LA QUESTIONE ISTITUZIONALE

III.

    Quali siano stati sino ad oggi il significato e l'opera della Monarchia in Italia è un problema storico, che soltanto un esame storico adeguato potrebbe risolvere in modo serio, nella sua complessità. Da quando esso comincia a porsi per l'Italia con l'azione della monarchia di Savoia - a cominciare dai primi movimenti e dalle prime lotte, in cui una coscienza nazionale si afferma e si sviluppa fra noi, nei contrasti fra federalisti ed unitari, per venire sino ad oggi, quando nuovi problemi son venuti alla ribalta dopo la conquista dell'indipendenza e dell'unità - non si può certo negare che si manifestino nell'azione dei re o dei governi succedutisi nel tempo, indirizzi e tendenze disformi, che non paiono svolgersi sempre su uno stesso piano, in direzione continuativa e costante. Se una uniformità e continuità più profonda soggiaccia alle apparenze variabili, solo un'approfondita indagine e discussione storica può stabilire; ma su questo punto le affermazioni sintetiche, quali possono essere consentite nelle risposte ad una inchiesta, non pare a me che riescano ad avere efficacia persuasiva. Convincono solo i già convinti: tutt'al più valgono a indicare a qualcuno la via di nuove riflessioni e discussioni ancora da fare.

    Credo quindi più concludente rispondere soltanto al secondo quesito: i rapporti fra monarchia e democrazia.

    Nel campo dei concetti astratti uno sviluppo coerente del principio di democrazia appare compatibile soltanto con una forma di regime repubblicano. Democrazia è sovranità di popolo; e il popolo non è sovrano se fuori e sopra la sua sovranità permanga un potere non elettivo, ma ereditario; il quale, se anche non si richiami più soltanto alla investitura diretta da Dio, tuttavia anche nella formula ibrida, associante la grazia di Dio alla volontà della nazione, dichiara esplicitamente che quest'ultima non sarebbe fondamento sufficiente, nel suo mutare storico, alla permanenza ed ereditarietà che quel potere si attribuisce.





    Ma porre in questi termini la questione sarebbe, come dicevo in principio, rimanere sul terreno dei concetti astratti. Storicamente, cioè concretamente, noi vediamo in paesi tipicamente democratici, in Europa, come l'Inghilterra e i paesi scandinavi, la monarchia persistere senza che insorgano conflitti fra la sua esistenza e il carattere democratico del regime politico. Il suo persistere non deriva soltanto da un attaccamento di quei popoli alle tradizioni e dalla capacità di adattamento alle esigenze e tendenze della coscienza pubblica, mostrata dall'istituzione e da chi la personifica presso quelle nazioni. Ci deve essere una ragione più solida e profonda. E questa ci appare quando si consideri come, anche nei reggimenti repubblicani, oltre e sopra il governo, rappresentato dai ministeri mutevoli a seconda delle contingenze politiche e del vario preponderare dei partiti e di correnti, c'è lo Stato, che si impersona nel presidente della repubblica.

    L'istituzione del presidente, che non governa ma rappresenta lo Stato, significa il riconoscimento di qualcosa di permanente sopra la mutevolezza dei governi, e di superiore ai partiti sopra l'avvicendarsi di questi al potere. Il governo si orienta di volta in volta a seconda del prevalere di un partito sugli altri e del mutevole atteggiamento dell'opinione pubblica; lo Stato resta nella sua continuità a rappresentare la totalità della nazione; e chi lo personifica pertanto deve porsi al di sopra delle divisioni di parte, per riconoscere di volta in volta imparzialmente il preponderare dell'una o dell'altra. Solo con questa garanzia la lotta politica si mantiene nell'alveo della costituzione e della legalità, senza doverne straripare. Ma se il presidente non rispetta simile esigenze, se non sente quel suo dovere, se parteggia per una delle correnti in lotta, si rende incompatibile con la sua funzione: ciò che è accaduto di recente in Francia per Millerand, che aveva mancato al dovere del suo ufficio, rendendosi chiaramente solidale col particolare indirizzo politico del ministero Poincaré.

    Ora quando un caso simile si presenti in regime repubblicano, la via è aperta al ristabilimento della norma costituzionale. O il presidente partigiano è costretto dalla pressione dell'opinione pubblica alle immediate dimissioni, come nel caso Millerand, o per lo meno, alla scadenza del periodo per il quale è stato eletto, una elezione nuova, esprimendo la volontà della nazione, ristabilisce la normalità violata.





    Ma in regime monarchico le cose sono più complicate. L'ereditarietà dell'ufficio ha, certo, in sé la condizione di una tradizione ed educazione, antecedente per ogni re alla sua assunzione al trono: c'è pertanto quella duplice preparazione, di razza e di allevamento, che era voluta da Platone per i reggitori dello Stato. Ma lo stesso Platone poneva il caso che nella classe più alta potessero nascere anche individui di qualità inferiore e viceversa; sicché esigeva degli spostamenti della classe aurea all'argentea o a quella del rame e del ferro e reciprocamente: con che il criterio della scelta era al di sopra di quello della nascita.

    Tuttavia il problema dei rapporti della monarchia con la democrazia non si pone oggi in questi termini platonici, quanto piuttosto sul terreno sopra accennato, a proposito del caso Millerand nella repubblica francese: il terreno cioè di un possibile contrasto fra l'azione del capo dello Stato e la funzione per la quale il suo ufficio è inserito nelle costituzioni democratiche, repubblicane o monarchiche che siano. Nella democrazia il capo dello Stato si distingue nettamente dal capo del governo; ciò che negli Stati monarchici si esprime con la formula che il chi regna, non governa. In mezzo ai contrasti di parte e all'avvicendarsi delle correnti via via prevalenti nell'opinione pubblica e nella volontà del popolo, da cui debbono esprimersi i governi costituzionali, la funzione del capo dello Stato è di render possibili, senza conflitti violenti e nell'orbita della costituzione e delle forme legali, i trapassi del potere governativo dalla parte o corrente, già predominante, a quella, che successivamente conquisti la maggioranza del popolo e corrisponda alla sua volontà.

    Se pertanto il capo dello Stato parteggi per una corrente o comunque venga meno al compito di imparziale tutore del principio della sovranità popolare, che deve poter sempre, per vie legali, innalzare i governi che vuole e deporre quelli che non vuole più la maggioranza dei cittadini, esso entra in contrasto con la funzione che una costituzione democratica gli attribuisce. Allora fra monarchia e democrazia sorge un conflitto, meno facilmente sanabile certo che in repubblica, ove la soluzione è offerta nell'orbita della costituzione stessa.

    Il problema dei rapporti fra monarchia e democrazia mi pare che nell'età storica presente si ponga concretamente in questi termini.

R. MONDOLFO




IV

    Per capire i benefici della Monarchia in Italia basta riflettere a quello che sarebbe stata una repubblica in Italia: o la repubblica nazionalista-teocratica di Mazzini o la repubblichetta massonico-plutocratica di Barzilai; alle quali le persone di buon gusto preferiranno senza dubbio l'Italia di Vittorio Emanuele II e persino quella di Umberto I. Tuttavia non conviene esagerare.

    Ormai anche chi non ha letto Gaetano Mosca sa che repubblica e monarchia sono termini astratti. Ci sono monarchie liberali e repubbliche opprimenti. Il regime non conta! Quello che conta è la classe dirigente di un paese. I "più" e il "solo" non governano; governano bensì i "pochi". E da questi dipende la fortuna e sopratutto la civiltà di un paese. Fra la monarchia inglese e la repubblica greca la scelta per una persona dabbene è facile.

    Ciò che più conta in un paese è il paese stesso. La Russia ha distrutto gli Zar, che avevano dell'asiatico; ma ha creato i Soviet, che sono un regime asiatico anch'esso. La vera rivoluzione la Russia deve ancora compierla.

    Date queste mie convinzioni, si capisce come io dia scarsa importanza alla questione costituzionale, anzi alla questione politica. Se l'Italia fosse capace di compiere lo sforzo che sarebbe necessario per abolire la forma monarchica di governo e instaurare quella repubblicana, tale sforzo potrebbe essere dedicato a questioni più importanti.

    La Repubblica è una cosa troppo seria perché ne lasciamo parlare i repubblicani. (E anche la Monarchia è una cosa troppo seria perché se ne lascino parlare i monarchici). Per parlare da galantuomini di queste due idee, bisogna essere un po' fuori dell'una e dell'altra, come un vero credente in Dio, che nei Re e nelle Repubbliche trova soltanto indici della potenza di Lui; o un perfetto ateo, che vi vede gli strumenti con i quali l'umanità conquista la propria comodità politica.

    Idealmente la Repubblica è rispetto alla Monarchia un po' come la Filosofia rispetto alla Religione; cioè autogoverno; come quella è autocoscienza. Il Re è, per il cittadino semplice, un Dio, o derivato da Dio. E basta dire questo per capire che l'Italia deve essere monarchica non essendo il popolo italiano capace ancora di autocoscienza e quindi di autogoverno. Con chi dice il contrario non si discute; si alza le spalle.

    Se la Monarchia non ci fosse in Italia, non dico: bisognerebbe inventarla; perché le monarchie sono come certi invadenti mobili antichi che, se si trovano in casa, si rispettano, ma per metterseli in casa, in questi tempi di stanze strette e di necessità moderne, bisogna essere imbecilli come un esteta. Se io fossi un Americano del Nord non sarei monarchico. Ma in Italia la Monarchia ce l'abbiamo e per fortuna non dobbiamo farcene una nuova; né possiamo mandarla via, perché il popolo italiano non è capace di farne a meno. Essere monarchico non è qui da noi questione di politica, ma di buon senso.





    I monarchici in Italia si dividono in due grandi categorie: quelli che, sono tali, perché credono misticamente nella Casa di Savoia, e cioè la grande maggioranza degli italiani, specie nel Mezzogiorno; e quelli che non ci credono misticamente, ma l'accettano razionalmente, a causa degli altri che non possono farne a meno; questi sono un minore numero, ma il più importante intellettualmente.

    La necessità della Monarchia e i benefici che essa può recare a un paese non ancora politicamente formato, sentimentale, sbandato, facile a cedere a tutte le retoriche siano della patria o della libertà o dei paradiso bolscevico, qual'è il nostro, non si sono mai rivelati così chiaramente come durante il movimento e il governo fascista. Bisogna essere fanatici come un repubblicano italiano per non accorgersi che chi ci ha salvato dal regime fascista estremista è stata la Monarchia. L'ostacolo principale che il Fascismo estremista ha trovato sul suo cammino è stata la Monarchia.

    Chi è convinto del bene che fa la Monarchia, elemento di stabilità e di ordine in un paese anarchico, bisogna che sia monarchico lealmente e accetti anche tutte le forme e le formalità inerenti al servizio monarchico, baciamano compreso. Nulla di più ridicolo in politica della storia di quel tale nostro uomo politico, che non voleva essere ministro per non mettere l'abito nero! Una questione di abito quando si trattava dell'interesse dello Stato e del trionfo di una idea!

    L'Italia è un paese che deve ancora diventare cattolico, anzi cristiano, in buona parte; e deve diventare monarchico, in buona parte, se vuol essere civile. Altro che Internazionale! Altro che Repubblica! Non si impianta la Radio dove non c'è ancora il modesto telefono! Quando dico che l'Italia, per essere civile, deve prima diventare tutta monarchica, alludo al fatto che le zone italiane dove c'è stata una Monarchia sono quelle dove il Fascismo non ha attaccato; e viceversa il Fascismo ha attaccato nelle zone dove crebbero i Comuni, in Toscana, Emilia, Lombardia; perché Monarchia significa legge per tutti e non fazione, e non parte, e non signorotti o ras.

    Questa mia visione della Monarchia non piacerà probabilmente ai monarchici. Ma io sono abituato ad essere un democratico spiacente ai democratici italiani; un conservatore che i conservatori italiani guarderebbero con orrore, un fascista che sarebbe subito espulso dal fascismo.

G. PREZZOLINI




V.

    Quando si vuole esprimere un giudizio intorno al valore d'un'istituzione, non è, naturalmente, lecito considerarla nei suoi momenti sia di tralignamento dalla sua funzione tipica, sia di incapacità degli uomini che la incarnano, sia in generale, di degenerazione e di impotenza. Non sarebbe fair play pretendere di fondare un giudizio sul valore della monarchia sopra situazioni come quella di Carlo I e Giacomo II in Inghilterra a come quella di Montezuma prigioniero di Cortez e della sua banda. Un giudizio equo intorno al valore d'un'istituzione non si può darlo che considerandola nella sua efficienza ideale, o, meglio, semplicemente normale. Ciò sia detto per prevenire consuete obbiezioni repubblicane.

***

    Stabilito questo, il parere - e, quasi direi, il testamento politico - d'un uomo, che, come me, per più di trent'anni ha tenuto l'occhio sulla vita politica e vi ha anche per lungo tempo e in diversi ambienti attivamente partecipato (e che esprime tale parere senza secondi fini e con assoluto disinteresse, perché non ha nessuna carriera politica davanti a sé agli scopi della quale una od un'altra dichiarazione possa giovare o nuocere) - è che la Monarchia costituzionale sia la forma migliore di governo. E questo che dico in generale si applica naturalmente all'Italia, ché in particolar modo dall'osservazione di situazioni italiane quella conclusione è tratta.





    La storia degli ultimi dieci anni in Italia dimostra, a mio avviso, anche ai ciechi, la necessità che non tutto il potere e l'autorità nello Stato sia di fonte elettorale e "popolare" che dir si voglia. La "volontà popolare" (uso, per brevità, questa espressione, pur essendo essa, come ho altrove dimostrato, una fallace astrazione) corre spesso con improvvisa impetuosità per vie, che essa stessa poi riconosce erronee, di cui poscia essa stessa si pente. Innegabilmente, "volontà popolare" era nel 1919 il bolscevismo, e altrettanto innegabilmente era nel 1922 "volontà popolare" il fascismo. Occorre nello Stato accanto al potere di fonte popolare o elettorale, un potere d'altra fonte, che controlli, regoli, moderi il primo e i suoi impeti improvvisi. Un tale potere di fonte diversa da quella popolare, non può essere che di fonte ereditaria: la Monarchia. Circa la quale, è giusta l'osservazione di Schopenhauer, che una Famiglia la cui potenza e le cui fortune sono permanentemente fondate sulla posizione suprema che essa ha in un Paese, ha tutto il vantaggio a far sì che le cose di questo paese procedano sempre in modo da non precipitare, traboccando di qua e di là, in scosse e catastrofi che travolgerebbero da ultimo essa Famiglia medesima. Questa dunque finisce, nel suo stesso interesse, per incorporare in sé l'interesse permanente e profondo del paese di fronte all'impulsività momentanea superficiale, passeggera, di questa o quella manifestazione di "volontà popolare".

    La Monarchia è necessaria dunque non per "legittimismo", non per "diritto divino"; ma semplicemente come autorità di fonte ereditaria da stare accanto all'autorità di fonte elettorale. Le nostre formazioni politiche più durature (Roma, Venezia) furono in tutto o in parte fondate su di una fonte ereditaria del potere sovrano.

***

    Proprio gli avvenimenti italiani di questi ultimi anni sono la confutazione irrecusabile del repubblicanismo.

    Si può darne, assai semplicemente, la dimostrazione ad hominem.

    Non avversano forse, e fierissimamente, i repubblicani l'attuale situazione?

    Orbene, è palmare che, se nel suo moto insurrezionale del '22 il fascismo avesse potuto fare la repubblica, la situazione presente, a rimedio contro la quale i repubblicani invocano la repubblica, non solo ci sarebbe in repubblica stata ugualmente, ma sarebbe stata assai più accentuata e i ripari contro di essa assai più scarsi. Proprio la forma repubblicana ne avrebbe favorito l'affermazione in guisa più estrema e senza più possibilità di barriere e di ostacoli.

    E, per vero, si ponga mente a quanto segue.

    Le analogie tra fascismo e bolscevismo sono indiscutibili.

    In primo luogo, innegabilmente, nel metodo.





    Il metodo bolscevico ha questi caratteri: 1) soffoca con la violenza e con la morte le voci che discutono; 2) considera delitto un fatto permesso dalla legge quale quello di mirare a sostituire, coi mezzi legali, il governo esistente; 3) ha soppresso ogni mezzo legale e consuetudinario per la successione politica dei partiti al potere e ha reso tale successione impossibile tranne che col sangue. - In forma alquanto attenuata questi caratteri del metodo bolscevico sono i caratteri del metodo fascista.

    Ma, in secondo luogo, v'è qualche indizio di analogia tra i due partiti anche nella sostanza.

    Anzitutto. - In una delle più belle storie della filosofia che si possono leggere, la Geschichte der Antiken Philosophie di Karl Joël è detto: "Aver civiltà significa avere storia, avere un capitale spirituale, non vivere alla giornata, dalla mano alla bocca, come l'uomo della natura. Il barbaro viene dalla nebbia, in cui non riluce alcun passato"; quindi aver civiltà significa (tale è la concezione fondamentale del Joël) aver incorporato il pensiero del passato. Questa, che per lo Joël, è la condizione del possesso della civiltà, è anche la condizione del possesso dello spirito conservatore. Ora, la maggior parte dei capi fascisti mancano appunto di questa derivazione dalla tradizione culturale, nazionale, antica, umanistica. Essi derivano dal comunismo, dal socialismo anarcheggiante, cioè da moti ed ambienti che sono la negazione di tale tradizione culturale, che sono improntati ad una semicultura di ieri ed essenzialmente anazionale. In tali moti ed ambienti essi hanno fin dalla prima giovinezza plasmato il loro spirito. E il loro carattere di antitradizione si manifesta anche ora nella loro alleanza col futurismo. Ma conservazione vuol dire anche tradizione; e antitradizione vuol dire sovversivismo. Siffatta inclinazione per l'antitradizione li avvicina già al bolscevismo.





    Inoltre. - La simpatia per l'occupazione delle fabbriche; la semi-apoteosi della settimana rossa; l'adesione al congresso futurista (che finì invocando la repubblica); gli scioperi di Stato, come quello di Carrara; il sindacalismo organizzato dagli anarchici di ieri; le esplicite esternazioni di riviste, come La conquista dello Stato, che hanno nel campo fascista séguito sempre più largo; la compiacenza con cui il corrispondente del massimo organo fascista dipinge le imprese dei bolscevichi russi e particolarmente la soddisfazione con cui essendo l'"intelligenza" italiana. nella sua grande maggioranza, avversa al fascismo) egli descrive, quasi a fornire l'esempio del come bisogni agire, lo schiacciamento dell'"intelligenza" russa dai bolscevichi di colà, e gli sforzi che questi compiono per sostituirvi una classe di diversa cultura sono tutti sintomi che fanno sospettare ci possa esser sotto il viso che il fascismo ora mostra un altro e ben diverso viso, svelandosi il quale, i conservatori, oggi favorevoli al fascismo, avrebbero una novella prova della loro ben radicata e proverbiale cecità.

    Una politica conservatrice (sia, a questo proposito, fra parentesi osservato) io la scorgo nel come la delineava lo Stahl, il grande teorico tedesco del conservatorismo, quando, nella prefazione alla terza edizione della sua Staatsichre difendendo dagli attacchi dei liberali l'opera in senso conservatore cha lui svolta dopo il 1848 alla Camera prussiana, scriveva: "Io e i miei amici ci siamo opposti al ripetuto sforzo di instaurare per via legislativa una forma di autorità governativa illimitata, abbiamo garantiti i diritti di rappresentanza territoriale compatibili con la monarchia. L'infrangibile diritto della persona e la libertà di pensiero e di moto spirituale non è meno il nostro fine di quel che lo sia pel partito liberale. Il governo arbitrario, l'assolutismo, oppressione mediante forze meccaniche non i quindi né il nostro vero ideale né il nostro interesse. Né noi abbiamo niente di comune coi propositi di restaurare l'ordine e la possibilità o forse solo la comodità del governo mediante atti di forza e violazione di legge e di giuramento, niente di comune con l'eccessivo lealismo, il quale pensa che tanto maggiore sia la correttezza politica quanto più completo il rinnegamento di tutto ciò per cui da un secolo si lottò come libertà e bene... Colpa dell'autorità è anche in grado non minore trascorrere oltre la legge e il giuramento; in luogo della via della legalità, prescritta da Dio, la quale richiede pazienza e persistenza, battere, scegliendola di propria testa, la via della violenza, o sfruttare per i proprii capricci o fini particolari l'ufficio consacrato al bene pubblico". Se queste sono le linee d'una politica conservatrice assennata, nulla di simile scorgo nella politica fascista, la quale sembra invece ridursi, per usare l'espressione di Sallustio (CAT. XII), a scambiare l'imperio uti con l'injuriam facere.





    Or dunque, se il fascismo non ha potuto e non potrà esplicare interamente quella che sembra essere sia nel metodo sia nella sostanza, la sua intima tendenza, lo si deve alla presenza della Monarchia; al fatto cioè che non avendo esso, come avvenne in Russia, travolto interamente nel suo moto la base istituzionale esistente, avendo dovuto accettarla, dovette anche accettare in qualche misura la forma generale dello Stato in cui la Monarchia era radicata, non poté districarsi da tale forma, rimarrà (come è possibile e desirabile) in seguito sempre più in essa intricato.

***

    Da tutto ciò consegue che i socialisti, se avessero veramente fatto senno, se dagli ultimi due anni avessero veramente appreso qualche cosa, dovrebbero cominciare a dimostrarlo col far esplicita adesione all'istituto monarchico. Logicamente gli ultimi due anni avrebbero dovuto persuadere tutti che lo Statuto, sostanzialmente come è, forma ancora la colonna solida a cui conviene appoggiarsi e tener fermo; avrebbero dovuto far diventar lo Statuto (coi suoi capisaldi, Monarchia compresa) più intimo all'anima di tutti i partiti seri, e tra essi il socialista; così intimo finalmente all'anima politica nostra come veramente lo è la Magna Charta all'anima politica inglese. Infatti, a che cosa, anche i socialisti ai richiamarono di continuo contro l'oppressione fascista di questi due anni? Allo Statuto si richiama giustamente, quando si trova in istato di oppressione, ogni partito. Allo Statuto era pertanto giusto che il partito socialista si richiamasse in questi due anni (come era giusto che vi si richiamassero i partiti liberali nel 1919); e lo ha fatto. Lo Statuto è dunque per riconoscimento universale (di ogni partito, volta a volta, quando è oppresso) il punto centrico a cui bisogna ricondurre il pendolo della "volontà popolare" nelle sue oscillazioni eccessive. E lo Statuto comprende la Monarchia.

    E non è, del resto, proprio alla Corona che in questo momento i partiti più opposti si rivolgono invocando da essa una iniziativa e una specie di suprema decisione o di orientamento nella soluzione dell'aspro conflitto che si dibatte nel paese? Avvertimento, che dovrebbe diventar consapevole e permanente, di quale sia l'importanza, anzi, indispensabilità, d'un istituto, la Monarchia, che trae l'origine della sua autorità da una fonte diversa da quella dei partiti, che può spiegare accanto a questi la sua funzione in modo autonomo da essi, che, appunto per la diversa origine della sua autorità, può elevarsi su di essi imparziale. Questa è appunto la grande, insostituibile, funzione della Monarchia. Garantire, con la sua indipendenza dai, partiti, ad ogni partito la giustizia, la quale al partito soccombente non c'è ingranaggio costituzionale che garantisca colà dove autorità suprema dello Stato è il partito vittorioso che sale al potere.

***




    Da ciò risulta quale sia, a mio avviso, il rapporto tra democrazia e Monarchia. Sono due forze la cui coesistenza, il cui reciproco contatto, la cui cooperazione, sono preziosi per il buon andamento dello Stato. L'una impedisce che questo si irrigidisca in un immobilismo entro cui non può passare la nuova opinione pubblica. L'altra deve impedire che la "volontà popolare" nei suoi frequenti sbalzi dall'uno all'altro polo opposto (1919-1922) si attui con troppo facile violenta immediatezza, a costo di dover poi, e troppo tardi, partirsi di sé medesima. E' la funzione di permanenza e stabilità che esercita nell'organismo fisico la spina dorsale, o nell'organismo psichico il potere di ripercussione, di rallentamento dei moti impulsivi, d'inibizione.

    L'astrattismo repubblicano si rappresenta le cose come se il "popolo" dovesse aver soprattutto paura d'una forza accampata al di fuori e contro di esso: la Monarchia. La realtà (e sopratutto quella italiana degli ultimi dieci anni) ci mostra invece che il popolo deve aver paura principalmente di se stesso; delle correnti deleterie che in esso medesimo si generano. La necessità della presenza della Monarchia è quindi analoga e quella del podestà d'altra città nei nostri comuni medioevali. D'altra città, cioè traente le sue origini e la sua autorità d'altra fonte che non dai partiti che si generano e si combattono senza scrupolo, pietà ed equità in seno del popolo.

    Da ciò deriva anche che il rapporto tra Monarchia e Statuto è oggi diverso, e forse inverso, rispetto a quel che era nel'48. Allora lo Statuto significava limitazione della Monarchia. Ora lo Statuto è non tanto limitazione del prepotere della Monarchia, quanto limitazione del nostro (di questo a quel partito) tirannico prepotere. Allora lo Statuto era, per così dire, posto a guardia della Monarchia. Oggi è la Monarchia che è posta a guardia dello Statuto e che con la sua presenza dev'essere la garanzia dell'osservanza di esso anche quando una corrente sorgente dal popolo tende a violarlo. La funzione della Monarchia è di essere l'Eforato.

    E questo nuovo rapporto tra Stato e Monarchia tutti devono intendere.

GIUSEPPE RENSI.