IL POLESINE

    Il territorio della provincia di Rovigo sta fra l'Adige e il Po ed ha una superficie di ettari 162.940. La popolazione residente nel Polesine è - secondo i dati del censimento del 1921 - di abitanti 287.514. Il Polesine non è una unità etnografica vera e propria. Mentre la sua popolazione settentrionale (mandamenti di Badia, Lendinara, Rovigo, Adria e Loreo all'incirca) è per usi, costumi e dialetto veneta, quella vivente fra il Tartaro e il Po può considerarsi ferrarese. Il cosidetto "Polesine di Rovigo" fu dominio secolare dei duchi di Ferrara. Anche attualmente i polesani rivieraschi del Po, da Crespino a Massa Superiore, fanno capo a Ferrara per gli interessi economici.

    Nel Polesine si hanno le stesse speciali condizioni della economia agricola del ferrarese e del basso bolognese: un sistema di lavoro e di produzione vincolata. Nell'alto polesine, però, la piccola proprietà terriera a conduzione famigliare ha trovato ambiente favorevole. E' questo il territorio redento dalle acque da più antico tempo, la plaga più produttiva e più ricca. Per contro, terreni poco redditizi scarsamente arborati si trovano nei mandamenti di Lendinara, Badia, Loreo ed in alcuni comuni dei mandamenti di Adria, Rovigo e Crespino.

    Nel Basso Polesine dove la bonifica è più recente (ed in alcune zone la bonifica agricola non fu ancora compiuta) si hanno grandi tenimenti. Grandiose le opere di bonifica eseguite nell'isola di Ariano. Tentativi di appoderamento eseguiti non razionalmente in comune di Donada diedero risultati negativi. I lavoratori agricoli sono divisi in due grandi categorie principali: boari e braccianti avventizi. Nel basso e medio Polesine le grandi aziende hanno alle loro dipendenze braccianti fissi (che lavorano sul fondo e vi abitano) detti obbligati perché vincolati da speciali contratti di lavoro. Il boaro costudisce il bestiame ed eseguisce le arature. Alcune coltivazioni si eseguiscono in compartecipazione fra conduttori dei fondi e lavoratori (canapa, granoturco, bietole ecc.). Nel 1923 (vedi relazione della Direzione della Cattedra ambulante di agricoltura di Rovigo in data 1 agosto 1924) la produzione agricola in Polesine diede i esenti risultati: frumento quintali 831.250, granoturco q.li 443.584 avena q.li 40.000, bietole da zucchero q.li 9.162.650, patate q.li 39.000, canapa q.li 25.000, fagioli q.li 18.040. Si coltivarono anche in proporzione inferiore il tabacco, l'aglio, la saggina, ecc. In comune di Porto Tolle fiorisce la risicultura valliva.





    Il problema agricolo in questa provincia, densa di popolazione e povera di industrie, è di produzione. Pesa che la competizione fra agrari e lavoratori sia ridotta, da quel che dovrebbe essere - per una maggiore produzione del suolo di cui fosse partecipe anzitutto il lavoratore - ad un contrasto, che non conclude e non risolve, fra assuntore e prestatore di mano d'opera: a detrimento di quella produzione che sarebbe interesse di tutti incrementare. Il contrasto fra lavoratore e agrari, più che in materia di salari, è divenuto vivo nel dopoguerra per stabilire la quantità del lavoro da eseguirsi e le modalità di collocamento delle braccia. Gli agrari negano in blocco la funzione del collocamento. Vogliono "fare la piazza" con tutte le sue indecorose conseguenze. Vogliono scegliere la mano d'opera e non richiederla ad uffici delle organizzazioni operaie funzionanti come sindacati monopolistici. Non vogliono saperne nemmeno di impegnarsi preventivamente ad occupare una determinata quantità di braccia in proporzione alla estensione della terra ed a seconda delle varie colture, della maggiore o minore produttività dei fondi. Non sono pochi i proprietari che obbedendo ad una gretta valutazione trascurano le terre. Per contro l'ufficio di collocamento funziona per i lavoratori come una specie di cooperativa di distribuzione di lavoro e nel carico di mano d'opera essi trovano una garanzia minima ad essere effettivamente occupati.

    Non é qui il caso di ingolfarsi in una discussione in argomento. Però la civiltà di queste rivendicazioni dei lavoratori ci sembra evidente. Giovano a perfezionare, almeno meccanicamente, l'ordine presente della conduzione dei fondi. Gli agrari per far leva sugli egoismi più gretti dei contadini hanno fatto assidua propaganda per il frazionamento dei fondi. Ebbene, nel dopo guerra le masse lavoratrici non ne sono state lusingate. Il demagogico "la terra ai contadini" non ha fatto esca. I lavoratori polesani si sono lasciati guidare dai socialisti che esplicitamente dichiaravano di non volerla per i contadini bensì di aspirare con forme associative alla sua gestione collettiva. Già si iniziavano esperimenti di cooperazione agricola nella tenuta Spalletti (Trecenta) e a La Fraterna (Porto Tolle) quando la violenza fascista distrusse i presidi confederali.





Inizi sindacali "La boie"

    Nel 1882 la povera plebe del Polesine - ingenua, grama, malarica, pellagrosa, ricca di passione e di istinto - uscì dalle scorie del suo dolore, della sua passione, del suo servaggio e venne per la prima volta alla ribalta del mondo chiedendo condizioni più umane di lavoro. Si ebbe allora il primo sciopero agricolo nel Polesine che fu anche il primo attuato da contadini in Italia.

    La pentola bolliva, ma poiché il coperchio le era così fortemente saldato ed era sprovvisto di valvola di sicurezza e di sfogo, il pericolo veniva avvertito dai contadini ridestantisi nel grido caratteristico di sollevazione: la boie. Su queste povere folle, attraverso le quali passava un mondo di convulsione e di ignoto, che cominciavano a balbettare le prime parole di resurrezione umana, il governo agì difendendo il privilegio padronale e mandando i soldati a mietere il frumento. Tutto il paese ne fu commosso, incuriosito, allarmato, sorpreso e sospeso... Da quel tempo la situazione è di molto mutata e si è fatta l'abitudine a movimenti collettivi più vasti e meno giustificati che non fossero quelli di otto lustri fa nell'agro polesano. Il movimento dell' 82 fu seguito da altri con vario stile e alterna fortuna fino al successo proletario del '20 e alla vittoria degli agrari nel '21.

    Durante la guerra gli agrari fecero una serie di fortunati affari - di quegli affari che la guerra ha consentito in favore di coloro che restavana a casa. - Abbandonarono i lavori di bonifica e di rifinimento invernale sfruttando la mano d'opera con orari gravosi di lavoro e scarsissimi salari. Alla corsa pazza ai grandi guadagni degli agrari rispondeva in corruccio la mortificazione economica e spirituale dei contadini senza rivalsa contro il crescere dei prezzi e per il senso acuto del rapito precipitare senza rimedio. Fra agrario e contadino la distanza spirituale si allungò disperatamente...

    Nell'immediato dopoguerra l'attività sindacale fu ripresa e si ebbero agitazioni che trovarono componimento nell'accordo fra capitale e lavoro stabilito da una settantina di patti locali per i quali i lavoratori ottenevano aumenti alle mercedi laddove gli agrari si impegnavano a fare il possibile per lenire la disoccupazione. Il mosaico dei settanta patterelli fu una babele generante in mezzo ai contadini una confusione di lingue dannosa alla uniformità del movimento sindacale al suo sviluppo ed alla sua forza. Ne approfittarono gli agrari per violare frequentemente i patti e per ridurre al minimo l'assunzione dei braccianti avventizi al lavoro.





Le conquiste sindacali nel 1920

    Nella primavera del 1920 la Camera del lavoro confederale riuniva sotto le sue bandiere cinquantamila lavoratori della terra, mentre i popolari organizzavano con fortuna i fittavoli ed i piccoli proprietari.

    Nell'inverno la Camera del lavoro presentò agli agrari un progetto di patto di lavoro agricolo a base provinciale nel quale per altro si tenevano conto delle diverse condizioni di ambiente. Seguirono lunghe trattative fra i rappresentanti dei lavoratori e dell'Agraria che si trascinarono fino a Roma ed ebbero il loro epilogo dopo pochi giorni di sciopero - limitato al solo mandamento di Loreo (quattro comuni su sessantatrè) - nella conclusione di un patto agricolo provinciale per la durata di un anno nel quale le condizioni morali generali, i regolamenti di lavoro, il funzionamento degli uffici di collocamento erano identici per tutti, mentre variavano il carico di mano d'opera minimo, i salari per i bovai e le tariffe delle mercedi orarie.

    Il carico giornaliero della mano d'opera avventizia era in media stabilito nella proporzione di un uomo ogni cinque ettari di terreno. Le mercedi orarie per gli avventizi variavano da zona a zona, e di stagione da un minimo di lire 1,20 a un massimo di lire 1,75 all'ora. Le leghe confederali ottenevano il monopolio assoluto della distribuzione dei lavoro eseguita dai loro uffici di collocamento di classe. Durante le trattative non si ebbero a lamentare turbative. Solo a Bergantino ebbe luogo la pacifica temporanea invasione delle terre. Il dirigente della Camera del lavoro seppe contenere l'impazienza delle masse per oltre quattro mesi. E si badi che gli estremisti andavano predicando per lo sciopero generale e che esercitava alquanta suggestione l'esempio dei ferraresi che in una settimana di violenta agitazione eran riusciti a conquistare, dopo brevi discussioni, un patto di lavoro vantaggioso. Il patto concordato nella sua struttura fu uno dei più elaborati e, dal punto di vista tecnico, uno dei migliori concordati nell'annata in Italia. L'on. Matteotti per assicurarne la buona interpretazione lo postillò, commentò diffusamente illustrandone ogni suo particolare in una specie di vade-mecum destinato agli organizzatori locali.

    Nell'aprile del 1920 fu anche concordato un patto di lavoro per i risaioli del comune di Porto Tolle: il primo del genere concluso in Polesine. Lavoratori e padroni delle risaie compirono in questa occasione un atto squisitamente collaborazionista eseguendo in comune pratiche presso il Commissariato degli approvvigionamenti per ottenere l'aumento del prezzo del risone limitatamente alla loro plaga.





    Gli uffici di collocamento e "l'imponibilità della mano d'opera" se assicurarono una più equa distribuzione del lavoro contribuendo con maggiori salari ad elevare il tenore di vita degli operai agricoli, non risolsero il problema della disoccupazione determinato da cause complesse. Molti uffici di collocamento funzionarono egregiamente. Gli agrari però non ne furono soddisfatti e li avversarono. L'avversione non riguardava la funzione, ma l'istituto ed era suggerita da evidenti questioni economiche e per la preferenza alla assunzione libera che - malgrado inconvenienti - consente larghezza di scelta e determina la concorrenza fra i lavoratori. Il malcontento degli agrari derivò d'altronde anche dalla instabilità delle imprese agrarie dovuta alla crisi del mercato la quale a sua volta in quell'anno rese difficilmente sopportabili i maggiori salari e le condizioni di lavoro concordate con i lavoratori. Nel 1920 si iniziarono in Polesine anche esperimenti di affittanze cooperative e prosperavano intanto cooperative di lavoro e di consumo sorte in ogni comune, malgrado le vivissime ostilità degli agrari e dei commercianti. Alle conquiste sindacali seguivano le amministrative e tutti i 63 comuni della Provincia, la Deputazione provinciale, le Opere pie, ecc. passavano dagli agrari ai socialisti.

    Le organizzazioni confederali dette "leghe rosse" non abusarono dei poteri derivanti dal monopolio dei lavoro agricolo e dove minoranze popolari (come a Gnocchetta di Porto Tolle) vollero rimanere nella Unione del Lavoro "bianca" l'ufficio di collocamento distribuì loro egualmente una parte proporzionale di lavoro. Niente taglie, rarissimi i boicottaggi ed ampia libertà agli agrari di riunione, di organizzazione, di attività politica. Il patto fu rispettato nelle sue linee generali e funzionarono attivamente le commissioni locali miste di agrari e lavoratori e quella provinciale (presieduta da un giudice del Tribunale) munita di poteri arbitrali conferiti in precedenza dalle parti - incaricate di controllare per la buona applicazione del patto e di dirimere le vertenze derivanti da interpretazioni controverse di esso. Gli agrari si disposero a malincuore all'osservanza del patto e con cavilli e soprusi ne resero difficile la esecuzione. Contro la infrazione palese del concordato vi erano l'arbitrato e le commissioni di controllo, ma contro la infrazione sistematica, subdola, fatta di scaltrezza e di malvolere degli agrari, il lavoratore rimaneva senza difesa.





La riscossa degli agrari

    Dandone diritto le clasole del patto l'Agraria ne dava la disdetta nel novembre 1920 prima che lo si ritenesse confermato dalla Camera del lavoro e prima che questa avesse ad agire chiedendone la revisione. Le brevi trattative che si ebbero per la rinnovazione del patto - mentre approdarono ad un accordo provvisorio fra Camara del lavoro e associazione piccoli proprietari e fittavoli (popolari) nel senso che rimanesse prorogato provvisoriamente il patto scaduto - determinarono la rottura fra la Camera del lavoro e l'Agraria che si ritirò dalle trattative e rimase tetragona agli inviti delle autorità governative a riprenderle.

    Pretendevano gli agrari che i lavoratori consentissero a rinunziare agli uffici di collocamento e alla percentuale di occupazione delle braccia. I lavoratori che pur eran disposti a concessioni sulle modalità del collocamento, sulla portata del carico minimo di mano d'opera ed in materia tariffaria, non accettarono il punto di vista degli agrari. Proponevano i lavoratori che le parti si impegnassero - nell'interesse superiore della produzione - ad eseguire i lavori di preparazione dei terreni per le seminagioni primaverili prescindendo dall'esito delle trattative. Anche questa proposta fu respinta dagli agrari i quali (fine febbraio 1921) pubblicarono con manifesto le condizioni alle quali avrebbero assunto direttamente la mano d'opera, Niente uffici di collocamento, niente carico minimo di braccia e diminuzione alle tariffe e ai salari. Insomma il ritorno allo statu quo ante. Accettassero i lavoratori direttamente e singolarmente se no avrebbero provveduto i castigamatti a metterli a posto: i fascisti. I rappresentanti delle leghe riuniti in oltre trecento, dopo avere confermato unanimemente la loro fiducia nei dirigenti camerali, decisero la resistenza passiva. Si sarebbe continuato a lavorare alle condizioni del patto scaduto per quanti agricoltori avessero continuato a richiedere la mano d'opera agli uffici di collocamento confederali. Niente scioperi, nessuna violenza. Gli agrari impressionati dalla civile resistenza dei lavoratori chiesero aiuto ai fascisti per vincere con la violenza. Bande di assoldati accantonate nei centri principali e di camionisti provenienti dal ferrarese spalleggiati dalle autorità governative, indisturbati dalla pubblica forza in meno di due mesi costrinsero alle dimissioni le amministrazioni comunali socialiste, devastarono, distrussero sedi della camera del lavoro, case del popolo, sedi di leghe, di cooperative e di circoli, case di privati, bastonarono, sequestrarono, sbandirono i dirigenti del movimento operaio. L'on. Matteotti fu rapito, il segretario generale della Camera del lavoro sequestrato tre volte in quindici giorni! Dodici lavoratori furono assassinati barbaramente. Per questi omicidi gli assassini rimasero irreperibili o se arrestati, amnistiati poi per avere agito per fini nazionali. Nessuno degli assassini e dei loro mandanti è attualmente in carcere, tutti vivono indisturbati.





    Compressi, violentati i lavoratori finirono per adattarsi alle condizioni imposte dagli agrari. Il non accettarle voleva dire la fame. I dirigenti dei movimento sindacale operaio, riuniti segretamente, decisero l'abbandono della battaglia e diramarono un comunicato redatto dall'on. Matteotti e dal Segretario generale della Camera dei lavoro (9 aprile 1921) nel quale la decisione veniva così motivata: "Pensavamo di potere condurre la lotta sul terreno civile che è abituale per le nostre organizzazioni e per i nostri lavoratori... Gli agrari polesani hanno preferito portare il brigantaggio ed il terrore nelle nostre campagne e nei nostri paesi con l'aperta complicità di tutte le Autorità e del Governo. Così che l'esercizio anche dell'ultimo diritto dei cittadini di riunirsi, di circolare, di vivere perfino é divenuto impossibile. Avremmo forse dovuto rispondere alla violenza con la violenza. Preferimmo mantenere immacolata la nostra bandiera e dimostrare che soltanto dal disfacimento della nostra organizzazione e della nostra disciplina potranno risorgere istinti di rappresaglia e di vendetta. Dalle barbare e sanguinose follie agrarie germogliano odio e delitto... Anche se il proletariato temporaneamente cede, le ragioni ideali e invincibili del Socialismo ne assicurano la prossima resurrezione tanto più che oggi si cede soltanto di fronte alla dimostrazione più orrenda della barbarie agraria che nulla lasciò intentato, nemmeno l'assassinio, per contrastare un pane meno gramo ai contadini. Seppiano questi, anche se vinti per ora, mantenere integra la loro dignità e la loro coscienza, così che col sagrificio momentaneo dei nostri migliori, restino le fondamenta della immancabile ricostruzione".

    Il Sottosegretario agli Interni on. Camillo Corradini rispondendo ad interpellanze degli onorevoli Merlin e Matteotti ebbe a riconoscere: "a) che i conflitti in Polesine sono determinati dalla lotta agraria che vi si svolge; b) che i fascisti sono assoldati dagli agrari per influire sui contadini e spingerli a cedere ai desideri degli agrari; c) che gli agrari, in questa lotta, non hanno tenuto un contegno corretto" (vedi "Corriere del Polesine" n. 60 del 12 marzo 1921).





L'avvento dei sindacati fascisti.

    Sciolte le organizzazioni confederali, i lavoratori rimasero alla mercé degli agrari i quali talvolta non mantennero nemmeno le condizioni di lavoro da loro stessi offerte. L'alleanza agrario-fascista si rinsaldò ricevendo i fasci sussidi dagli agrari (un tanto per ettaro - L. 3 per ettaro in alcune località). Nell'estate declinante i fascisti, d'accordo con gli agrari, si diedero ad organizzare "sindacati economici" sostenuti dall'Agraria. Anzi alcuni propagandisti erano degli stipendiati dagli agrari. I contadini non ne volevano sapere di organizzarsi nelle Corporazioni sindacali e opposero un persistente ostruzionismo. Dove non poté la persuasione servì il manganello e ai primi di settembre l'Unione dei Sindacati fascisti era già forte di una trentina di organizzazioni. La direzione dei Sindacati fu affidata ad Enrico Hoennig (nobile tedesco di nazionalità ungherese, già agente di Carlo I d'Absburgo e dei circoli reazionari austriaci, espulso dal partito comunista come pubblicò l'Avanti! n. 294 del 7 dicembre 1921). Alla fine del settembre si concluse un patto di lavoro fra i dirigenti delle Corporazioni sindacali i quali non si erano nemmeno curati di convocare i Sindacati locali per conoscere il loro parere in argomento) e l'Agraria. L'odiato patto socialista del 1920 nella sua struttura, nella sua dizione, meno s'intende quanto riferiva il collocamento e la mano d'opera, veniva rinnovato. Le tariffe imposte dagli agrari col manifesto di febbraio subivano una nuova falcidia del 15 per cento. Tale diminuzione non era giustificata dal costo dei prodotti i quali si venderono anzi a prezzo più elevato dell'anno precedente. Secondo "La lotta" (8 ottobre 1921) eran 25 milioni in meno ai lavoratori della terra di cui andavano a beneficare gli agrari-fascisti. La notizia della conclusione del nuovo patto 1921-22 risuscitò vivo malcontento. Alcuni Sindacati (Pontecchio) insorsero, protestarono, si ribellarono. In alcuni comuni si scioperò (Loreo). Gli agrari-fascisti risposero con la serrata e con la mobilitazione degli squadristi manganellatori. E il patto rimase. Applicato generalmente durante la sua durata, fu rinnovato per l'annata 1922-23 e nell'inverno di quest'anno con una diminuzione del 10 per cento sui salari. E' stato rinnovato pochi giorni fa con una variante: la parificazione dei salari in uso nel Basso Polesine a quelli più elevati delle altre zone.





    Nel triennio 1921-1924 i fascisti riuscirono ad imbrancare nelle Corporazioni sindacali la quasi totalità dei lavoratori polesani cioè circa 75 mila tesserati che pagano attualmente circa un milione e mezzo all'anno per quote di associazione corrisposte con una percentuale dei prodotti in natura loro assegnati a norma del patto di lavoro (vedi "Il Popolo" 24 settembre 1924).

    I Sindacati diretti da uomini di fiducia dell'Agraria non hanno brillato per attività curandosi più di non dar fastidi ai padroni che di difendere gli interessi dei lavoratori. Il tenore di vita di questi si è abbassato col diminuire dei salari. L'emigrazione in America va riprendendosi come ai tempi tristi in cui la pellagra e la malaria spingevano i contadini a cercare più umane condizioni di vita in altri Paesi. Qualche volta, però, i Sindacati si fan vivi ed assumono atteggiamenti di energia contro gli agrari, ma raramente. Singolare il caso dei vallicultori di Rosolina che negli anni in cui i lavoratori erano diretti dai confederali si videro chiamati a comparire davanti a commissioni arbitrali e in tribunale per rispondere dell'inosservanza ai patti mentre per queste ebbero a subire l'invasione delle valli con atti di sabotaggio e minaccie di peggio dai sindacalisti fascisti!

DUCCIO