IMPIEGATI, STIPENDI E PARTITI

    L'anno 1910 a Pisa fra il 30 Ottobre e il Novembre la Federazione fra gli Insegnanti delle Scuole Medie teneva il suo ottavo congresso nazionale; primo degli argomenti trattati in quel congresso era questo: "parificazione degli stipendi dei professori a quelli degli impiegati statali muniti di uguali titoli" Nella seduta del 1 Novembre parlò sulla questione un valente insegnante, appartenente alla "vecchia guardia" della Federazione, a quel manipolo di valentuomini che nei "tempi eroici" dell'organizzazione avevano saputo imporre all'opinione pubblica ai partiti ed al governo il problema della Scuola media e de' suoi insegnanti. Diceva questo professore a' suoi colleghi, fra l'altro, così:

    "La ragione per cui i nostri stipendi e quelli di tutte le altre categorie d'impiegati sono insufficienti deriva dall'aumento progressivo, rapido e continuo del costo della vita. Ora questo aumento del costo della vita, che reca solo parzialmente un danno e un pericolo alle categorie dei liberi professionisti e degli operai, perché quasi meccanicamente mano a mano che aumenta il costo della vita, aumentano anche i loro guadagni e i loro salari, reca danno gravissimo a tutti gli impiegati pubblici, i quali non ottengono così facilmente un aumento di guadagno proporzionato al costo della vita: per cui questo problema è un problema generale di tutta la Nazione, ma specificamente interessa la classe degli impiegati".





    Proseguiva poi l'oratore additando ai colleghi "l'inconveniente più grave" che poteva esser prodotto dalla corsa agli aumenti delle varie categorie di impiegati, l'inconveniente cioè "del disavanzo finanziario a cui si avvicinava a grandi passi lo Stato". Dopo aver detto che la questione dei miglioramenti economici degli impiegati non poteva essere disgiunta dalla questione della politica finanziaria del governo, conchiudeva rivolgendo ai professori congressisti il seguente invito: "Ora noi dobbiamo chiedere una mutazione nell'indirizzo economico dello Stato".

    A questo punto il resoconto ufficiale del congresso professorale porta una parentesi così: interruzioni - rumori: evidentemente insegnanti Congregati a Pisa nel 1910 non erano su questa materia d'accordo con l'oratore: aumenti volevano e non dissertazioni di economia politica. Eppure quel professore aveva veduto anche troppo giusto: gli aumenti che nel 1906 (anni di vacche grasse) lo Stato aveva concesso ai professori medi, e poi via via ad altre categorie di impiegati, furono poi a quattro anni di distanza annullati di fatto dall'aumento del costo della vita; come gli aumenti che quattro anni appresso i professori faticosamente estorsero al già smunto erario erano già stati assorbiti anticipatamente dall'incalzante e irrefrenato rincaro della vita. Poi veniva la guerra. Poi finiva la guerra e riprendeva da parte dei professori - e degli impiegati l'antico e vano od estenuante gioco di agitazioni per ottener l'aumento, e di recriminazioni quando l'aumento finalmente ottenuto risultava ancora una volta inadeguato al bisogno. E intanto la disciplina andava a rotoli e il bilancio statale andava a catafascio, e professori e impiegati seguitavano a boccheggiare semiasfissiati dal crescente costo della vita.





    E adesso, anno di grazia 1924, anno terzo di... quell'altra era, le cose stanno per i professori e per gli impiegati esattamente al punto in cui stavano nell'ottobre 1910, quando il Mondolfo teneva ai colleghi impazienti e dissenzienti il discorso che io ho riferito. Onde io, credendo che l'esperienza di questi quattordici anni un poco avesse mutato gli umori degli insegnanti medi, mi ero arrischiato un mese fa a riprender quel discorso, ed a rifare in un mio articolo "Impiegati, stipendi, carovita", suppergiù le stesse constatazioni e le stesse proposte, che l'interrotto e rumoreggiato collega aveva fatte al congresso di Pisa: esser la questione economica dei professori medi sempre più irrimediabilmente connessa con quella degli impiegati statali e dei ceti a entrate rigide ed a carichi non riversibili; essere tale questione indissolubilmente connessa con quella del progressivo rincaro della vita e non esser quindi risolvibile col sistema degli aumenti di stipendio, rovinosi per l'erario e inadeguati ai bisogni degli impiegati; dovere gli impiegati, e primi i professori, invocare ed imporre ai governi una "mutazione nell'indirizzo economico dello Stato", cioè "una politica la quale tolga le cause prime del carovita, fra le quali precipua il protezionismo". Il Mondolfo nel '10 era stato nel suo discorso replicatamente interrotto ed abbondantemente rumoreggiato dai colleghi: sorte non diversa é toccata nel '24 al mio articolo, il quale, approvato e lodato per la parte in cui lamentava le pietose condizioni economiche dei professori medi ed invocava per essi la promozione di un grado nella "scala gerarchica", era per il resto dal giornale della Federazione Nazionale I. S. M. -,organo del Sindacato della Scuola Media - dichiarato assurdo e inopportuno.





    Dirò subito che quella reazione dei dirigenti dei professori organizzati e questo loro netto rifiuto di prendere in considerazione la mia proposta non mi hanno minimamente stupito; dirò anzi che questo contegno da parte dei capi della Federazione degli Insegnanti Medi è anche, in fondo, giustificato. Proposte come quelle fatte dal Mondolfo nel 1910, da me nel l924, son proposte di carattere "squisitamente politico": iniziare una lotta per una "grande riforma finanziaria" o per una mutazione nell'indirizzo economico dello Stato, come voleva nel 1910 il Mondolfo, spingere professori ed impiegati a condurre la lotta per il loro benessere "contro i ceti che son più responsabili del carovita e più interessati al protezionismo", come vorrei io, nel 1924, è cosa che può esser fatta da un organismo il quale riconosca di aver carattere e competenza, non solo economica, ma anche politica: la Federazione Nazionale Insegnanti Medi invece è di fatto, volere o non volere, una organizzazione apolitica in cui si trovano individui "di tutti i partiti, di tutte le tendenza, di tutti gl'indirizzi economici"; si capisce quindi benissimo che i dirigenti - e i mentori d'un tal sodalizio di fronte alla proposta di "agitarsi" per avere duemilacinquecento lire di aumento si trovino subito d'accordo, mentre invece di fronte alla proposta di iniziare un movimento per imporre al governo una politica "liberista" o una politica di sgravi e di economie, si stringano nelle spalle e dicano: "questo non è affar nostro, esiger tanto da noi è un assurdo, far una simile proposta è fare dell'ironia, se non addirittura del crumiraggio". Come si capisce anche assai bene che quegli impiegati e professori, o pochi o molti che siano, i quali sono avvezzi a considerare il problema della loro condizione e della loro classe in rapporto coi più vasti problemi della vita nazionale e delle esigenze dello Stato, trovino l'esistenza e l'attività di codeste organizzazioni apolitiche di statali pericolose per gli interessi finanziari dello Stato, e non utili, in definitiva, neanche agli autentici interessi economici dei loro organizzati.





    Per cui, avendo bussato invano alla porta delle organizzazioni impiegatizie per averne un sussidio nella lotta contro il protezionismo per il liberismo, contro il caroviveri per la conservazione o la conquista del pareggio, altro non mi resta che rivolgere una raccomandazione e un avvertimento a quei partiti politici i quali finora per tradizione prestarono a quelle tali organizzazioni apolitiche il loro appoggio, quando si trattò di indurre i renitenti governi ad allentare i cordoni della borsa a favore dell'una o dell'altra categoria di "statali".

    I ceti impiegatizi, come del resto è risaputo, prima della guerra, e ancora subito dopo la guerra, gravitarono verso i partiti cosidetti di sinistra, i quali non lesinarono loro l'appoggio proprio e la solidarietà dei loro organizzati. In tempi più recenti questi medesimi ceti inclinarono verso tutt'altra parte, indotti a ciò da sentimenti e da risentimenti di varia indole. Ora, deluse e insoddisfatte, accennano queste classi a scostarsi dalle forze in cui troppo credettero e fidarono; non andrà molto che finiranno con tornare, mutati i tempi, agli antichi amori. Quando questo accadrà quei tali partiti accolgano pure, se credono, e faran festa ai figliuoli prodighi pentiti e ravveduti, ma non abbian più per loro tutte le antiche indulgenze: ricordino, fra l'altro, che il maggior cumulo di antipatie essi se le attirarono non tanto per le agitazioni di operai quanto per le agitazioni di impiegati statali e di enti pubblici; ricordino che la maggior offesa all'integrità e sanità dello Stato fu recata non tanto dall'occupazione delle fabbriche quanto dalle agitazioni di statali culminate nella famosa offensiva del "fronte unico" scatenatosi circa la metà del '21; ricordino che nessuno stato potrà mai reggere ai non contenuti appetiti dei proprii funzionari e che nessun proletariato potrà mai respirare se il bilancio dello Stato non sarà in saldo pareggio. Non dimentichino la recente lezione i partiti a cui alludo: nei tempi andati essi erano minoranza, non eran partiti di governo, potevano sostenere a cuor leggero certe rivendicazioni; quegli stessi partiti in un non lontano avvenire potranno esser maggioranza, domani potrebbero avere responsabilità di governo; in vista di quel che si prepara vadano molto a rilento nel prendere impegni verso chicchessia.

    E se domani gli impiegati torneranno a loro, li aiutino pure, "nei limiti del possibile", ma non manchino di esiger da essi che collochino i loro particolari interessi nel più vasto quadro degli interessi dello Stato e della Nazione, e, in cambio della loro assistenza, non manchino di pretender l'appoggio di quei ceti e nella lotta contro il protezionismo esoso e rincaratore, come dicevo io, e magari anche nella lotta contro... la Milizia, come diceva un mio contradditore in un giornale, con cui vorrei, ma non posso mai, andar d'accordo.

AUGUSTO MONTI