PASCOLI POLITICO E POETA

    Per vedere quanto il "socialismo latino" del Pascoli fosse lontano dal socialismo vero, basterà ricordare ancora questi brani nei quali è meglio precisata la sua concezione politica.

    "Noi pensiamo, egli scrive, che la ricchezza individuale non sarà vinta, ma abdicherà" poiché "il genere umano lentissimamente evolve verso l'umanità" attraverso fatali scosse e necessari turbamenti psichici, così che "tutti portiamo in noi lo squilibrio della fatale ascensione, per cui dal pithecanthropos alatos si svolse l'homo sapiens, e dall'homo sapiens o ragionevole si svolge l'homo, che io dirò humanus". Grazie a ciò, la futura realtà palingenetica sarà caratterizzata dal trionfo del sentimento (cuore, amore) sull'ingegno (istinto di conservazione, individualismo, ecc.), non essendo il socialismo "altro che il certo e continuo incremento della pietà nel cuore dell'uomo".

    5. - L'enunciazione di codesto evoluzionismo progressista non ci faccia incorrere in errore; poiché al Pascoli, in quanto poeta lirico ed in quanto esteta (qui sta il suo decadentismo) fu assolutamente vietato d'accedere alla scepsi dialettica (drammatica) che sta a base di ogni concezione storicistica.

    Da ciò la sua incapacità di comprendere il Cristianesimo, il quale non fu per lui che motivo d'idillio; e da ciò pure la sua incapacità di comprendere il socialismo scientifico e la società capitalistica, di fronte alla quale mantenne la sua sfiducia di contadino e di diseredato, or assumendo il volto, o del libertario (sua adesione all'Internazionale anarchica), o del piccolo proprietario rurale; pur conservando sempre la nativa psicologia dell'umiliato e del suddito del Papa, per definizione negato alla libertà, ed alla storia, perché da secoli privato dell'uso dei diritti civici.





    L'appellarsi quindi che fa il Pascoli ad Orazio ed a Virgilio, quali suoi (contemporanei) maestri d'economia e d'umanità, trova, almeno a noi pare, una spiegazione nell'astoricità del poeta romagnolo e non ha bisogno d'altri chiarimenti, solo che si pensi che lo stesso Pascoli era conscio di ciò allorché nel suo Fanciullino riecheggiava i motivi vichiani, rousseauiani e romantici della purezza virginea dell'età infantile, nella quale faceva, com'è noto, consistere tutta la capacità poetica, sempre uguale ed identica, nonostante il variare dei luoghi e dei tempi in cui si manifesta.

    6. - Né si dice che nell'accettato squilibrio fattogli notare dai lombrosiani, possa il Pascoli vedere non solo l'esperimento del genio, ma tutt'anche il manifestarsi del Cristianesimo, poiché ciò dicendo la bestemmia più orrenda verrebbe ad esser posta sulle labbra del Poeta, non certo desideroso di misconoscere il sacrificio del dolce falegname di Nazareth", sempre da lui amato quale il prototipo dell'homo humanus, cioè dell'uomo nuovo.

    D'altra parte, la contrapposizione che il Pascoli fa, tra il cuore e l'ingegno, ci allontana nuovamente dalla possibilità di traviamenti, poiché non di una contrapposizione dialettica si tratta, ma di una contrapposizione di gradi; epperò, non di una contrapposizione, ma di una sovrapposizione: essendo il sentimento (cristianesimo, socialismo, amore) il gradino immediatamente superiore dell'ingegno (paganesimo, materialismo, animalismo e società capitalistica), nella insanguinata scala della dolorosa evoluzione.

    Perciò, anche filosoficamente, la concezione pascoliana della vita è statica (1): non essendo il suo evoluzionismo (cioè il suo presunto Cristianesimo, altro che rousseauianesimo, come già abbiamo detto; desiderio cioè d'un graduale ritorno alla beatitudine primitiva, mediante una incessante pratica di sempre più vaste rinunzie alla nostra animalità ed ai suoi frutti, visti dal Pascoli negli istituti della storia e della civiltà, massime capitalistica, da lui temuta "con angoscia" a da lui odiata con "aspra ferocia".





    Assieme a quelli del Rousseau e del Vico vediamo qui riecheggiati motivi platonici (forse dovuti quest'ultimi alla fraterna consuetudine di lavoro e d'amore coll'Acri), nonché motivi cari ai positivisti del gradualismo umanitario ed ottimista in voga sul finire dell'800.

    In tal modo, se in ossequio al gradualismo positivista, e contro il dualismo drammatico cristiano, la creazione veniva ad essere considerata una specie di scala posta ab œterno da Dio quale norma del nostro sviluppo; è chiaro che tale concezione implica il riconoscimento di egualmente eterne leggi inerenti alla natura del nostro particolare essere e del mondo che è fuori di noi: da cui logicamente derivava, non soltanto il riconoscimento del gradualismo positivista (ed aggiungi: dell'ideologia giacobino-cavallottiana del Progresso a cui il Pascoli non disdegnò di aderire), e dell'idealismo platonico, ma bensì anche il riconoscimento dell'esigenza innatista-immanentista del monismo; che è quanto dire, ripetiamo, il misconoscimento del dualismo cristiano e della funzione storico-redentrice del Cristo.

    7. - Non si creda per ciò che il Pascoli rimanesse contento al quia di questa sua concezione della vita; né all'ottimismo che logicamente ne derivava. Troppo, in gioventù, era stato colpito dalle amarezze del dolore e della miseria, per non rimanerne per sempre accasciato sotto il loro peso; e troppo i suoi occhi avevan pianto, perché anche il rosa della sua vita calma non dovesse di necessità esser annebbiato dal nero della morte e dal grigio del dolore silenzioso! La sua arte non potrà quindi avere la solarità e plasticità elastiche dell'arte carducciana, ma dovrà invece avere, anche nei momenti in cui sembra effondersi in sereni e composti accordi arieggianti la classica armonia a cui era stata educata, un qualcosa di discordante e di abbandonato, qualcosa come il pianto d'una tradita in un lieto banchetto nuziale.





    In tale senso di sentimentale discordanza consiste, secondo noi, il Cristianesimo del Pascoli, la cui vera religione non fu il Verbo Divino del Cristo, ma il Molochismo. Di questo parleremo; ora ci sia soltanto permesso aggiungere che il Nietzsche, da quel perfetto analizzatore di idee che era, non avrebbe avuto nessun ritegno a classificare il presunto cristianesimo del Pascoli quale una malattia, una contaminazione ed una decadenza della psiche greca; cosa che, in fondo, a noi sembra abbian fatto (anche se solo uno l'ha detto a chiare note, quantunque con altre parole) il Carducci ed il Croce, entrambi sdegnosi dello scarso criticismo e del morbido frammentarismo pascoliano. Ma su ciò sdruccioliamo.

    8. - Abbiamo più sopra detto che la vera religione del Pascoli è il Molochismo. Anche prima di chiarire ciò che noi intendiamo con detta parola, qualcuno potrebbe ritenerci in contraddizione con quanto abbiamo scritto in principio, e chiederci: "Ma se il Pascoli aveva della vita una concezione molochista, se pensava cioè che un occulto e tenebroso potere tirannicamente presiedesse quale eterno divoratore e suscitatore di uomini e di mondi, non si viene con ciò a ribadire la concezione dualistica della vita, non si viene con ciò a creare un'antitesi tra la Natura e Dio, tra la Creatura ed il Creatore?".

    Si obbietta innanzitutto che dualismo ontologico e di fatto non può esistere in tale concezione, poiché l'occulto potere che distrugge, crea anche gli uomini ed i mondi da lui divorati; non si tratterebbe perciò che di autofagismo esercitato sulla stessa persona, quantunque attraverso le sue emanazioni; e quindi il dualismo non sarebbe in altro che nella alterità temporale-spaziale del Creato, il quale di fronte al Creatore non potrebbe sentire altra diversità che quella del suo dolore, non potendo, è evidente, vantare una diversità sostanziale ed organica.

    Non può esserci perciò anche qui che opposizione sentimentale rappresentata da motivi d'istintiva conservazione; e la nota più atta non potrà essere che l'espressione del nostro dolore accompagnata, in un caso, come nel Leopardi, dalla stoica affermazione dell'umana ribellione contro l'occulto potere divoratore; oppure nell'altro caso, dall'umile rassegnazione, come la troviamo nei buddisti e nel Pascoli, che dello Svegliato è in certo qual modo un tardo riecheggiatore.





    9. - Dopo quanto abbiamo detto, intendiamo riprendere il discorso dal punto in cui l'avevamo incominciato e lasciato in principio. Abbiamo visto a quali risultati la logica insita in questo spirituale atteggiamento aveva guidato, nel campo sociale e nella vita pratica il Pascoli: alla glorificazione della piccola proprietà rurale contro il molochismo della nostra civiltà urbana ed industriale; all'esaltazione della libertà dei campi, contro la schiavitù delle officine.

    Il suddito del Papa ed il contadino eran quelli che facevan capolino: tanto nell'esaltazione della piccola proprietà rurale, quanto nell'esaltazione dell'amorfa proprietà comunistica, quale il Pascoli vagheggiò allorché i bollenti spiriti giovanili l'indussero ad inscriversi nell'Internazionale, per guidarlo a S. Giovanni in Monte!

    Qui si vuol dimostrare che tale atteggiamento spirituale è rimasto immutato, poiché era il carattere vero del Pascoli. Solo, sotto l'azione convergente e dell'esperienza e dello studio e del dolore, tale atteggiamento è stato approfondito ed universalizzato, sino a diventare il leopardiano senso dell'infinito delle sue poesie: il francescano e buddistico sentimento dell'umana piccolezza di fronte alla vasta profondità dell'Infinito.

    Per allargarsi il concetto non si snaturava né si sminuiva, ma assumeva anzi una più ampia risonanza lirica e drammatica; senza peraltro che al Pascoli fosse concesso di sorpassare né il Leopardi né lo Schopenhauer nel l'espressione di tale drammaticità, solo aggiungendo ad essa un tono più accorato e più triste, perché più debole e più femmineo.

    10. - Noi crediamo che in tale maggior femminilità consista la nota nuova che il Pascoli nel suo Fanciullino si augurava di poter aggiungere nei confronti del Leopardi e della precedente poesia, come crediamo che in ciò consista il pathos più genuino della sua arte.





    Allorché il suo nativo attaccamento di contadino alla terra aveva la prevalenza e lo spingeva a raccogliere le voci, i suoni, i colori e le forme della natura la sua anima si esprimeva mediante i sereni e classici bozzetti dei cicli georgicoidillici (Myricú, Poemetti, Canti di Castelvecchio); ma allorché i ricordi scolastici avevano il sopravvento ed il suo animo di suddito papale da tempo distolto dalla vita pratica e confinato nei verdi boschetti dell'Arcadia sentiva il bisogno di preporsi dei modelli i quali impersonassero gli Eroi cari alla sua educazione, la Picozza ne scaturiva, od il Focolare, o Chavez, od il Transito: degli eroi cioè che il Poeta faceva lottare contro l'impossibile, oppure vivere in un mondo coperto dai ghiacci, paurosamente desolato, e senz'ombra di vita: né umana, né animale, né vegetale.

    Queste due espressioni portate all'estremo determinarono: la prima, l'infantile ricerca di mezzi esclusivamente meccanici per rendere mediante sempre più schiette onomatopee, i suoni della natura: il "finch-finch-finch", dei fringuelli, il "don-don-don" delle campane, e via di seguito; - la seconda: il sempre più chiaro rarefarsi ed etereizzarsi del personaggio sino a diventare, egli una larva, e le sue azioni, i termini sempre più astratti d'una allegoria, e non quelli concreti d'un simbolo, come il nostro Poeta forse desiderava.

    Perché avveniva ciò? E perché al Pascoli non fu dato che raramente di concretare con efficacia le sue visioni in simboli?





    11. - Noi crediamo che ciò sia avvenuto per la difficoltà, già da noi avvertita, che il Pascoli aveva d'accedere al superiore regno delle idee: al superiore regno delle forme definite, scultoree ed eterne. Il Pascoli non era un pensatore. Il Pascoli non era, come il Carducci, scultore; ma egli era soltanto un lirico, un sentimentale, un musico, cioè, ed uno psichico; e perciò solo raramente gli fu dato di fare del simbolo, poiché ciò che più lo colpiva non eran moti di pensiero, in certo qual modo, oggettivi; ma moti d'animo, stati, cioè, psichici, sempre mai personali e soggettivi. Come non capiva la storia, ugualmente non poteva capire l'Assoluto, né tanto meno, è evidente, esprimerlo; senonché il suo spirito era tutto chiuso in sé stesso e scisso dal mondo, col quale non aveva nessun legame né spaziale né temporale, né storico né ideale; essendo dall'eterno condannato alla solitudine ed all'isolamento.

    La sua anima non poteva quindi venire organizzata da una superiore idea che le minori idee traducesse in dogmi e simboli: da natura era il Pascoli negato alla religione; come da natura era condannato all'ateismo, al frammentarismo impressionista e all'eccletismo dilettantesco e soggettivista.

    Noi crediamo di potere con ciò riconfermare quanto abbiamo sopra detto sulla politica del Pascoli e sulla sua concezione piccolo-borghese e famigliare della vita: solo qui si vuol dire che tutto ciò non aveva nell'animo del Pascoli virtù fattiva, poiché altro non era che un ideale da conseguire, meglio, da conservare, inquantoché il poeta decadente Giovanni Pascoli era rivolto, anziché all'avvenire, al passato, ed il suo teorizzare si risolveva in coperta opera di conservazione sociale: analoga, qui in Romagna, all'opera dei repubblicani.

    Allorchè si voglia con noi ammettere che i repubblicani non han mai rappresentato, né rappresentano, una forza di propulsione, ma un elemento della vecchia società papale, sarà ancor più evidente quanto da noi è stato detto sul Pascoli romagnolo e suddito del Papa.

    Ma di ciò non è oramai più d'uopo far parola, molto più che il poeta ha dimostrato di superar di gran lunga l'uomo; e di saper vincere coll'arte (col cuore) le battaglie che coll'intelletto non aveva neppur saputo affrontare.





    12.- Non si creda d'altronde che il dualismo da noi notato nell'arte del Pascoli, sia stato una specie di parallelismo di due possibilità contemporaneamente esplicantesi all'infinito senza incontrarsi e senza elidersi; non vogliamo dir questo, ma che le due linee di cui si sarebbe formato il parallelo sono l'artistica espressione delle due native possibilità che abbiam rilevate nel carattere del Pascoli contadino romagnolo.

    Per questa ragione pensiamo di poter considerare le opere del Pascoli che separatamente esprimono ora l'una ed ora l'altra possibilità, quali estetiche esperienze e quali faticosa preparazione della superiore possibilità espressiva rappresentata dai Conviviali e dai Carmina i quali, secondo noi, dei due caratteri e delle diverse inerenti esperienze, sono la felice sintesi.

    Qui, vuoi perché le figure sono state dal Pascoli ricevute già formate e dotate d'un pensiero, o vuoi perché il poeta era finalmente riuscito a sbarazzarsi della sua particolare passione di uomo e di cittadino, riuscendo perciò a portarsi ad una superiore atmosfera di serenità e di obbiettività; qui, diciamo, le due possibilità, sono finalmente arrivate a fondersi in una espressione che della realtà ha la plastica concretezza e del pensiero l'accorata profondità.

ARMANDO CAVALLI
(V. n. 31: contin. e fine)

Comunque, tale sopravvivenza di pensiero papale, non vi sembra strana in un poeta "democratico" dell'umanitario secolo XIX? E non vi dice nulla?




Giunti a questo punto noi dobbiamo domandarci: "Era vero amore quello che il Pascoli diceva di volere al popolo?". A noi pare di no. E ci spieghiamo. Non è vero che il Pascoli volesse bene al popolo, innanzitutto perché non lo stimava capace di storia; secondariamente perché il popolo ch'egli diceva di amare era il "suo" popolo: quella data cosa cioè che rispondeva ad una sua preconcetta idea: - il "suo" popolo che aveva quelle "determinate e non altre" abitudini, quelle "determinate e non altre" idee. Il "suo" popolo era insomma una creatura del "suo" cuore ed una "sua" particolare categoria estetica, che per vivere non aveva bisogno di realmente esistere, giacché era una cosa diversa dalla vita.
In tutto ciò noi crediamo di dover ravvisare, oltre le caratteristiche della tirannia sociale e del conservatorismo, i caratteri peculiari dell'estetismo e del decadentismo: tanto l'uno che l'altro bramosi di sovrapporsi, per negarla, alla vita, o per lo meno di plasmarla secondo le volubili leggi del capriccio.
(a. c..)