.

    Data la certezza della guerra breve e della pace imposta all'Austria e alla Germania dall'intervento italiano, Sonnino era convinto di avere concesso anche troppo alle resistenze avversarie. I governi dell'Intesa, invece, cedettero alle pressioni sonniniane sulla fine dell'aprile 1915, perché sentivano assai malsicura la propria situazione militare e tardava loro di impegnare l'Italia nella guerra prima che qualche guaio nel fronte russo deviasse il movimento interventista in Italia. Il 26 aprile 1915 fu firmato il Patto di Londra, una settimana dopo cominciava il disastro dell'esercito russo a Goslice. La guerra breve, da farsi con 40 milioni di sterline stanziati nel Patto di Londra si rivelava come una impresa assai più grave che Sonnino non pensasse. La vittoria a sei mesi data sfumava.





    Non solo. Il contenuto del Patto di Londra doveva essere un segreto segretissimo fino al momento della vittoria, quando le forze italiane dovevano occupare la linea del Patto di Londra, e mettere il mondo di fronte ai fatti compiuti. Invece, il contenuto del Patto di Londra fu conosciuto in tutto il mondo tre settimane dopo che il memorandum era stato firmato (5). Questo fu il destino spietato di Sonnino: non una sola delle sue previsioni, non uno solo dei suoi desideri mai si realizzò! E da questo momento in poi, il Governo di Vienna ebbe tanto in mano da presentare agli Slavi del Sud la guerra con l'Italia come guerra per la loro difesa nazionale contro l'imperialismo italiano: un nuovo efficacissimo propagandista anti-italiano fra gli Slavi era entrato gratuitamente ai servigi di Casa d'Austria: il Ministro degli Esteri dell'Italia (6).

    Altro affetto immediato del Patto di Londra, fu che i Serbi, non appena l'Italia dichiarò la guerra, smisero ogni attacco contro l'Austria e si volsero contro l'Albania: e il Comando Austriaco poté dirigere verso la frontiera italiana una parte delle forze, che fino allora erano rimaste immobilizzate contro la Serbia. Cadorna nota il fatto: e sospetta che nel 1915 vi sia stato un accordo separato fra austriaci e serbi per non farsi la guerra (7). Ma un accordo di questo genere, dopo la disfatta serba, sarebbe stato pubblicato dal Governo di Vienna per screditare il Governo serbo, se non altro al tempo delle polemiche sul tentativo del Principe Sisto. Non c'era alcun segreto fra Austria e Serbia: c'era disaccordo politico fra Serbia e Italia. Cadorna sentiva, nel campo militare, gli effetti della azione diplomatica, di cui era responsabile il Governo civile: la diplomazia sabotava la guerra.





    Nell'estate del 1915, quando si cominciò a provedere l'offensiva austro-tedesca contro la Serbia, il generale francese Gouraud andò ad Udine a domandare a Cadorna un contributo di forze italiane per resistere all'assalto. Cadorna consentì: pensava che le forze italiane avrebbero attirato più truppe artistiche se fossero andate in Serbia a collegarsi con gli alleati, che, se fossero rimaste nel difficilissimo settore del Carso; qui, alleggerita la pressione austriaca della guerra balcanica, lui, Cadorna, avrebbe potuto assalire con migliori risultati (8). Ma i Serbi non accettavano volentieri l'aiuto italiano. Sonnino si oppose energicamente: la Serbia non era alleata, era nemica: sarebbe stato un errore aiutarla. Lo Stato Maggiore della Marina trovò che tecnicamente il trasporto delle truppe era impossibile (ne trasportava però in Albania; e più tardi furono trasportate assai più truppe in Macedonia da tutta l'Intesa). Quando la Serbia fu schiacciata, allora Sonnino consentì il salvataggio dalle reliquie: era un beneficio verso nemici, che egli credeva divenuti innocui; e il beneficio poteva essere invocato per esigere dai beneficati l'accettazione del Patto di Londra, e poteva essere loro rinfacciato se non avessero chinata la testa. Ma la disfatta della Serbia fu salutata come una buona fortuna dai nazionalisti italiani: non vedevano che, più gli austriaci avanzavano verso Salonicco, più la strada verso Trieste diventava difficile e sanguinosa per gli italiani. Ogni insistenza di Bissolati perché Sonnino ascoltasse le proposte di Supilo, di Trumbich degli altri esuli jugoslavi, cadde nel vuoto. La stampa ispirata dalla Consulta aveva una sola parola d'ordine, quando si parlava degli esuli jugoslavi: erano tutti spie dell'Austria. Fortuna migliore non ebbero mai neanche i consigli che venivano dal Comando supremo.

G. SALVEMINI




(1) BERTOLINI, Diario: agosto 1914 - maggio 1915, nella "Nuova Antologia" del 1 febbraio 1925, pag. 215; lettera di Sonnino a Bertolini, 18 agosto 1914: "Io personalmente, nella prima fase della crisi europea sarei stato propenso allo stare uniti con gli Alleati della Triplice, ma è noto che il paese, nella sua grande maggioranza, parteggiava per la neutralità, e questo deve avere deciso il Governo".
(8) Fino all'ultimo momento della guerra, le autorità militari austriache giudicarono utile alla loro azione la politica slavofoba sonniniana. Il 1 novembre 1918, il Generale Weber, capo della Delegazione a.-u. venuto a Villa Giusti a trattare l'armistizio, nel comunicare al Comando Supremo a.-u. i patti della resa, aggiungeva: "La Commissione non si ritiene autorizzata ad accettare queste aspre condizioni, inattese ed incompatibili coll'onore dell'esercito e della flotta. Non vi è dubbio ufficialmente che l'Intesa impiegherebbe contro l'Impero tedesco alleato i mezzi di lotta conseguiti sulla terra e sul mare. Deve essere lasciato al Comando Supremo il decidere se il complesso delle condizioni non sia così grave da costringere a continuare la nostra resistenza. Forse le condizioni potrebbero essere opportune per attizzare la volontà di combattere dei popoli della Monarchia, specialmente degli Jugoslavi, e forse anche del Serbi dell'Impero, contro l'Intesa".