INVENTARIO DI CULTURA

    Di reazione in tutti e due i significati della parola si può parlare nei riguardi di Domenico Giuliotti e di Giovanni Papini. Il loro è un tentativo di reazione-restaurazione, alla Giuseppe De Maistre: la debolezza fondamentale di un simile tentativo è appunto in ciò: che essi non avvertono come lo spirito ultamontano è una pianta del tutto esotica in Italia, cioè non di là delle Alpi, ma di qua dalle Alpi, e non ha mai avuto se non sporadiche manifestazioni letterarie. Il fenomeno però, per quanto individuale, è caratteristico del turbamento dell'ora e merita di essere studiato.

    Conobbi Domenico Giuliotti ai primi del 1918, a Roma. In quell'inverno, che fu anche rigido, una inconsueta tristezza gettava riflessi opachi sulle linee pompose ed esuberanti della grande indolente. Fu quello per Roma il primo anno di guerra ed essa pareva che ne acquistasse coscienza, come risvegliandosi da un sonno di cloroformizzata, con un fatalismo cupo non dissimile da quello, con cui porse orecchio alla pedata del barbaro. Questa condizione unica di Roma, tra le capitali di Europa in guerra, faceva una strana e profonda impressione, che produceva una tristezza, se non più lacerante dello spettacolo della guerra, più grave e severa come pel segno fatale di una estrema minaccia. La guerra toccava Roma! E nessun Daniele parlava?

    In quell'atmosfera pregna di strane suggestioni vidi talvolta affissarsi verso lontananze paurose gli occhi febbricitanti del Giuliotti, e già si sospettavano in quegli sguardi le invocazioni apocalittiche, che abbiamo lette qualche anno più tardi nelle pagine più infuocate dell'Ora di Barabba. Quel libro fu pensato e scritto quasi per intero tra gl'ultimi anni della guerra e i primi del dopo-guerra e resta di quei tempi bui uno dei più impressionanti documenti spirituali, sebbene voce di solitario.





    Ma l'ortodossia entusiasta e collerica del Giuliotti non è un prodotto di guerra, e questo è, credo, il suo maggiore merito, un merito, al quale è doveroso fare giustizia.

    Il Giuliotti, che sentì la guerra come esperienza demoniaca, già l'aveva presentita come fatalità purificatrice. Una delle prime manifestazioni del suo pensiero fu un giornale fondato con altri pochi, toscani quasi tutti il Tozzi, il Paolieri, il Battelli e che uscì in pochi numeri, in poche copie, quasi ignorato, fra il novembre 1913 ed il maggio 1914, col titolo significativo: La Torre. Organo della reazione spirituale italiana.

    Noi ci professiamo reazionari e cattolici - diceva il Giuliotti nel programma del primo numero. - reazionari, invochiamo e propugniamo a viso aperto, contro i figuri demagogici, la necessità del boia; cattolici, mentre la democrazie vacillano, difendiamo la Chiesa.


    La Torre si spegneva nel maggio del 1914, quasi sotto il soffio dell'uragano presentito. Quand'esso scoppiò, il Giuliotti attese e invocò la fine, con tutta la forza di un cuore dominato dal sacro terrore. Nel 1919 scriveva:


    la borghesia, vestita in maschera, sdrucciola ormai senza scampo lungo una china insaponata, in fondo alla quale c'è la morte... Tutto ciò mi rallegra. L'Anarchia è l'ultima punizione e l'avanguardia dell'ordine. Perciò venga.


    E subito dopo le elezioni, nell'autunno di quell'anno:


    crollo della menzogna patriottica sotto la menzogna bolscevica...Dio punisce il Diavolo col Diavolo; e l'Italia, traditrice ed apostata, sprofonda, cieca, in un buio più fetido, più sanguinoso e più basso.






    Eppure la nostra società del dopo-guerra è sempre ballonzolante tra le miserie e l'errore, e il Giuliotti resta con gli occhi sbarrati nel vuoto, talvolta, stupito egli stesso di una conclusione, di cui i segni, ieri più minacciosi, paiono oggi allontanarsi:


    quando sembrava che le nazioni dovessero morire asfissiate, da un momento all'altro, nella caligine velenosa dei loro rarefatti miasmi, scoppiarono all'improvviso (oh, inenarrabile mio terrore e tripudio!) i primi fulmini rinfrescanti della guerra mondiale. Ma ciò che speravano non si è avverato... L'empietà è più grande, la pazzia più grande, la rapacità, la corruzione, la bestialità cieca più grandi.


    Impazienza, sospensioni di cuore, stupore pel non vedere in atto ciò che era pensato immancabile ed imminente, ed un tedio moryale, una scontentezza irosa, anche di se stesso, che l'assale di tanto intanto: tutti i sentimenti confusi dal tormento dell'attesa traspaiono tra le pagine dell'Ora di Barabba e fanno la vera bellezza del libro, danno movimenti lirici a formule fin d'allora troppo pietrificate.

    Mentre il Giuliotti si tormentava in questi pensieri, il Papini, da poco allontanatosi dalle acrobazie impudiche dell'Acerba, ci teneva tuttavia ad essere un "brillante letterato", nel senso che meno poteva essere accetto al Giuliotti. E con la data del 10 gennaio l920 troviamo nell'Ora di Barabba una lettera indirizzata per l'appunto al Papini, in cui l'investiva per la superficialità con cui parlava del Cristianesimo, e insieme faceva un commosso appello a lui ("lo sono un pover'uomo molto debole e molto imperfetto, e vivo più di pensieri che d'opere... Tu, forte ed armato, potrai, convertendoti, ciò che io non posso"). A questa lettera segue una postilla, aggiunta forse sulle bozze di stampa (la 1 ediz. dell'Ora è dell'autunno del '20, se ricordo bene) e nella quale si annunzia l'avvenuta conversione.





    Il Giuliotti dunque ha avuto una parte diretta e potentissima nell'avvenimento, ed io penso che non si possa parlare di lui neanche oggi come un collaboratore del Papini, sibbene come un ispiratore. Sarebbe cosa poco agevole sceverare quello che del Giuliotti è nella Vita di Cristo; ma anche a non conoscere il Giuliotti personalmente, basta aver letto attentamente l'Ora di Barabba per aver sentore della vena giuliottiana nelle parti sostanziali di quel libro.

    Purtroppo il Giuliotti s' illudeva sulle qualità dell'amico e sulle forze latenti, che quello avrebbe messo a servizio della Chiesa. Il Giuliotti nella sua modestia e insieme nel suo entusiasmo di credente si sentiva piccino al compito sognato e affrettava col desiderio il momento di poter guidare nella via del bene uno scrittore che vedeva tanto superiore a lui, quantunque fino allora sterile e di potergli dire poi: - Ecco, spazia per questo campo sconfinato, corri verso le mete più luminose. Il suo entusiasmo non gli permette di sospettare che il Papini avesse già, nel 1922, percorsa tutta la sua esperienza di vita - parlò qui della sua vita di scrittore: la vita della sua coscienza é cosa sacra, che gli appartiene interamente e che va altamente rispettata - e che, passato quasi d'improvviso da una vita non solo letteraria, ad una vita spirituale, che richiede insieme ampiezza di vedute e severa, continua disciplina introspettiva, si trovasse a disagio, squilibrato e soffocato dal grande fardello e proprio allora cadesse nella sterilità. Se ad uno sguardo superficiale il nuovo Papini può parer nuovo, per non essersi potuto rinnovare nella nostra materia, soggiace completamente all'influenza dell'amico più forte e più volitivo, e fa un lavoro non molto dissimile da quello dei monachetti medioevali, che allaminavano le iniziali dei messali sotto la guida del padre superiore. Il Papini "brillante letterato cattolico", un decoratore del pensiero di Domenico Giuliotti.





    E così, quando il Giuliotti viene meno - come nel recentissimo Dizionario dell'Omo selvatico - il Papini non l'aiuta a rivelarsi, anzi l'aiuta a ben morire. Il Giuliotti ha avuto il torto di pietrificare nell'atteggiamento dell'Ora di Barabba; anzi, mentre quel libro risente di tutto il tumulto dei sentimenti, coi quali lo scrittore aveva rivissuto a suo modo la crisi della guerra, e quindi resta vivo, malgrado le troppe influenze letterarie di Veuillot, Bloy, Hello, ecc.; quest'ultimo libro, svuotato proprio di ciò che cava vita all'altro, oscilla tra la ripartizione ormai meccanica di una specie di formulario "anti-civile" e una malinconica schermaglia di un umorismo cavilloso da settimanale di provincia.

    Trovo a pag. 270, sotto Automobile: "La carrozza diabolica dell'arricchito e del nobile involgarito e incanaglito", e via così per una diecina di righi. Personalmente non amo l'automobile, che ha sciupato le passeggiate in campagna; ma Leone XIII non era della mia opinione e fece entrare l'automobile nei giardini vaticani. Oggi non c'è cardinale che non ce l'abbia. Tutte canaglie? Bisogna esorcizzare in Vaticano?

    Questo breve esempio ha in valore non definitivo, ma indicativo, di uno stato d'animo.





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    Sulla riva opposta si notano gruppi d'intellettuali, che sentono il problema religioso italiano in modo non meno urgente, ma in un senso tutt'affatto diverso, cioè moralistico-protestante. Il gruppo più compatto è quello che da oltre un decennio si è andato raccogliendo intorno alla rivista Bilychnis (fondata nel 1911), che ha avuta meritata fortuna per la serietà dei suoi propositi, nello svolgere il suo programma di studi religiosi e filosofici, nel senso più ampio, e con larghezze d'idee. Molto più recente (dal 1922) è il settimanale Conscientia che di quella rivista è una filiazione. Queste pubblicazioni, insieme con i libri ed opuscoli, sono emanazione di una chiesa protestante anglo-sassone e ciò ha attirato dubbi ed accuse aperte - specialmente contro Conscientia, per sua natura più combattiva, e che entra anche in campo politico - di servirsi della cultura per fare opera di proselitismo. Io penso invece che il giorno in cui cominciassero a svolgere un programma di proselitismo a favore di questa o di quella chiesa protestante, la diffusione delle loro pubblicazioni e il credito della loro opera scadrebbe di colpo. Un'opera di propaganda in questo senso è destinata a non avere echi in Italia, ma ben differente può essere il valore di una protesta non contro un dogma specifico od a favore di una chiesa specifica avversa a quella di Roma, ma contro i mali atavici incancreniti nel sangue da quando gl'Italiani accettarono passivamente la Contro-riforma. La protesta di Galileo - pensata, se non detta, con le parole, che la fantasia popolare seppe rubare dalle labbra serrate del martire - s'eleva tuttora ammonitrice dalla sala della Minerva, e gli spiriti liberi sentono quanto siano oggi vive e presenti quella voce e le premesse ideali, che emanano da essa, e le esigenze etiche, che ne conseguono.





    Questo problema dell'uomo italiano in quanto entità civica e sociale ci fa entrare direttamente nel vivo dei problemi, che hanno travagliato il nostro paese dal Rinascimento al Risorgimento, e che questo anche per una serie di avvenimenti esteriori - ciò è vero -, ma sopratutto per la nostra impreparazione interiore, non riuscì a risolvere che parzialmente ed in modo precario e superficiale.

    Ecco perché il movimento, che fa capo a quelle due riviste, accettando la discussione sopra questo terreno, al di fuori di particolari confessioni religiose, si è visto avvicinare liberi studiosi alieni da spirito settario, i quali, senza un progetto preso hanno man mano incanalato la discussione nell'alveo già scavato dalla critica di quella, che può dirsi la "scuola napoletana" del Risorgimento (i due Spaventa, De Sanctis, e, su questo problema, ancora più radicale il De Meis, e la cui potente influenza educativa si risente egualmente nel pensiero di Missiroli e nello spirito animatore della battaglia politica ingannata da Rivoluzione Liberale contro il presente regime, ultima - e, speriamo definitiva - manifestazione del vecchio italiano, di quello che De Sanctis bollava con l'epiteto: "uomo di Guicciardini".





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    Non sulla riva destra e non sulla riva sinistra, ma fluttuante sulle acque, talvolta alla deriva, talvolta in lotta contro la corrente ci appare il Borgese degli anni di maturità, specialmente nella fisionomia di artista che si è rivelata dopo il 1914. I suoi primordi, come si sa, sono crociati e lievemente vociani. Egli fu del Leonardo e del Regno; ma alla Voce si accosto poco, e dopo il suo viaggio in Germania lo vedemmo distaccarsi, quantunque lentamente, con pause d'incertezze e di nostalgie, dall'Estetica del Croce. Temperamento sillogistico, casuistico, egli prevedeva con lucidità che l'abbandono delle posizioni crociane non poteva avvenire senza la rinunzia insieme a tutto un emisfero di pensiero filosofico. Bisognava lasciarsi dietro le spalle la filosofia dell'immanentesimo; ed egli non vedeva la possibilità di un'affermazione trascendentale o mistica. Oggi stesso non può dirsi che la veda: ma non l'esclude e comunque, il suo animo di fronte al problema della vita é profondamente mutato e non gli fa sentire più il bisogno di una soluzione dialettica. Verso la filosofia sente come un senso di disillusa stanchezza. E un desenchantè, però non uno scettico verso lo scetticismo non sente nessuna propensione. Vede in lontananza, come dipinti in un quadro, gli anni dei suoi giovanili lavori filosofici: ma il cuore è sgombro di desiderio, e pregia di più, come il re di Tule, la fine coppa di oro che stinge fra le dita.





    Che cosa egli trova in essa, oltre che l'ispirazione dell'artista? Il Borgese, per quanto oggi rasserenato, sente tutto il turbamento dell'ora, e la sua opera presente vuol'essere senza dubbio, oltre che una parola di poesia, una parola di pace interiore. Egli sente il turbamento dell'ora ed ha acquistata - direi ha conquistata - la convinzione che ad un mondo, che si è avvicinato a forme elementari di violenza belluina, bisognava parlare con forma semplice di religiosità. Egli è pel Sermone della montagna e non pei dibattiti dei concili, forse anche per l'Evangelo di S. Luca piuttosto che per quello di S. Giovanni. Questo potrebbe condurre a un rinnovato francescanismo, non da salotto - come prima della guerra - ma da tugurio; però una simile eventualità non si concepisce senza la negazione del cerebralismo - ma sotto la forma titanica dell'ante-guerra, sia sotto quella relativistica del dopo-guerra - e dell'immanentismo, e senza un ritorno alle vie del cuore. Il problema centrale diventa quello della grazia: i termini sono posti nettamente da padre Mariani quando confessa Rubé:

    Voi, figliolo mio, siete un guerriero, un violento, come tutti i vostri contemporanei; quelli che hanno fatta la guerra e quelli che non l'hanno fatta, gli eroi come voi e i codardi. Voi siete venuto da un povero servo di Dio come se voleste estorcermi a viva forza la grazia... Voi volete conquistare il regno di Dio per scommessa e con colpo di mano. No, no. La fortezza di Dio non si prende per stratagemma né d'assalto. Non si espugna. Le sue porte sono innumerevoli ed aperte ai mansueti.





    Alla esaltazione fittizia, malata, di Rubé succede la depressione di Eliseo Gaddi (I vivi e i morti). E' sulla stessa linea, ma quello stato di depressione lo porta ad un ripiegamento su sé stesso, alla rinunzia dell'amore ed alla contemplazione della morte. Non è ancora la liberazione: ma mentre Rubè, assassino per caso, muore per caso, confuso nella folla, Gaddi giunge alla morte per lo meno in uno stato di prostrazione lucida.

    Il Borgese vede ancora lungo, erto e spinoso il cammino, per cui una generazione di orgogliosi potrà giungere alla redenzione. Tale, in riassunto, mi pare l'alto valore sintomatico di questo ingegno fiammante e poliedrico, duttile ed aperto alle correnti del pensiero contemporaneo, ed insieme intimamente agitato ed insoddisfatto.

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    Queste a me paiono le più importanti forze spirituali, dalle quali si possano trarre auspici per l'avvenire. Prima di chiudere questo sommario, mi sia concesso di fermarmi ancora un momento su di un equivoco capitale, che, secondo me, avvolge tutta la coltura della fine del secolo XIX e dei primi di questo. Io penso che, se si riuscirà a chiarire questo equivoco si ritroverà una base di equilibrio, senza produrre una violenta soluzione di continuità, la quale, per altro, non avrebbe fin adesso una nuova seria prospettiva culturale da offrire.





    Lo storicismo - o faustismo, per dirla con lo Spengler -, infine la cultura correlativa alla civiltà, della prima metà del secolo XIX, implicava tre elementi essenziali, che venivano dall'idealismo kantiano e immediatamente post kantiano (specialmente Herder, Schiller), cioè:

    1) Il fondamento etico e sociale, collegato alla visione panteistica della vita (rapporto indissolubile tra l'uomo singolo, l'umanità o tutto il creato) ed alle rimanenze tuttora vitali del movimento illuministico settecentesco. La nuova religione è il faustismo; ma, per farcene un'idea chiara, non si può rinchiudere il Faust in una formula. Ma bisogna tener conto di tutta l'armonia del poema. Ora si dimentica troppo spesso che Faust si salva per la visione finale, per la sua professione di fede nel lavoro benefico di una società incivilita, "Io apro uno spazio per milioni di uomini, che verranno ad abitarlo non in oziosa sicurezza, ma con la speranza di fruire di una libera attività. Si, io mi sento votato a questa idea, ultimo fine di ogni salvezza...".

    2) Collegato col principio etico precedente è il mito del progresso, sviluppato dal secolo XVIII e ripreso e sviluppato a sua volta dal positivismo l'evoluzione non è che l'aspetto biologico del mito del progresso. Però, sotto qualsiasi aspetto, è implicato il criterio di distinzione di male e di bene e di meglio, che è il fondamento della morale.

    3) Conseguenza del collegamento dei principi precedenti: l'ottimismo, cioè, in definitiva, l'impulso verso il bene, verso uno stato etico superiore, e il desiderio che esso si attui e si conservi.





    Avulso l'individuo dalla società e lasciato cadere l'imperativo categorico kantiano - il che fu opera della reazione volontaristica di Schopenhauer - la visione della vita diventa fatalmente pessimistica. Schopenhauer concludeva per l'annullamento (il nirvana): posizione a lungo andare insostenibile, poiché la vita reagisce nelle sue forme primigenie. Questa oscura reazione vitale ci spiega Nietzsche, il quale capovolge il processo dialettico schopenhaueriano col mito del superuomo. L'umanità è annullata ugualmente, ma perché vivano i semidei: ciò è più nell'ordine delle nostre idee. Ma, vista la cosa più da vicino, la dottrina del superuomo è un annullamento anch'essa, poiché è un'ipostasi puramente arbitraria di un'immaginazione poetica. Ciò significa avere annientata la vita e la realtà.

    Perché l'equilibrio si ristabilisca bisogna che l'equivoco sia dissipato e che la cultura ristabilisca effettivamente una linea di continuità con tutto il pensiero del secolo XIX, riconoscendo quali furono i fondamenti di quello: l'imperativo categorico kantiano e l'aspirazione sociale di Faust. Quando avranno bevuto nuovamente alla fonte della propria tradizione ed avranno ripreso la propria sanità, allora è probabile che gli uomini di oggi costruiranno qualche cosa per l'avvenire: altrimenti come le "genti superbe" del Sennar costruiranno con pietre di terracotta e con cemento di bitume.

    (FINE)

MARIO VINCIGUERRA