LA VITA INTERNAZIONALE

La rivoluzione albanese

    L'ultima rivoluzione albanese, finita col trionfo dei nazionalisti, passò per le seguenti tappe: crisi di governo nel gennaio, attentato contro Achmed Zogu nel marzo, assassinio del deputato Avni Rustem nel maggio, caduta del gabinetto Elias Vrioni nel giugno e infine formazione del nuovo governo di Fan-Noli.

    Quando nel gennaio 1924 si riunirono a Tirana i deputati della Costituente si vide che Ahmed Zogu non aveva la maggioranza. Su 104 votanti poteva disporre dei 26 voti dei suoi seguaci (populisti), dei sei voti dei grecomani d'Argirocastro e di 14 voti tra i bey. Allora Ahmed s'alleò coi bey e cedette la presidenza al suocero Sevket bey Vrlassi d'Elbassan. Ahmed continuò a essere il capo effettivo. Ma questa coalizione con i bey precipitò il movimento rivoluzionario e determinò l'attentato contro di lui.

    Sparando in Parlamento contro Ahmed Zogu, Bekir Walter gridò: "L'Albania non ha bisogno di feudalismo. Morte all'alleato dei bey". A 17 anni lo studente Bekir Walter era membro del Club degli intellettuali il cui presidente Avni Rustem aveva ucciso tre anni prima a Parigi Essad Pascià il difensore del feudalismo e della influenza serba in Albania.

    Ahmed Zogu sapeva donde veniva l'attentato e rispose due mesi dopo con l'assassinio di Avni Rustem in pieno mercato di Tirana. Fu il segnale della rivoluzione. Trenta deputati dell'opposizione riuniti a Valona per la sepoltura di Avni Rustem decisero di non più tornare a Tirana. Con i rappresentanti di tutte le città e di tutti i villaggi, venuti per la sepoltura, davanti al cadavere dell'assassinato, loro eroe nazionale giurarono di vendicarlo e mandarono subito al governo di Tirana un ultimatum intimandogli di lasciare il potere per evitare spargimento di sangue. Subito dopo Gurakuki lasciò Valona e arrivato a Scodra organizzò la rivolta dell'Albania settentrionale. La rivoluzione fu generale. La crisi ministeriale e il nuovo governo di Elias bey Vrioni che ne nacque, non mutarono la situazione: le trattative tra gli insorti e il nuovo potere non approdarono a nulla. Il movimento fu guidato a Scutari dal colonnello Redieb Salia e da Gurakuki, a Valona da Fan-Noli e da Kiazim Kotzuli, a Kossovo dal leggendario rivoluzionario albanese Bairam Zuri e a Debra da Eles Jussuf. A poco a poco l'esercito passò dalla parte degli insorti che il 10 giugno entrarono trionfalmente a Tirana dove formarono un gabinetto militare con Redieb Salia, che presto lasciò il posto a un gabinetto politico Fan-Noli-Gurakuki.





    Le affermazioni della stampa serba che spiega gli ultimi avvenimenti albanesi con l'antagonismo di razza e di religione e con l'influenza italiana sulla popolazione cattolica sono erronee. In verità Ahmed Bey tentò di presentare il movimento come una lotta di razze e di religioni; ma i nomi stessi dei dirigenti della rivoluzione dimostrano la vanità di queste affermazioni. In realtà la rivoluzione albanese fu una reazione contro il feudalismo che arrestava ogni sviluppo culturale e materiale del paese e contro le influenze straniere - la serba più pericolosa di tutte - che tendevano allo smembramento dell'Albania. Nell'ultimo anno del suo governo Ahmed bey s'era dimostrato difensore di queste due politiche e perciò quasi tutti i colpi dei nazionalisti erano diretti contro di lui.

    Il nuovo potere in Albania è rappresentato dalle seguenti persone. Reggenti: Sotir Petzi, Bairam Zuri, Sami Vrini e Noz Cioba. Ministro presidente senza portafogli Fan Noli, ministro delle finanze Gurakuki, liberale, fautore di una collaborazione con l'Italia; ministro degli Esteri Suleiman Delvina, ex ministro presidente, che prima del 1912 fu per lungo tempo capo-divisione nel ministero dell'interno a Costantinopoli, già membro influente del partito giovane turco e tuttora in rapporto con gli ambienti politici turchi; ministro di Giustizia Stavro Viniao socialista che passa per il miglior giurista albanese; ministro degli interni il colonnello Redjeb Salia, nazionalista senza partito; ministro dei lavori pubblici Kiazin Kotzuli, eroe nazionale albanese, uno dei capi del movimento che cacciò gli italiani da Valona nel 1921. Il ministero dell'istruzione è vacante essendo riservato a un cittadino di Kossovo; a un cittadino di Scutari sarà pure destinato un ministro senza portafogli.

    La dichiarazione-programma del nuovo governo dice:

    "La politica disastrosa del governo precedente aveva creato in tutta l'Albania una situazione insopportabile e senza uscite che rese inevitabile la rivoluzione. Le conseguenze della politica del vecchio governo sono:





    "Un bilancio irregolare, in continuo deficit, disorganizzazione di tutti i rami dell'amministrazione; sicurezza pubblica in pericolo; anarchia in tutti gli organi del potere; potere personale superiore all'autorità dello Stato; attentati contro cittadini e stranieri. Tutto questo comprometteva il popolo albanese all'interno e all'estero e ne snaturava il carattere.

    "Il nuovo Governo chiamato al potere dalla Reggenza e dalla fiducia pubblica ha preso nelle sue mani l'amministrazione del paese e promette di migliorare la situazione attuale applicando il seguente programma:

    " 1) Disarmo generale e assoluto; 2) Giudizi verso i colpevoli della rivoluzione e della triste situazione locale; 3) Restaurazione della sicurezza pubblica e rigida applicazione delle leggi; 4) Consolidamento dell'autorità dello Stato e fine degli arbitri; 5) Soluzione radicale della questione agraria; distruzione del feudalismo e introduzione del sistema democratico in tutta l'Albania; 6) Profonde riforme nell'organizzazione dello Stato e dell'Esercito; 7) Creazione di una amministrazione di funzionari onesti e patriotti in numero ristretto; 8) Determinazione dei diritti e dei doveri dei funzionari; 9) Organizzazione dell'autorità comunale; 10) Risparmio nelle spese ed equilibrio nel bilancio; 11) Introduzione di un nuovo sistema fiscale; 12) Miglioramento delle condizioni dei contadini; 13) Facilitazioni al capitale straniero; 14) Restaurazione del prestigio dello Stato nel paese; 15) Indipendenza assoluta dei tribunali; 16) Riforme radicali nel Codice; 17) Organizzazione della difesa della salute pubblica; 18) Organizzazione dell'istruzione pubblica su basi moderne; 19) Relazioni amichevoli con tutti gli Stati stranieri e rapporti cordiali con le nazioni vicine".

    Il Governo promette anche di ricorrere a un plebiscito a voto libero, segreto e diretto, appena il paese sarà in condizioni normali.

DIBRALI




Democrazia Imperiale

    Preoccupazioni sull'avvenire dell'Impero Britannico non datano da ieri. Se è vero che sulle medesime s'è fatto molta accademia - e se ne fa oggi anche in Italia - non è meno vero che la sensazione d'una caducità finale del proprio retaggio imperiale sia sempre esistita nella coscienza nazionale inglese; la quale, anzi, più ha accennato a preoccuparsi quanto più s'andavano estendendo i dominii d'oltremare.

    Tale sensazione, che spesso s'è manifestata attraverso moniti ispirati (chi non ricorda quelli Kiplinghiani?), s'è andata accentuando durante l'ultimo venticinquennio, per il pericolo tedesco prima, e poi, sebbene in maniera meno clamorosa, per un polarizzarsi delle correnti predominanti del Paese verso idee e principii in contrasto più o meno aperto col principio informatore dell'impero.

    Alla generazione infatti che verso il 1895 rispondeva all'appello dei Roseberry, dei Rhodes, dei Chamberlain e dei Kipling per formare le falangi organizzatrici dell'Impero, succede sul principio del'900 un orientamento delle correnti vive del paese verso idee più avanzate e meno conservatrici. Dopo l'impopolarità guadagnatasi dai "tories" in seguito alla guerra del Transvaal, s'assiste così al trionfo liberale del 1906, all'annichilimento della Camera dei Lords nel 1911, e a un prevalere spiccato di tendenze nuove. La vigilia della guerra trova le "élites" giovani del Paese inclini al laburismo e a un pacifismo quasi internazionalista.

    Dopo la guerra il movimento democratico, lungi dall'arrestarsi, trae dalla medesima la sua forza maggiore, e nell'agitarsi dei problemi del dopoguerra riesce ad affermarsi coll'attuale Governo laburista. Non è vero quindi - e sia detto tra parentesi - che Mac Donald sia salito al potere per le contingenze eccezionali dell'ora, in uno scoppio di malcontento popolare. L'affermazione del suo partito - non importa di quale valore e significato - si ricollega in modo evidente alle tendenze dell'anteguerra.





    Ora, in tutto questo evolversi dell'idea, quale la posizione dell'Impero? Appare infatti quasi un controsenso l'assistere oggi a un'Inghilterra imperiale retta da un Governo socialista. Non esiste in questo fatto una ragione e conferma delle preoccupazioni accennate? E, sé è lecito parlare di influenze disgregatrici delle nuove idee sulla compagina dell'Impero, in quale senso e in quale misura esse si manifestano?

    È evidente anzitutto che il nucleo vivo dell'impero - India eccettuata - è costituito dai Dominions, ed è inglese. Non vale dire che il Sud-Africa è anche boero, e che nel Canadà permangono influenze francesi: l'insieme rimane inglese in prevalenza.

    Il tener conto di questa unità etnologica è ora essenziale per la trattazione generale dell'argomento. Ci troviamo di fronte al caso tipico di un'espansione dello Stato - in questo caso di quello inglese - a cui fa riscontro una corrispondente espansione della nazionalità. Nell'Australia l'ingerenza di Londra si manifesta su individui inglesi di razza e di sentimento. Idem, se pure in misura meno spiccata, pel Sud Africa e pel Canadà. Si ha così una doppia affermazione: quella intellettuale e quella del potere politico, cosa che non è avvenuta per nessuna compagine imperiale del passato, almeno in forma così importante. Le antiche colonie greche erano estensioni della nazionalità - non del potere politico della Madrepatria; e i grandi imperi della storia furono tutti più o meno fondati sulla conquista, ciò che costituì in fondo la prima causa della loro disgregazione.

    La coesistenza invece dei due fattori accennati ha dato all'Impero dei Dominions una figura tutta sua. Ha concesso una permeabilità dello spirito della Madrepatria che non ha altrove riscontri.





    Così essendo, è ora ovvio che l'Impero Britannico nelle sue linee generali - salvo sempre l'India - si presenta come un insieme connesso alla Madrepatria da vincoli che, se qua e là denotano tendenze ad allentarsi, per il fatto stesso della larga autonomia concessa ai Dominions, sono nutriti da una tradizione e da una comunanza d'interessi eccezionale.

    Il caso delle colonie d'America? Si, certo: i coloni che nel 1776 proclamavano il loro distacco dalla patria d'origine per formare gli Stati Uniti, erano inglesi. Ma non bisogna dimenticare le contingenze di carattere tutto speciale di allora, e il fatto che si era in piena epoca di sistemi coloniali ora scomparsi.

    Gli avvenimenti che si svolgono in Inghilterra hanno quindi per i Dominions un carattere tutt'affatto particolare. Per l'India, la salita al potere di un Mac Donald può dar adito a vaste ripercussioni di carattere libertario, può magari far sorgere spettanze e fomentare movimenti, può insomma aver significati che esulano dalla stretta ripercussione amministrativa; per l'Australia il medesimo fatto non supera l'avvenimento di politica interna. Può avere importanza in quanto per la base navale di Singapore, ad esempio, si prenda una decisione piuttostochè un'altra, o in quanto la flotta del Pacifico può venir aumentata o diminuita. Questioni di politica imperiale di notevole importanza, senza dubbio; ma che restringono un fatto o un prevalere di nuove tendenze nella patria d'origine ad avvenimenti di carattere interno. Non è quindi questione di regime: è questione semplicemente d'interessi reciproci. Collimano essi? E allora tutto va bene. La politica di Londra entra nella cerchia dei "Dominions"? Non ha nessuna importanza il fatto che essa sia perseguita da questo piuttosto che da quel Governo.

    Parlare quindi di influssi disgregatori delle nuove correnti della Madrepatria sulla compagine dei Dominions, è, in questo senso, fuori di luogo. E' ben vero che può venir un giorno in cui l'Australia o il Canada decidano di staccarsi dall'orbita inglese per "maturazione", come vogliono i seguaci di Turgot, o per altre contingenze di varia indole su cui non è ora il caso d'indagare; ma fino ad oggi essi gravitano attorno alla cerchia di Londra come componenti d'una collettività retta a federazione, e sui quali la politica centrale non ha dato fino a oggi seri motivi per eventuali velleità separatiste.





    E a questo fa riscontro in Inghilterra un curioso stato d'animo: l'Inghilterra può esser socialista finché vorrete, ma ai "Dominions" e alle colonie in generale non rinuncia. Così come, press'a poco, l'opinione pubblica non rinuncerebbe al Kent, per esempio, o a qualsiasi altra contea del Paese perché un dato avvenimento politico si è verificato, altrettanto avviene per l'impero in generale e per i "Dominions" in particolare. Non si vede insomma perché una nuova corrente, sia pure di principii democratici ed anti-imperialisti, debba davvero ledere la compagine sostanziale dell'Impero quale è oggi. Né c'è contraddizione, del resto, fra l'Impero dei Dominions e l'idea democratica. Non hanno i Dominions un proprio Governo responsabile? Non sono essi stessi retti da forme più o meno democratiche di Governo? Non è loro concessa una vastissima libertà d'azione in vario senso?

    Sotto questo punto di vista, quindi, hanno ragione coloro i quali hanno riscontrato nella marcia democratica dell'Inghilterra un formidabile fattore di cementazione per l'Impero; in quanto Londra ha potuto seguirne così la naturale evoluzione verso forme più libere di Governo, concedendo loro a tempo opportuno le necessarie autonomie, comprendendo le nuove esigenze che probabilmente uno stagnare di vecchie idee conservatrici avrebbe intralciate, con conseguenze poco dissimili da quelle verificatesi per le perdute Colonie d'America. Constatazione in apparenza paradossale - in realtà profondamente vera: un Impero che prospera e vive perché retto da sistemi democratici in perpetua evoluzione.

    Ciò che interessa in modo affatto particolare è la posizione dell'India.

    I conservatori rimproverano all'attuale Governo laburista di non essere riuscito a porre un argine al dilagare della propaganda nazionalista in India, e di avere anzi in certo modo favoriti i movimenti con un assenteismo più o meno evidente; ma hanno torto. In realtà il presente Governo non ha fatto né più né meno dei Governi precedenti, e il fermento che in India si è andato acutizzando in questi ultimi tempi ha origini oscure e remote che non è un'esagerazione il dire risalgano al principio medesimo dell'occupazione inglese.





    Quando si parla di preoccupazioni per l'Impero, si accenna così implicitamente all'India. Dalla Rivoluzione del'57, si può dire, l'India non ha dato requie al Governo di Londra. Nella sua vastità è rimasta impenetrabile alla permeazione dello spirito coloniale britannico che ha reso possibile la formazione dei "Dominions". I tentativi fatti in questo senso da varie riforme (quella Minto-Morley prima e quella Montague-Chelmsford dopo), non sono riusciti. Non sono state possibili transazioni. Gl'indiani sono rimasti indiani. Passivamente, sordamente se si vuole: ma gli inglesi in India non hanno mai potuto, a loro malgrado, spogliarsi della qualità di dominatori. Tutto è stato inutile.

    La cosa è tanto più grave in quanto coll'andar del tempo l'India è andata diventando sempre più indispensabile all'Impero, sopratutto per ragioni di prestigio. Perdere l'India avrebbe effetti incalcolabili, materiali e morali.

    Non è quindi il caso di parlare della politica di questo o di quel Governo: la politica inglese nei riguardi dell'India non ha colore. E' sempre stata informata alla medesima ansiosa ricerca di rendere meno critica la situazione, conscia in ogni tempo della necessità - alcuni dicono della fatalità - che impone il mantenimento dell'India, non importa a qual prezzo e a costo di quali sacrifici.

    L'India ha assistito così alla vera epopea imperiale dell'Inghilterra, perché è stata teatro di tutti i fatti che della storia dell'Impero costituiscono le note più salienti: dalla rivolta del 1857 al moderno predicare di Gandhi. E sono note d'altra parte le vecchie direttive seguite da Londra: usufruire dell'antagonismo sempre esistito fra l'elemento mussulmano e quello indù, appoggiandosi sul primo in modo evidente, e mantenendosi in equilibrio grazie alle contese e al fantastico frazionamento delle caste e delle razze della penisola indiana. La politica turcofila seguita da Londra non ha infatti altra spiegazione che l'ovvia necessità di mantenersi fedeli i mussulmani dell'India.

    In questi ultimi anni, però, la necessità che ha condotto l'Inghilterra alla guerra colla Germania, e alla conseguente rottura col Califfo, ha profondamente scosso le simpatie degli elementi mussulmani indiani; mentre d'altra parte la impressionante ondata nazionalista degli indù non concede tregua alle inquietudini di Londra.





    È evidente che, così essendo, il Governo laburista, sebbene in forma diversa, nella sostanza non ha potuto far altro che seguire le orme dei proprii predecessori. Tutti ricordano il monito e l'appello di Mac Donald al popolo indiano poco dopo la sua assunzione al potere; ma quale differenza sostanziale con un eventuale messaggio analogo pronunciato dal conservatore Baldwin, ad esempio, o dal liberale Lloyd George? E le recenti dichiarazioni del medesimo Presidente dei Consiglio laburista nei riguardi del Sudan, dichiarazioni che hanno sollevata la incondizionata approvazione del Paese per la loro intransigenza, non provano che certi tasti sensibili dell'Impero lo sono tanto per i socialisti quanto per i conservatori?

    Naturalmente, l'Inghilterra cerca di spiegare il suo atteggiamento verso l'India coll'affermare non essere il paese in grado di governarsi da sé data la sterminata confusione dei suoi dogmi e delle sue razze; ed esalta i benefici del suo regime. Ma è un ragionamento che eticamente non regge. In realtà, la democrazia di oggi è come schiacciata dagli avvenimenti che l'hanno proceduta, e che la pongono di fronte a un fatto compiuto che non è passibile rinnegare.

    L'Inghilterra non rinuncerà mai volontariamente al proprio dominio imperiale. I fautori della cosidetta "scuola pessimista", che predicano l'abbandono dell'Impero, come di un peso inutile e pericoloso si diano pace: solo il tempo o la forza potranno distruggere la compagine dell'Impero Britannico - non l'atto di volontà da loro propugnato, la cui attuazione appare infatti subito come un'assurdità.

    E tale volontà d'imperio s'identifica con due ragioni: l'una, la prima, che può valere specialmente per i Dominions, perché davvero non si vede una contraddizione vera e sostanziale tra l'idea democratica e l'Impero quale è oggi costituito; e l'altra, non meno importante, e che può valere per l'India, perché l'Inghilterra s'è creata nell'Impero un'appendice che non è possibile stroncare - oggi come oggi - senza che si verifichi un fatale decadimento successivo di tutte le forze inglesi del mondo.

    L'India è padrona di considerare l'autonomia dei "Dominions" come un'ipocrisia o un compromesso; l'Inghilterra no, per quel complesso di note ragioni che della mentalità inglese fanno la forza e la caratteristica. La corrente democratica di oggi non sente così di opprimere sul serio nessuno, proseguendo; una politica imperiale trasformata ed evoluta colla marcia dei tempi, si, nella forma, ma rimasta intatta nella sostanza; e poiché a questa specie di tranquillità morale s'unisce il potentissimo stimolo delle convenienze politiche ed economiche, così il destino futuro dell'Impero sarà regolato solamente dalle leggi della storia. Oggi non si può parlare ancora, in nessun senso, d'una volontà degli uomini che si scosti radicalmente dalle vie del passato.

ANDREA DAMIANO