RITRATTO DEGLI ITALIANI D'OGGI

    Nelle settimane immediatamente successive all'assassinio di Matteotti, tutte le redazioni ricevettero centinaia di lettere del pubblico. Io ne raccolsi, precisamente, duecentottantasei. Adesso mi accorgo che c'è forse la spesa di riordinare questo malloppo di scritture, di cavarne un tenue contributo per il ritratto degli italiani di oggi, e per il ragguaglio sulla reazione suscitata dal delitto.

    Considerando il mio dossier, un particolare mi ha colpito.

    La più gran parte di questi scritti, sono inviati da povera gente. Bisognerebbe riprodurli, non nel testo raggiustato e composto nell'uniformità del piombo della "linotype", ma nella integrità dei caratteri a sghimbescio e delle firme fatte colla lingua penzoloni. Certamente, le cartelle su cui incollo i ritagli del dossier, sono più interessanti dell'articolo. Ebbene: la povera gente che scrive, o è allucinata, o scrive senza secondi fini: più o meno tutte le sue lettere hanno qualche valore morale.





La "gente per bene"

    Ma mi sono capitate addosso, oltre alle lettere dei poveri, anche quelle dei "signori". Moltissime. Tutte rigorosamente anonime, mentre le altre sono quasi tutte firmate. Spesso, per maggiore segretezza, o per abitudine d'ufficio, dattilografate. Dai caratteri, dalle carte, dal contesto, si può sicuramente dedurre che gli scriventi sono piccoli borghesi, impiegati, professionisti, uomini d'affari. Ebbene: queste categorie di corrispondenti sono assolutamente spregevoli. Non una delle loro lettere rivela una commozione genuina, sincera: non una dà o riecheggia il "grido del cuore del popolo italiano", come vedremo che dice un mio corrispondente carabiniere. Le deplorazioni per l'assassinio sono tutte colate, filtrate, attraverso a una forma letteratoide, oppure si riattaccano a qualche piccola ambizione o a qualche rancore personale. L'inferiorità morale di queste lettere, e dei loro autori, rispetto ai fogli e fogliazzi e grida e vaneggiamenti della povera gente, si appalesa pronunciata, aperta, irrecusabile. L'atonia sociale e morale più grave è nei ceti medii, molto più di quanto non sospettassi, molto più di quanto non era lecito dedurre dalle analisi più fredde e pessimistiche. Io ho, per esempio, la convinzione che nella classe commerciale della mia regione - intendo gli uomini degli scagni, di piazza Banchi, di Borsa, spedizionieri, concessionari, ecc. - non dieci persone in tutto hanno sentito l'assassinio Matteotti come offesa alla loro coscienza. Ed ho la convinzione che nei ceti medii, l'impressione suscitata si è subito innestata su considerazioni così grette e miserabili, da toglierle qualsiasi valore morale: mentre invece hanno un valore morale innegabile le esplosioni d'indignazione e d'ira dei miei corrispondenti più umili.





I verseggiatori e reclamisti

    Primissimi, fra i miei corrispondenti borghesi, i verseggiatori, che dall'assassinio di Matteotti, come dalle sagre di Mussolini, traggono pretesto per "collaborare". L'eterna razza dei poeti contemporanei. Dal mazzo scelgo i versi del prof. Aldo Frigeri, insegnante di lettere francesi nelle scuole riformate del ministro Gentile:



    "Fende la notte con urlo flebile

    su la riviera del Lazio libero

    un lungo treno carico d'auree

    giovini truppe;

    vanno alla scorta di nuove pubbliche

    vaste riforme, van per l'Italiche

    nove fortune, liete, serene,

    inni cantando."



    Insieme coi verseggiatori si possono ricordare molti di coloro che annunciavano solennemente di essersi inscritti a un partito di opposizione, "coronando così una fede non da oggi nutrita", ecc. Normalmente, si tratta di individui che sperano, con questo trucco, di pubblicare sul giornale una loro composizione di genere patriottico umanitario. Press'a poco le stesse ragioni per cui capitarono al Popolo d'Italia dopo l'assassinio Matteotti tante adesioni al fascismo: vedere "stampato" il proprio nome. Il Popolo accontentò quasi tutti questi mosconi.





Gli affaristi e le spie

    Secondi per affluenza sono coloro che si rivolgono al giornale e, dopo brevi deplorazioni del caso Matteotti, denunciano vere o supposte malversazioni, contratti strozzineschi conclusi da loro concorrenti sotto l'egida di Finzi o di Torre, ed altre imprese in cui ad essi - gli scriventi - è mancato il grado di capacità simoniaca necessaria e sufficiente, e perciò furono sopraffatti.

    Vengono poi i funzionari dello Stato, riconoscibili dalla carta su cui scrivono (di solito mezzi fogli protocollo staccati alle "pratiche") e dallo stile. Essi partono dall'assassinio Matteotti per chiedere, invariabilmente, una riforma generale e sistematica della pubblica Amministrazione, e quanto meno del ramo in cui sono occupati. Gravosità di tasse scolastiche, insufficienza di alloggi, mancanza di impieghi per i figli "che pure hanno fatto i loro studii", miserabilità delle pensioni: tutte le litanie consuete questa gente le risciorina in occasione della morte di Matteotti, dimostrando che i funzionari dello Stato sono le vere vittime della situazione, che il fascismo nulla ha fatto per loro, che le opposizioni li dimenticano, che è tempo di provvedere, ecc.





    Infine, i sicofanti. Quando, nei primi giorni dopo il delitto, molti fascisti tolsero il distintivo all'occhiello, ci furono le intimazioni dei fasci contro i... disertori. Io ebbi non meno di sei elenchi di fascisti di Genova o della regione che erano stati veduti senza distintivo: i delatori chiedevano la pubblicazione dei nomi perché, in questo modo, sarebbero stati espulsi. I delatori non potevano essere che fascisti. Più grave; è una serqua di letterine incitanti ad atti contro le persone. "Il tal dei tali, giovincello fascista, e anche degenerato sessuale passivo, ha pubblicamente fatto l'apologia del delitto: una buona dose di legnate sarebbe cosa santa". "Il tale abita così e così: esce di casa alle tali ore, quasi sempre, solo, la strada è solitaria e nessuno verrebbe in suo aiuto perché è notoriamente odiato". "Il tale ha fatto questo: se qualche animoso vorrà prendere l'iniziativa di una punizione fatene un cenno sul vostro giornale; pur restando anonimi faremo pervenire un premio in denaro". Qualcuna di queste lettere è un capolavoro di unzione e di circospezione. Ogni regime ha un genere letterario cui dà particolare incremento: la delazione è il genere del regime fascista. L'Italia è sempre il paese dove la rivoluzione della libertà è concepita sotto specie di un occhiello nella pancia dell'avversario, e dove la restaurazione dell'ordine è imposta coi sicarii che sopprimono i sudditi incomodi. Attorno a Mussolini si aggira Dumini, attorno all'opposizione si aggira Scoronconcolo. Bisogna amare moderatamente l'Italia, per poterle perdonare questo marchio pretino ch'essa ha nel sangue.

    Riassumendo: le lettere di persone di civile condizione che mi pervennero in occasione del delitto Matteotti, sono tutte - dico tutte -riconoscibili a una di queste sottospecie:

    1 Esibizionismo;

    2 Affarismo;

    3 Lamentele;

    4 Delazioni.

    Stringiamoci reciprocamente le mani, noi membri onorarii di questa bella classe dirigente.





La pietà per gli oriani

    Il delitto Matteotti impressionò vivamente gli italiani per tre particolari di natura rocambolesca e sentimentale: il drammatico del rapimento, l'occultamento della salma, la sopravvivenza dei tre piccoli orfani.

    Quest'ultimo fatto ha avuto un'importanza enorme: io lo vedo, rileggendo il mio fascicolo di lettere. Qui veramente, dinanzi a questi lamenti per i tre bambini orfani, scritti da mani rozze e tremanti, si ha un barlume di intuizione sul popolo italiano: questa enorme sensibilità per il fatto dei figli piccoli che rimangono senza padre è cosa tutta nostra, è l'unico fondo di riserva della nostra vita nazionale, altrimenti così povera di sentimenti sociali, di solidarietà politiche, di nozioni di responsabilità collettiva. Avviso a chi tocca: se si decide di sopprimere un altro deputato di opposizione, che sia scapolo!

    Per gli italiani, il fatto che si sia tolto il padre a tre bambini, primeggia per orrore su qualunque altra considerazione. Se si ammazza un deputato scapolo, si attenta soltanto al regolamento della Camera (o tutt'al più al Codice Penale); se si ammazza un deputato con figli piccoli, si offende l'unico vincolo sociale veramente sentito, il solo esistente, quello tra padre e creatura. Il sovversivismo fazioso che gli italiani hanno nel sangue, e per cui ignorano e disprezzano qualunque disciplina, qualunque costume, qualunque legge, si arresta ed esita dinanzi all'immagine del padre, che nutre la prole: qualunque altra lesione di rapporti sociali è veniale, questa appare orrenda, più che presso qualunque altro popolo occidentale. L'invocazione alla pietà più comune nelle nostre risse campagnole: "Non ammazzatemi, sono un padre di famiglia!" si torce in quest'altro: "Hanno ammazzato un padre di famiglia!", che è la condanna del crimine sociale per eccellenza.

    Perciò, nei miei corrispondenti, è rara la deplorazione dell'assassinio in considerazione della carica politica dell'assassinato. (In linea generale, non credo gli italiani bastevolmente sensibili all'assassinio dei deputati, sia di maggioranza che di minoranza). Frequente non è neppure la deprecazione, avuto speciale riguardo al suo passato politico di socialista: e quando è fatta, è sempre in istile comiziaiolo, mitingaio, col consueto fraseggiare delle "rosse bandiere" e dello "sfruttato proletariato": il che fa dubitare della sua spontaneità e ingenuità.





Gli amatori della vendetta famigliare

    Unanime è invece, ripeto, la deprecazione del crimine in quanto Matteotti era padre di famiglia.

    E' una donna che scrive:

    "Ella che ha modo di scrivere faccia che parlino, scriva alla vedova del martire che prenda i suoi tre bimbi e ogni giorno si metta sul passaggio dei giudici, dei ministri e pianga e gridi finché non venga esaudita in questo sacrosanto suo desiderio.

    "Se fossi io non mi leverei mai di lí notte e giorno, ci starei finché non fosse appagato questo mio giusto e sacrosanto desiderio".

    Moltissimi dei corrispondenti vedono le cose così: una azione diretta, personale, della vedova, circondata dai tre orfani, diretta ad ottenere pietà o giustizia. Un'altra donna, una meridionale, ha della famiglia e del vincolo famigliare una concezione integrale: essa chiede che "si faccia avanti anche il potente tenore Titta Ruffo" come cognato dell'assassinato. Opinione corrente fra le donne scrittrici sembra essere questa: che la vedova, chiesto e ottenuto il colloquio con "altissime personalità" avrebbe dovuto trarre il revolver e sparare. Questa soluzione passionale, che riduce la tragedia a una spiccia vendetta famigliare, l'hanno vagheggiata una quantità di persone. Piace, agli italiani: risponde molto bene alle loro idee rudimentali sullo Stato, sulla giustizia, sulle responsabilità governative: ci si ritrovano, ci si godono. E' importante soffermarsi su questo. Circa metà dei miei corrispondenti - così, a occhio e croce - troverebbero questo colpo di scena altamente ammirabile. Ci sono dunque, in Italia, milioni di cittadini per cui la sorte delle nostre istituzioni, le nostre rivoluzioni e le nostre lotte politiche potrebbero risolversi bellamente sul modello della Tosca: ta, ta, due revolverate o due coltellate contro il nuovo Cavaradossi e viva la libertà! Ciò è spaventevole e dà a riflettere.





L'ossessione del cadavere

    La drammaticità dell'assassinio e l'occultamento furono gli altri due elementi emotivi più sentiti. Molti dei miei corrispondenti ne sono ossessi: ma di questo più tardi. Restiamo fra le persone ragionevoli, e che, dal contesto dei loro scritti, appaiono ancora capaci di autocontrollo. La vedova e gli orfani che "hanno bisogno" della tomba per rendervi gli estremi omaggi; questa è immagine sempre ricorrente. Ma dov'è il cadavere?

    Scrive un operaio metallurgico:

    "Io credo fermamente che l'abbiano messo sotterra a testa all'ingiù, e forse chi sa da quanto tempo che avranno preparato il buco forse per buttarcelo vivo. E capirà bene che sotterrandolo in quella maniera cosa ci vuole di tapare un buco difficilmente si può trovare".

    Dopo altre considerazioni sui figli, egli ritorna alla ipotesi per lui tormentosa dello interro in una fossa stretta e lunga: e aggiunge come poscritto:

    "Mandateci se possibile degli esploratori. Io credo a quello che disse che dovevano sotterrarlo col capo all' ingiù profondo 5 metri. Cosa ci vuole a tappare un buco d'una circonferenza mediocre che ci possa passare le spalle se il buco era già preparato?"

    Lettere come questa - in cui si arriva ai confini estremi del pietoso interessamento, e già si intravede la ossessione monomaniaca - ne ho molte.





    Ma prima di lasciare il terreno dei corrispondenti compos sui, bisogna ricordare la composizioni poetiche spontanee, genuine. L'andatura generale è press'a poco quella del Lamento di una sposa padovana per il marito andato crociato, del secolo XIII: non c'è sensibile differenza circa affetti, o ritmo. Uno è intitolato precisamente così: "Lamento della vedova signora. Veglia Matteotti sulla salma dello sposo adorato"; un altro: "Lamento della vedova e degli orfani e del cadavere di Matteotti"; un altro: "Santa Giustizia", e l'autore ha cura di aggiungere che deve venir cantato sul motivo di "dodici mamme, dodici bimbi... dodici culle, dodici fanti". Il ritornello di un altro è questo:

    "Bimbi cari della mamma

    Il vostro babbo fa eterna nanna".

    L'unica di queste composizioni poetiche che vada un po' più in là del compianto per la vedova e gli orfani, me l'ha portata un carabiniere. Si intitola bravamente così:

    Il grido del cuore del popolo italiano

    Genova, li 24 giugno 1924

    Questo carabiniere venne di persona, in uniforme, e mi disse il suo nome. La composizione è firmata semplicemente "Giovanni": tra virgolette. L'autore dichiarò di non averla portata per la pubblicazione, ma "per sfogo". Qualche giorno dopo, lo rividi alla porta del giornale, comandato di guardia con la consueta comitiva dei suoi camerati. Fece finta di non riconoscermi: come tutti i veri poeti, egli è vergognoso delle sue poesie.





Gli allucinati
I. - I poliziotti dilettanti

    Il giornalista ha un segno sicuro per misurare l'intensità con cui il pubblico segue un avvenimento: ed è l'interessamento dei pazzi. Quando un avvenimento è pervenuto fino ai pazzi, vuol dire che si tratta veramente di una commozione viscerale, non di un semplice accaponamento della pelle. I pazzi, numerosissimi e dissimulati, si scoprono al giornalista, nelle epistole, prima ancora che al psichiatra. In questi ultimi tempi - dico, ultimi anni - i pazzi si sono infervorati sopratutto per la scoperta di Voronoff e per il delitto Matteotti. Di questo, ancora più che di quella, che pur era cosa che prendeva moltissima gente per il più intimo e riposto filo delle loro speranze: quello del ringiovanimento sessuale.

    La prima, e più volgare, categoria di pazzi, tra i miei corrispondenti, è quella dei poliziotti dilettanti. La fuga del Filippelli e del Rossi mise costoro in orgasmo. Molti esordiscono così: "Sono un modesto poliziotto dilettante". Le testimonianze che essi danno sono circostanziate, esaurienti. Come questa scritta a grossi caratteri infantili su un biglietto postale:

"18 - 6 - 24

    Cara Direzione,

    Ieri mattina 17, sul tram 39 diretto a Nervi c'era il comm. Cesare Rossi, ha chiesto se andava bene per andare a Quarto? in risposta affermativa disse che cercava villa Croce.

    Ti saluto. Tua assidua

Letrice"




    Quest'altra tipica denuncia mi fu rimessa da un operaio, allora a lavoro presso la ditta Carena, negli sterri per le gallerie Portello-Lecce. Ecco la scena del supposto incenerimento del cadavere:

    "Il cadavere di Mateotti è stato fato a pezzi e poi bruciato colla benzina, la cenere fu trasportata al cimitero a note scura, a questa traggedia si trovavano 1 (nome illeggibile); 2 Finzi; 3 De Bono; 4 Cesare Rossi; eco i nomi più precisi che vi possa dare. Mussolini a oferto L. 2000 al becchino in cui fu di servizio è pregato di sepelirlo questa cassetta di cenere che un dovere che lui doveva eseguire verso di noi mediante soma, fu pure avertito di non far saper nulla di questo fatto mediante promesse che lui sarà messo in riposo con uno stipendio di 600 mensile.

    "Il bechino trovasi ora ad un picolo paese fuori di Roma tanto per non essere cercato da nessuno perciò prego che questo mio scrito sia presso a verbale davanti a tutti i grandi popoli del mondo".

    E' la vera testimonianza dell'allucinato, sul modello di quelle, indimenticabili, rese nei processi per stregoneria o contro gli untori. In fondo, questi furono gli unici dibattiti di pubblico interesse che abbiano mai conosciuto e cui ci siano appassionate le nostre plebi. Si sente. Ancor oggi, e non dico nel solo Mezzogiorno, sarebbe agevolissimo imbastire un processo per sortilegio e per unzioni pestilenziali. Ho parecchie lettere, che non posso riportare, infinitamente più ingegnose, più ben congegnate, più apparentemente attendibili delle testimonianze estorte colla tortura, o sotto l'incubo del contagio e della moria.





Gli allucinati
II. - I torturatori

    Ma più interessanti, perché meno frequenti, sono i corrispondenti che si preoccupano dei supplizi da infliggersi ai colpevoli. Il Giardino dei supplizi del Mirbeau è il gran repertorio in cui tutti finiscono per pescare: non avrei mai creduto che fosse così letto.

    Esempio:

" 18 - 6 - 921

    Caro redattore,

    Per indurre il Dumini a confessare dove ha nascosto il cadavere del povero Matteotti bisognerebbe fargli subire il supplizio del topo.

    "W il Socialismo e i martiri di tutti i partiti di opposizione".

    Altri, invece, propendono per altro:

    "Vengano internati nelle Isole senza distinzione alcuna tutti i componenti del Governo attuale il quale meriterebbe pena ben maggiore, vengano confiscati i beni di tutti questi signori".

    Chi scrive così è una donna appassionata, e chiede e si raccomanda che la sua proposta sia pubblicata, con nome cognome e indirizzo "sotto sua piena responsabilità".

    Un'altra donna scrive:

    "Benché i carneffici del martire siano in prigione ho poca speranza che vengano puniti come si meritano sono troppo protetti da chi sta ancora in alto.

    "Se fosse in mio potere li legherei tutti insieme assassini e mandatari, li porterei sul posto dove l'hanno agredito che è dove è cominciato il suo martirio e li finirei lí a colpi di randello senza nessuna misericordia come hanno fatto loro. Al posto del cuore questi assassini devono avere un piccolo rettile un mostro".





    I mezzi migliori per agguantare e fare confessare gli imputati sono discussi a lungo: chi vuole la taglia sul Rossi di cinquantamila lire, chi chiede che sia inviato a Regina Coeli un ipnotista il quale "imponendo la sua volontà a quella degli imputati, riesca a sapere ove sia il cadavere del martire, ed altri utili cose".

    Le battiture con le verghe o coi bastoni occupano anche un posto rilevante nella concezione procedurale dei miei corrispondenti. Ma il sistema preferito è quello di portare gli imputati "legati" oppure "ammanettati" sul Lungo Tevere Arnaldo da Brescia, al posto preciso dove fu rapito il deputato unitario:"per vedere se almeno li si commuovono". Molti reputano che la commozione, in queste circostanze, non possa mancare. Uno propone che là sul Lungo Tevere dovrebbe essere posto ai rei un dilemma: o dire intiera la verità, o essere immediatamente gettati a fiume "con anche l'automobile del delitto".

    Questo italiano, sommario e coreografico procedurista passa però subito alle espansioni patetiche: egli non è uomo da appagarsi nel nudo e crudo adempimento dei principii di giustizia. E comincia un lungo componimento così:

    "E mentre scrivo queste mie stupidi parole una lacrima spunta a rigare il mio viso.

    "Alzo la mia rustica mano pian pianino, portandola alla mia guancia, prendo quella povera lacrima versata insieme al mio più grande dolore... - Tu o piccola lacrimina dimmi donde viene? Donde vai? Dinansi al tuo cammin sapre un'altro destin".





Gli eccentrici
I protettori degli animali

    Manca poi, completamente, il genere "missionario". Troppo buon senso, troppa ragionevolezza. O allucinati, o "sennini d'oro".

    La corrispondenza dei giornali anglosassoni tedeschi formicola di lettere di "eccentrici". Buoni borghesi, persone di levatura limitata ma di qualche senso morale, che sono stati colpiti da qualche stortura, da qualche ingiustizia, e non hanno e non lasciano requie finché non vi si rimedia. L'ultimo numero domenicale della Vossische Zeitung mi fornisce questi esempi: un signore che vuole prevenire il suicidio infantile mediante la istituzione di "consiglieri confidenziali per i bambini"; un altro che si preoccupa di proteggere le cicogne sui pinnacoli delle città renane; un terzo allarmato perché, d'inverno, il poliziotto che regola la circolazione stradale, fermo sulla neve, può andare soggetto a congelamenti, e vuole introdurre l'uso delle "piattaforme riscaldate" come in Olanda.

    L'abbondanza di questi "eccentrici" moralisti è, a mio avviso, prova di una grande giovinezza spirituale in una nazione. In Italia spuntano appena appena. Si può fare rientrare in questa categoria gli "esperantisti", gli "hallesisti", molti dei ferventi partigiani della protezione degli animali. Un bell'esempio di lettera di "eccentrico" già impegnato nella sacrosanta lotta per la protezione delle bestie, e pur sensibile alla atrocità del caso Matteotti, può essere il seguente:

    "On.le Sig. Direttore,

    Alla nostra lettera gratulatoria per avere con la fedele cagna "Trapani" rintracciata la salma dell'on. Matteotti, il brigadiere dei RR. Carabinieri Ovidio Caratelli di Riano così ci risponde: "Tra le molte mi giunge gradita anche la sua che con devozione conservo. - L'atto compiuto da me, compiuto con la coadiuvazione del fedele Trapani, è stato il puro dovere, dovere da Italiano e da militare come io sono.

    "Devotissimo

f.to: Caratelli.

    "Con ossequio

Il Presidente.
AVV. EDOARD DEVOTO

    Su cento italiani che interpellate, novantanove trovano questo documento ridicolo.

    Il guaio è che su cento italiani che interpellate, novantanove finiscono per ammettere l'assassinio per ragione di stato.





Conclusione

    Lo spoglio del mio "dossier", non è estremamente lusinghiero, non conforta molto ad aver fiducia nella energia morale del popolo italiano. Lo sapevano anche prima.

    Non mancano i sentimentali pronti a piangere sulla sventura altrui e sui poveri "figli di mamma"; non mancano coloro, cui la intensità della rappresentazione del delitto conduce all'allucinazione. Il nefasto squilibrio psichico del nostro popolo, che spinse gli anarchici italiani pel mondo a compiere le vendette su colpevoli immaginarii, ricompare in questo fascio di lettere in tutta la sua terribile realtà.

    Scarseggiano, invece, le espressioni di un'alta coscienza morale: quelle poche che si incontrano, sorgono dal popolino. La gente perbene, che "sa scrivere", è vile e sovversiva. I più anarchici dei miei corrispondenti sono i sicofanti che mi hanno scritto a macchina.

    La fredda e contenuta indignazione di chi, d'ora innanzi, è deciso a tutto pur di cancellare ciò ch'egli ha constatato essere una vergogna, è assai rara. Io ho ricevuto appena due o tre lettere, che rivelano nello scrittore quel legno donde, nei paesi moderni, si cavano gli eccentrici in grande stile, i lottatori che non hanno paura né dell'isolamento, né del ridicolo. Gli italiani propendono subito alla considerazione "politica" del fatto che ha eccitato la loro indignazione: ecco numerosi ex-combattenti che dichiarano di "essere pronti a tornare sotto le armi con la loro classe" per tôr di mezzo questo regime: nella loro indignazione entra subito il computo delle forze in gioco, esercito, milizia, ecc. Non è questa la "vocazione" genuina, non sono questi gli uomini che vedono l'ingiustizia, e da quel momento la loro vita è tutta trasformata, dall'ansia profetica dell'espiazione, a qualunque costo. Non è questa, no, la rivolta morale, donde prorompono le azioni risolutive, condotte fino in fondo.

    Forse gli italiani non sono capaci di tanto. Per ora. Appena appena qua e là, qualche bagliore crepuscolare.

GIOVANNI ANSALDO