LA SETTIMANA

Giolitti fascista

    Sin dal Giugno scorso prevedendo lo sviluppo dei fatti che poi si è esattamente verificato, all'ipotesi di lavorare per una successione Giolitti, Rivoluzione Liberale rispondeva con una netta negazione. Più tardi, quando le manovre giolittiane e fiancheggiatrici trovarono, da Assisi a Livorno, i loro centri tattici, la nostra campagna antitrasformista si dispiegò in tutte le conseguenze culminando nell'incidente Delcroix che doveva segnare in qualche modo, almeno come sintomo, la divisione tra gli intransigenti e i trasformisti.

    L'atteggiamento giolittiano si è venuto chiarendo durante sei mesi con estrema cautela e con tattica pressoché semplicista. Questo è lo stile caratteristico dell'uomo che nel luglio votò la legge elettorale chiesta da Mussolini e nell'aprile fiancheggiò i candidati di Cesare Rossi e di Marinelli. Non si può dire che l'on. Giolitti si sia ribellato di fronte all'assassinio di Matteotti: le ribellioni non sono nel suo temperamento. Neanche quando i sistemi del nuovo regime furono duramente smascherati dal sangue Giolitti si indusse all'antifascismo: incominciò semplicemente una tattica di maggior riserbo verso Mussolini, ormai solido, e all'on. Soleri che non sapeva se rifiutare un portafogli nel rimpasto dell'estate pare dicesse: - Sei stanco dell'avvocatura e vuoi metterti a fare il notaio? - Così passò l'estate e un nostro amico visitandolo a Cavour lo trovò che leggeva Dickens. Almeno in questo le sue previsioni concordavano con quelle di Rivoluzione Liberale, nel ritenere che Mussolini non sarebbe caduto per l'effetto morale dell'assassinio di Matteotti, come tutti ingenuamente credevano, nell'estate.





    Ma anche Giolitti è diventato ottimista se crede di poter liquidare Mussolini votandogli contro in novembre. Così stanno affermando giornali giolittiani, che parlano di momento incertissimo e di crisi imminente. Ora a questi banditori chiassosi e singolarmente contradditori si vorrebbero proporre alcune considerazioni.

    Poiché l'opposizione al fascismo da diritto a parlare in nome di un'aristocrazia, l'aristocrazia dei caratteri, che non hanno ceduto, sembra lecito chiedere a Giolitti, e ai suoi amici piemontesi in particolar modo, perché non si volgessero all'opposizione in quel dicembre 1922 in cui a Torino lo stato d'animo di unanimità creato intorno a Mussolini, complici i liberali di tutte le sfumature, rese possibile, quasi senza protesta, il sacrificio di 22 vittime proletarie. Chi patteggiava o taceva nel momento in cui si preparavano le liste di proscrizione non partecipa della dignità dell'opposizione. Non ha la dignità richiesta dal ruolo di oppositore chi fiancheggiò il fascismo il sei aprile, giustificando il suo fiancheggiamento con l'intento di togliere ai popolari e ai socialisti qualcuno dei troppi posti lasciati loro dalla legge elettorale di Mussolini! E gli organi giolittiani dichiararono subito dopo il sei aprile che effettivamente si dovevano considerare i risultati delle elezioni come un passo verso la legalità ossia riconobbero dei giusti diritti alla maggioranza di Cesare Rossi, mentre i veri oppositori li contestavano e Giacomo Matteotti indirizzava a tutta la maggioranza un atto d'accusa che pagò con la morte.





    Il discorso del 13 novembre non è dunque un discorso di opposizione, non è un discorso antifascista. Anzi con grande lealtà Giovanni Giolitti non ha parlato del fascismo. Egli non può dimenticare che le squadre fasciste ed il terrore bianco furono inaugurate sotto il suo ministero e che furono i suoi ministri - né certo contro il suo parere - a disporre per l'armamento delle camicie nere. Giolitti ricorda che il fascismo gli è servito nel '21 contro socialisti e popolari. Non può escludere che torni a servirgli domani contro gli stessi bersagli. La sua opposizione è di un fiancheggiatore e di un filo-fascista della prima ora e si limita ad alcuni punti di ordinaria amministrazione del ministero Mussolini: quando Mussolini avrà dichiarato che la Commissione dei 15 non funzionerà, che della legge sulla stampa sarà tolta l'applicazione ai Prefetti, che si riprenderanno le elezioni per i Consigli comunali sciolti, il malumore di Giolitti, non pregiudiziale, avrà esaurite le sue ragioni. Il documento della sua opposizione è essenzialmente circoscritto: ignora la legge elettorale (della quale Giolitti è stato tra gli autori), non solleva questioni di incompatibilità morale tra governo e paese, non tocca del problema della milizia. Perciò la tattica giolittiana non interessa minimamente le opposizioni, che sono tenute lontane da Montecitorio da ben altro che dalle sottili distinzioni dell'ex dittatore: e non torneranno neanche se coi loro voti potessero (disperata e goffa ipotesi!) provocare una crisi ministeriale. L'ombra di Matteotti non si placa con gli intrighi di corridoio. Lasciamo Mussolini e Giolitti al loro duello: essi stanno disputandosi da quattro anni il posto di capo della maggioranza e del fascismo. Giolitti ha vinta la partita nel '21, l'ha perduta nel '22. Nella sua opposizione d'oggi c'è semplicemente il pensiero di riprendere il gioco daccapo.





L'Unione Nazionale

    L'Unione Nazionale è un blocco, come fu quello storico di Giorgio Pallavicino, di Manin, di La Farina; un'alleanza che prende forze più o meno distinte e eterogenee. Si tratta di sapere se l'alleanza conserverà condizioni di parità tra gli aderenti; ché se succedesse invece come per l'alleanza tra l'uomo e il cavallo l'interessante sarebbe di vedere chi si prenderà la parte dell'uomo.

    Fuor di metafora l'adesione dettata da invincibile repugnanza al fascismo, di uomini d'alto valore sinora rimasti quasi estranei alla politica o abituati a militare in gruppi di eccezione e di eresia come Mario Ferrara, Tilgher, De Ruggiero, De Lollis, Vinciguerra, Papafava, Silva, Calamandrei, Grieco, (per l'appunto quasi tutti collaboratori di Rivoluzione Liberale) non dovrebbe correre il pericolo di servire, pel prestigio di uomini incompromessi e di uomini nuovi, a rimettere in valore vecchie bandiere che delle loro colpe antiche devono rimanere responsabili. La garanzia che ciò non succederà sembrerebbe venire dalle persone che dell'Unione sono i capi o gli ispiratori naturali, Amendola, Einaudi, Sforza: ma oggi come oggi l'Unione è anche il partito di Bonomi e di Cocco-Ortu e per poco non lo fu del duca Di Cesarò.

    Intanto il risultato primo del blocco si vede nel programma dove le diverse tendenze hanno dovuto contemperarsi od elidersi quasi ecletticamente per modo che le affermazioni più che la forza di un nuovo liberalismo tengono, nonostante lo stile amendolianamente austero e dignitoso, un tono che ha qualche somiglianza coi moderati del Risorgimento. Invece che di autonomie si parla di decentramento autarchico e si tace di liberismo perché tra i firmatari ci sono anche i fautori dell'economia associata e i vecchi avvocati democratici del proibizionismo oligarchico.





    Ma crede l'Unione Nazionale di aver dato con la sua dichiarazione programmatica un'impostazione realistica e consigli di tattica precisi per il momento attuale?

    I nostri dubbi sono tutti qui.

    Se non si mette in programma la questione della proporzionale è vano parlare di democrazie moderne. Nel mezzogiorno democrazia senza proporzionale significherà sempre democrazia ministeriale con elezioni addomesticate di stampo giolittiano e mussoliniano. E' disposta l'Unione Nazionale a dare battaglia contro il collegio uninominale?

    Su questo terreno la sua posizione è agnostica? Ma allora il suffragio universale separato dalla naturale integrazione dello scrutinio di lista con rappresentanza proporzionale sarà soltanto un'arma di più data ai prefetti per ridurre il Governo ad una oligarchia, e la "nuova" democrazia sarà sempre quella di De Bellis.

    Questa corruzione ha avuto un rappresentante storico in Giolitti. Che cosa pensa di Giolitti l'Unione Nazionale? Che cosa pensa, in modo più specifico, del Giolitti del dopo-guerra, il quale non ha alcun diritto di vantare certi suoi meriti del decennio di pace (1901-1911) perché ha rappresentato invece l'offensiva del combattentismo e del primo fascismo contro ogni tentativo seriamente democratico di governo di partiti? Come agirà di fronte a chi lavora per un governo reazionario di ex-combattenti disoccupati capitanati da un Giolitti pronto a prendersi la rivincita con Sturzo e i socialisti? Queste non sono ipotesi astratte, ma discorsi di tutti i giorni e il dubbio è più forte quando si vedono tra gli aderenti all'Unione parecchi giolittiani e anzi per l'appunto quelli che primi indicarono le accennate soluzioni.





    Qui il pericolo del blocco, della confusione, è evidente e noi l'additiamo ai nostri amici aderenti all'Unione perché si difendano, perché non consentano che la democrazia nuova si riduca alla massonica e trasformistica democrazia dei ricatti e dei compromessi.

    Il compito di una democrazia seria antifascista e antigiolittiana oggi è di preparare un governo di partiti di massa. La classe dirigente che si è addestrata nella lotta antifascista deve elaborare un programma di questioni concrete, con intese precise e circoscritte in tema di liberismo, di autonomie locali, di libertà giuridiche fondamentali, e promuovere un esperimento di governo di socialismo liberale (ossia antitetico al socialismo di Stato e al vecchio paternalismo democratico) con la partecipazione e la responsabilità di socialisti e popolari. La successione al fascismo deve spettare a questa formazione politica chiara, verso la quale la nostra fiducia non è senza riserve, ma che deve segnare il primo passo della nostra maturità di moderno popolo democratico. Questa soluzione oggi è contrastata dall'apparente maggioranza, rumorosa e retorica degli italiani, ieri mussoliniana adesso combattentista.

    L'Unione nazionale promuovendo il blocco dei gruppi democratici ha mobilitato delle forze senza dire se le porterà a destra o a sinistra; se le asservirà a Giolitti e le confonderà con quella parte della maggioranza di Cesare Rossi che invece di seguire le sorti del suo duce morde il freno; oppure se le schiererà accanto ai partiti legati alla proporzionale contro i governi personali e le dittature, pacifiche o cruente.

    I nostri amici che hanno dato il loro nome all'Unione devono battersi per questo chiarimento rifiutandosi di ricostituire un semplice blocco di classi medie, che erediterebbe la natura di quel blocco che fu il fascismo.





Collegio uninominale

    "Riguardo all'esperienza del dopo-guerra - ha detto l'on. Soleri nel suo ultimo discorso - non bisogna dimenticare che vi era una legge elettorale per cui nessun partito poteva governare da solo e ciascuno poteva impedire agli altri partiti di governare. Era stata alterata così la base del nostro sistema elettorale, mentre l'esperienza dell'ante-guerra bene dimostra che, sulla base del Collegio uninominale, l'attuale regime parlamentare, senza bisogno di artificiose riforme, consente stabilità di Governo e svolgimento di ampi programmi sociali, politici ed economici".

    L'esperienza dell'ante-guerra è l'esperienza giolittiana. L'on. Soleri gode di ricordarla come l'età dell'oro. La stabilità di Governo del 1901-1911 fu un esperimento di dittatura. L'ampio programma sociale consistette nell'addomesticamento del partito socialista con le lusinghe e i compromessi raggiunti attraverso i varii Sacchi e Pantano. Il collegio uninominale è l'ambiente ideale in cui la politica si può fare attraverso una ristretta oligarchia e davanti alle ambizioni personali tacciono gli interessi e i costumi di partito. Giolitti fu maestro di elezioni a collegio uninominale. Soleri può ricordarsi ancora con emozione come il suo duce nel 1913 riuscì, con il patto Gentiloni, a fargliela spuntare contro Galimberti nel collegio di Cuneo. Giolitti sapeva dosare i metodi, scegliere ad una ad una le persone fide. I mazzieri dell'Italia meridionale dove le cricche ministeriali avevano in mano la stampa e l'opinione pubblica e si potevano picchiare i proletari senza lasciarli strillare. Il patto Gentiloni nel Nord per trovarsi alleati i preti e i massoni. I suoi candidati diventavano pacifici feudatari, lasciati liberi nel loro collegio di rappresentare e di esercitare bonariamente tutti i poteri. In cambio di questa libertà di trattare i proprii affari, bastava che i feudatari ubbidissero nella Camera il domatore o gli portassero il biglietto di visita in portineria l'ora dell'appello. Giolitti ha, per il periodo che precede l'avventura libica, alcuni meriti di grande statista, ma la storia dovrà mostrare la sua responsabilità nella creazione di questi sistemi, che sono una cosa sola coll'uomo, rappresentano per eccellenza il giolittismo.





    Nella palestra del collegio uninominale si venne addestrando all'intrigo e all'ignoranza la classe dirigente italiana, abile nel mercato dei voti, desiderosa di star lontana da ogni altra cosa pubblica. La creatura rappresentativa di questa maggioranza, il prodotto naturale del costume giolittiano fu Facta che, da buon casalingo, intendeva la politica estera come un modo di fare gli onori di casa. Giolitti al potere non può preparare successori e tempre di capi diversi dal buon avvocato di Pinerolo.

    La proporzionale scompagina questi piani. Di trecento giolittiani tornano alla Camera poche decine. Nel disordine del dopo-guerra non tutti i vittoriosi sono migliori dei soccombenti. E viene la leggenda che la proporzionale elimini i valori individuali (benché resti da chiedere umilmente a quali valori individuali si voglia alludere). Ma se anche gli individui delle Camere elette a proporzionale valevano poco come le Camere giolittiane se anche si dovesse dire che valevano meno resta l'osservazione fondamentale che il tono non viene più dato dai singoli ma dai partiti. La colpa della crisi parlamentare post-bellica non è dunque della proporzionale che valse per alcuni anni a tener lontano il fascismo: la degenerazione dei costumi parlamentari nacque dalle inquietudini dei reduci e fu preparata da Giolitti nel suo decennio con l'addomesticamento del parlamento, con la soppressione della lotta politica e la persecuzione dei caratteri non disposti a piegarsi al "duce".

    La rivolta di Soleri, ultima rosea speranza del giolittismo deriva da questo noviziato: tra i discepoli di Giolitti e la proporzionale c'è incompatibilità di carattere. Corre una profezia in omaggio alla quale all'on. Soleri sorride l'idea di riuscire un futuro Presidente: se è vero che all'on. Mussolini dovrà succedere tra qualche anno un Duce piemontese, i papabili sono proprio i due combattenti Soleri e Rossini. Davvero non potremo dire che il governo dei combattenti sarà un modello di modernità! Bisogna ricordare che a un mutilato il quale gli chiedeva il suo appoggio in caso di crisi ministeriale l'on. Giolitti rispose: "I mutilà e i coumbatent a soun mé fiui". Ombre che tornano come delizie indigene, costumi di provincialismo legati alla razza. Mentre il combattentismo risuscita il giolittismo il governo delle medaglie d'oro sarà ancora quello dei commendatori con lo strumento infallibile del collegio uninominale di Grosso-Campana e di Casalegno.

p. g.