IL RE DEMOCRATICO

Warum denn, wie mit einem Besen
Wird fo ien König hinausgkemrt?
Wären's Könige gewesen,
sie ständen alle noch unversehrt.



    Dovendo parlare del "re soldato", il ricordo di guerra, o, come ora si dice, della "nostra passione guerriera", si presenta come introduzione particolarmente indicata.

    Marciavamo, sette sottotenenti, pascolando una colonna di settecento soldati sullo stradone friulano da San Giovanni di Manzano a Premariacco. Si veniva dritti dritti da quel deposito padovano che Cadorna - sempre pieno di à propos - aveva chiamato "Deposito Rifornimento Uomini". Eravamo "complementi": più "complementi" di noi non era possibile essere: e i superiori che l'avevano fiutata alla prima, ci avevan piantato a San Giovanni di Manzano come, in Piazza ??????, si piantano i convogli funebri che vanno difilati a Staglieno.

    La sera di quel giorno del '15, la nostra colonna doveva essere ridotta proprio a un branco di spedati. Me ne ricordo assai confusamente. Un'auto, strombettando, ci raggiunse, si aprì un passaggio in mezzo alle due file che marciavano alla meglio "a passo di strada", mi sorpassò, e si arrestò cento metri innanzi a me. Vidi il sottotenente che mi precedeva - si chiamava Aragona: sono cose che non si dimenticano - accorrere, salutare, poi venirmi a chiamare di corsa con grandi segni scongiuratorii e deprecatorii. "Il re ci vuol parlare!"

     - Il re?

     - Il re, il re. E' dentro a quella automobile.

    Il re invece non ci parlò. Era accoccolato in un angolo, e guardava i soldati che continuavano a trascinarsi, senza essersi accorti di niente. Parla, per procura, un generale che gli sedeva accanto.

     - È inutile che chiamino i loro colleghi o il comandante della colonna (Non c'era, del resto.) Li avvertiranno loro. Sua Maestà ha notato che questa colonna marcia molto male, e prega loro, signori ufficiali, di riordinarla. Si accomodino pure.

    Anche il re fece un cenno di saluto; l'auto filò via, e noi due si restò li, mezzo ringrulliti. La colonna non fu riordinata: non ci riuscivamo neppure coll'iniezione di un ammonimento di Sua Maestà.





Il comodo proprio segreto dell'arte di regnare

    Ripensando poi, con un po' di esperienza militare, a questo episodietto, mi accorsi come la condotta del re fosse stata moscia e scalcinata. Egli poteva, o far finta di niente, e tirar dritto: non era compito suo riordinare tutte le colonne marcianti disordinatamente. Ma se si arrestava e ci faceva sapere chi era, doveva pretendere ben altro. Un uomo di qualche energia ci avrebbe dovuto ordinare di riassestare immediatamente la colonna: e senza nessuna ridicola pietà per i soldati stanchi o fiacchi, per gli zaini, eccetera, avrebbe dovuto esigere da noi che glie la facessimo sfilare dinanzi come si sfila dinanzi a un "re soldato": cioè in parata. Tutto ciò, era possibilissimo in dieci minuti di tempo: io vidi dei bravi generali come Cattaneo e Mangin, ottenere questo, in meno, da reparti assai più sfiancati di quanto non fosse quella colonna complementi.

    Ma forse, il "re soldato" avrà avuto timore di sembrare militarista, imponendo lo sfilamento. Avrà creduto, che nella guerra democratica, i generali dovessero semplicemente pregare i sottotenenti di riordinare la loro manovra. L'intervento diretto, solo efficace, avrebbe rappresentato certamente una fatica, una tensione nervosa anche per il sovrano. Egli doveva assumere una piccola responsabilità immediata: porre la sua precisa volontà dinanzi alla nostra stanchezza: affrontare il rischio di una esecuzione manchevole, e quindi la complicazione di una repressione immediata: inoltre, in fondo a una giornata forse pesante anche per lui, tutto ciò gli imponeva di lasciare il cuscino di cuoio della vetturetta, di rassettarsi nell'uniforme, di rizzarsi almeno sul predellino della vettura, di guardare bene in viso ufficiali e soldati, di affermare la propria qualità di generale e di re, anche col proprio contegno.

    Sarebbe stata una cosa infinitamente più seria delle parate e delle cerimonie di cui gli sottopongono il programma la sera prima, e in cui il suo intervento è protetto, garantito, controbilanciato e imbottito dalla presenza e dalla responsabilità di una quantità di gente. Sullo stradale di S. Giovanni di Manzano, egli sarebbe stato, come si dice in diritto feudale, Herrscher auf eigenem Faust, "Signore sul proprio pugno". Troppo pretendere da un re, che per tutto il suo regno aveva ostentato la democrazia degli abiti borghesi e del cappelluccio a lobbia! Egli preferì restarsene rincantucciato, com'io lo vedo ancora nella memoria, e "farci pregare". Questo espediente era "democratico", e sopratutto comodo; c'è dentro tutta la quintessenza del suo sistema di regno.

    Nella concezione democratica di Vittorio Emanuele, il proprio comodo ha avuto certo un gran peso. L'abilità di Giolitti, e le sue fortune cortigiane, riposano su questo: che egli permise al re di confondere, fra comodo proprio e regime democratico di regno.





L'influenza dell'automobile
e la democrazia del volante

    Questa sistematica confusione ha una storia intima, che va pur rintracciata con tutta la chiarezza consentita dalla buona educazione, doverosa anche verso i re democratici.

    Non troppo favorito dalla natura per gagliardia fisica e per prestanza, egli prese in uggia cerimonie e ricevimenti assai prima di aver fisso in testa un qualsiasi sistema di governo: la sua avversione alle comparse solenni in pubblico, fonte di confronti sempre odiosi e di osservazioni poco lusinghiere, fu il primo punto fermo della sua autoeducazione di regnante. La morte di suo padre richiamò probabilmente la sua attenzione su un altro aspetto di queste funzioni, confermandolo sempre più nella opinione che i viaggi in incognito offrono dei grandi vantaggi ai monarchi che hanno la disgrazia di non avere un beau phisique du rôle, e di regnare in un paese di spostati e di sovversivi. L'invenzione e la diffusione dell'automobile, come mezzo di turismo, sopraggiunse, ed ebbe una influenza decisiva sugli sviluppi del regno di Vittorio Emanuele. L'automobile sopprime gli itinerari rigidi e prefissati consente di infilare un cammino vicinale invece di una strada nazionale, elude le tappe d'obbligo: si può dare allo chauffeur un itinerario, e poi variarlo per istrada, secondo una inspirazione del momento o un avvertimento improvviso. Nelle stesse visite ad una città sospetta, l'auto consente serpentini spostamenti di percorso, che sarebbero impossibili se il re dovesse uscire dalla reggia nella solenne berlina. In auto sono necessari gli occhiali, lo spolverino, la pelliccia: il travestimento è d'obbligo, appare come una necessità sportiva: L'incognito è inevitabile e naturale. In verità, il regno di Vittorio Emanuele non si capisce, se non tenendo presente il grande sviluppo del turismo automobilistico, così propizio alle più riposte preferenze del Sovrano. Anzi.

    Appunto perché, nei primi anni di regno, l'auto si diffondeva appena, pareva espressione di sentimenti modernissimi e di spregiudicatezza verso il cerimoniale il servirsene con frequenza: un sovrano che viaggiava spesso in auto, verso il '05 o il '06, acquistava agevolmente riputazione di uomo liberissimo dalle convenzioni cortigiane, aperto ad accogliere tutti i ritrovati della scienza, e quindi - secondo la barocca idea di democrazia che i facevano i nostri radicali e riformisti - democratico. La democrazia del volante.





Le villeggiature reali

    Le stesse meditazioni intime del sovrano sugli inconvenienti delle comparse in pubblico, nei riguardi dell'amor proprio e della sicurezza, lo condussero nella scelta dei suoi soggiorni cittadini ed estivi. Villa Ada, San Rossore e Valdieri vennero così di moda: frutta nuova. Racconigi restò, nonostante tutta la sua incomodità di vecchio castello Sabaudo, perché messo proprio nel mezzo della provincia di Cuneo, nel feudo dell'on. Giolitti: forse il sovrano desumeva da questo l'improbabilità di ogni incidente. Giolitti, almeno in provincia di Cuneo, doveva ben garantirlo da ogni attentato, se non altro per ragioni di decoro parlamentare. Ma Villa Ada, San Rossore e Valdieri consentivano al re qualcosa di meglio: di essere cioè il direttore del servizio di vigilanza su se stesso. La semplicità delle palazzine reali e, viceversa, la vastità e varietà delle escursioni possibili, consentivano al sovrano il massimo della mobilità, contemperato col massimo della sicurezza. Senza andare a cercare l'avviso ????? Paoli, il celebre commissario di polizia francese specializzata nella vigilanza sulle persone dei sovrani ospiti della Terza Repubblica, anche un profano comprende subito che un buon piccolo servizio di investigativi a Villa Ada è infinitamente più tranquillizzante del picchetto in guanti bianchi e dei corazzieri del Quirinale. Ma questa preferenza del sovrano per le residenze modeste era estremamente facile presentarla ai buoni italiani come un'altra prova, e decisiva, della "democrazia" del re.

La leggenda della vita intima

    Fu messa così in circolazione la descrizione accreditata e ufficiosa della vita intima della famiglia reale: e che il re vive "come un borghese", e che "la regina, a Villa Ada, si prepara il caffè con una macchinetta espresso", e altre storielle del conio di quelle che tutti i droghieri parigini apprezzavano tanto sotto la Monarchia di luglio.

    Il re stesso - ciò è fuori dubbio - si compiaceva di aggiungere qualche accento sapiente a questa versione casalinga del suo regno: egli riceveva Bissolati a Villa Ada, e gli parlava di "andare un po'in campagna" e riceveva a San Rossore un altro illustre italiano - questo vivente - e, in sua presenza, dava ardine allo chauffeur che partiva per Roma di portare certi pacchi "a casa".

    Così la "democrazia" del regno si perfezionava, e il re era così fortunato e così accorto da far passare per "idee moderne" e per gusti anticerimonialeschi le sue ben fondate opinioni sulle comodità e sulla sicurezza di un piccola hôme fuori porta o di una villetta campagnola.





La grande uniforme ed i suoi inconvenienti

    O tempi beati, in cui Giovanni Giolitti deteneva il notariato della Corona! L'etichetta di Corte era dolcemente elusa, come erano dolcemente violate le buone norme di diritto costituzionale: le due scienze, quella cortigiana e quella parlamentare, procedevano di pari passo verso la "democratizzazione", sotto l'impulso concorde del sovrano e del suo ministro. Giolitti dichiarava a Bulow di non avere mai indossate camicie di seta: Vittorio Emanuele ostentava di attenersi rigorosamente alle prescrizioni dell'uniforme d'ordinanza, ed era il generale più mal vestito di tutta l'armata italiana.

    Le opinioni del re sulla grande uniforme dovevano essere, press'a poco, quelle del brigante corso Bellacoscia. Il quale, già vecchio, richiesto del suo giudizio sulle nuove monture dei gendarmi francesi, molto vistose, si perleccò le labbra e disse questo soltanto: "Oh, che bella mira!". Niente grandi uniformi, dunque. In tutto il suo regno, ormai lungo, Vittorio Emanuele non traversò Roma a cavallo in grande uniforme, alla testa del suo Stato Maggiore, se non una volta: 1911, inaugurazione del monumento a suo nonno. Assez.

    In guerra poi, egli fu il più fedele osservatore delle circolari cadorniane sulle uniformi degli ufficiali. Comparì in tutte le retrovie indossando un cappottaccio d'ordinanza grigio-verde e un paia di mollettiere male ravvolte. Il bastone avrebbe potuto farlo passare per un pastore di popoli dei tempi omerici, ma tutta la triste modernità della situazione era concentrata nella macchina fotografica reale. La quale egli portava, appesa a una cinghia, all'altezza del ventre: e per giunta, col soffietto tirato, per essere ben pronto a fissare qualche gesta memorabile. Già col baricentro instabile, e corto di gambe, com'è di sua natura, quel soffietto fissato alla pancia gli dava addirittura una rassomiglianza spaccata con un piccione viaggiatore, di quelli cui si dà il volo con una macchinetta legata allo sterno perché facciano lo spionaggio fotografico. Carlo Alberto il re Magnanimo, Vittorio Emanuele II il re Galantuomo, Umberto I il re Buono, Vittorio Emanuele III il re Fotografo: la successione si presenta evidente, la decadenza anche: ed è forse, questo, l'unico argomento di qualche peso a favore della repubblica. Dopo un re fotografo, non si può più tentare la sorte. Eppure anche la fotografia, e le mollettiere, e la bassa tenuta, come Villa Ada e l'automobile, confermarono la opinione corrente del re "democratico", che fu perfetta e rassodata quando Nitti assunse la presidenza del Consiglio.





Una iniziativa personale dei re
La diserzione dalla reggia

    Francesco Saverio Nitti, l'unico uomo di stato italiano sentimentalmente devoto alla monarchia e attaccato al monarca, consentì a quest'ultimo il massimo dei comodi: perfino quello che neppure Giolitti avrebbe consentito mai, per un residuo di sagoma di funzionario subalpino. Nel novembre del 1919, la singolare "democrazia" del re arrivò - si dice - a prospettare una inaugurazione della XXV Legislatura fatta per procura, e non in persona propria, dal sovrano stesso: e il buon Nitti perfino a questo avrebbe aderito, se da un altro colle di Roma non fosse giunto un monito che ridiede gli spiriti a chi li aveva perduti. Il re inaugurò la XXV Legislatura. Ma il Nitti non impedì al Sovrano l'altro atto gravissimo, la rinuncia ai palazzi reali, alle ville, e a tutti gli immobili pertinenti al patrimonio della Corona. Rinuncia perpetrata nel Settembre del 1919, colorita allora e dopo come un atto magnanimo a favore dei gloriosi mutilati, e che in realtà, rappresentò il coronamento di quella ricerca delle comodità ad ogni costo, caratteristica del regno attuale.

    Questo atto fu di iniziativa personale del sovrano, suo, tutto suo: com'era stata sua la progressiva demolizione delle forme esteriori della regalità, il sabotaggio dell'etichetta di Corte, la riduzione progressiva di tutte le solenni comparse militari o parlamentari. Darne la responsabilità al regime giolittiano o al socialismo o al generale Cittadini, è bassa cortigianeria nazionalista, escogitata per far capire al sovrano che i suoi trascorsi gli sarebbero stati perdonati. In particolare, nessuno, neppure nel '19, chiedeva con qualche autorità le residenze tradizionali o storiche del sovrano, i suoi palchi di teatro, le sue bandite abruzzesi, le ville medicee, il parco di Monza: al contrario, gravi interessi artistici e culturali richiedevano che reggia e tenute restassero all'amministrazione della Real Casa, e una altissima esigenza maiestatica imponeva che, in un momento di universale stordimento, il re - almeno il re! - tenesse ferme in sua mano le antiche sedi. Ma queste sedi, forse, per il re "democratico", erano semplicemente "campagne" e "case" onerose e scomode: e la rinuncia fu compiuta. La monarchia si metteva in pigiama. I palazzi reali, debitamente saccheggiati, furono poi abbandonati ai cittadini dell'Italia rinnovata: le sezioni dei Combattenti, vi installarono i loro uffici di galoppinaggio elettorale e cooperativistico: i varii Savelli si ritagliarono finalmente un ufficio nei mezzanini degli appartamenti sabaudi o borbonici: i quali così rimasero deserti del signore legittimo, ma non di lacchè di razza. I lacchè - è cosa vecchia - sono sempre attaccati "a palazzo" più dei signori.





Il palco del S. Carlo e tutto il resto

    Ma ci fu poi chi volle, ad ogni costo, restituire al sovrano, se non i palazzi reali, almeno i palchi di teatro. Nelle giornate successive alla marcia su Roma, un gruppo di "Camicie azzurre" invase il palco ex-reale del San Carlo, e votò un ordine del giorno in cui si imponeva sostanzialmente al sovrano di rientrare nel godimento del palco stesso. Tant'è: dove hanno regnato i Borboni, ci sono ancora dei realisti. La primissima restaurazione dell'etichetta fu così melodrammatica. Quei bravi giovani credevano di fare una atroce rappresaglia contro la social-democrazia, e davano una lezione al re. Il re la accettò: questa prima, e tutte le altre. Accettò la restituzione del palchetto al San Carlo, come la restituzione della borsa di ministro da Facta: accettò l'autodesignazione di Mussolini a capo del Governo, accettò tutto, fino al discorso della Corona e alla comparsa coreografica a Montecitorio, che è roba di ieri.

    Si parlò di voltafaccia sovrano e di solidarizzazione col fascismo. Gli amici della Voce Repubblicana credono di poter svelare quotidianamente le coincidenze fra la tenebrosa politica sabauda, e i sistemi di governo dell'on. Mussolini. È la versione della congiura di uno Stato Maggiore e di una Corte prudentissimi e autorevolissimi, che fanno funzionare Mussolini. Che cose terribili!

II re disarmato dinanzi al fascismo

    Più semplicemente: guardate il ritratto del re, pensate a tutto il tono e a tutto lo stile della sua vita. Dopo vent'anni di Villa Ada, di viaggi automobilistici in incognito e di mollettiere floscie, vi par cotesto l'uomo capace di infrenare il fascismo? Ma andiamo! Pretendere questo da lui, equivale a dimenticare le sue caratteristiche fisiche, e la decisiva impressione suscitata in lui dalla abominevole tragedia di Monza. Gli sarebbe occorso, per una azione seria, l'energia di un nuovo proclama di Moncalieri, e, all'occorrenza, montare a cavallo, ultima ratio regum. E attorno a lui, un nucleo di generali devoti, una Corte, una etichetta, un cerimoniale. Non c'era. Egli aveva liquidato tutto. Il "re soldato", è certo, non disponeva di un generale autorevole, attaccato alla sua persona. Una Casa militare bisogna che un re se la tiri su, accogliendo gli uomini sicuri alla propria mensa: Vittorio Emanuele diede la sua figlia primogenita a un capitano di cavalleria, ma soppresse i pranzi ai generali del presidio di Roma, cui Umberto si sobbarcava ebdomadariamente. La figlia sí - l'intimità della cena "borghese", no! Ciò rientrava nel quadro della sua "democrazia".





    Raggiunto il massimo delle comodità famigliari, ottenuta sostanzialmente ogni fatica di etichetta o di cerimoniale, sbarazzatosi perfino dei palazzi reali, il sovrano si trovò, naturalmente, solo dinanzi all'assalto e all'affronto fascista. Il massimo della sua singolare "democrazia" era, insieme, il massimo della solitudine. Egli era un re disarmato.

    Una pratica ormai lunga di regno in cappello moscio lo metteva alla mercè del tumulto di piazza. Cedette. Vent'anni di "democrazia regale" producevano i loro frutti. Gli stolti socialisti che avevano applaudito proprio a quel cappello moscio, proprio a quella "democrazia", gli stolti radicali che si erano scompisciati sotto dalla compiacenza di possedere un re "di idee moderne", tiravano il sugo da vent'anni di scemenze, ed era sugo di legno. O non avevano auspicato, per lunghi anni, i "placidi tramonti"? Vittorio Emanuele li ha serviti: fedele, lui, alle direttive costanti del suo gloriosissimo regno, la ricerca del proprio comodo, la diligente eliminazione di ogni fatica, il lungimirante scansamento di ogni responsabilità. In questo senso, egli è sempre "democratico", sopratutto adesso.

Onorevole Mussolini leggete Balthasar Gracian!

    Le amarezze, si sa, non mancano. Un Collare dell'Annunziata ha detto, parlando del re: "Che sia antifascista non dubito: se non altro, per questa ragione, che è fascista sua madre". Ma tuttavia si campa, alla giornata, come si è campati prima. Le sottili o grossolane offese del primo ministro sono diligentemente ricordate, come furono diligentemente ricordate le pacchianerie del caro alleato Guglielmo II, nelle sue visite a Roma. Sono dello stesso genere. Guglielmo II si portava dietro un seguito di Lohengrini della Garde di Corps, scelti a bella posta fra i più alti e massicci: Vittorio Emanuele, piccione fotografo della diplomazia italiana, considerava questo come un affronto fatto alla sua corporatura più che modesta.





    Chi è infelice di persona è sempre in terribile sospetto che altri metta in mostra la propria vigoria muscolare, e ampiezza di omeri, e gagliardia di pettorali, per umiliarlo. La "bella presenza" è un vantaggio per chi cerca un posto di palafreniere, ma è forse un danno per chi vuol restare ministro di un re di modesto aspetto, poco amante dello sport e poco adatto per le esibizioni di schiene e di toraci. L'on. Mussolini, che così compiacentemente espone, in auto, a cavallo, sulle pubbliche piazze e nei saloni di Corte, la solida ossatura fornitagli dai suoi avi plebei, farebbe assai bene a mediare ciò che il gesuita Balthasar Gracian scrisse, nel suo Oraculo manual, ad ammonimento dei cortigiani di un re rachitico, Filippo IV di Asburgo: "Ogni superiorità è odiosa, ma quello di un suddito sul suo principe è sempre folle, o fatale. L'umico accorto nasconde i suoi vantaggi volgari, come la donna modesta cela la sua beltà sotto un abito negletto". E quel che segue, paragrafo VIII: valevole per i sovrani di Casa d'Austria, e di Casa Savoia.

Il baldacchino del duce e la lobbia dei re

    Non c'è da dubitare: le uniformi suntuose del primo ministro, le sue "patte" e le "sottopatte" delle marsine descritte dalla Gazzetta Ufficiale, i suoi atteggiamenti di bellâtre e di domatore di femmine, i cappelli a tuba nuovi fulminanti: ecco dei nodi di rancori tenaci. Il sovrano che trovò la democrazia nei viaggi in auto e negli agenti ciclisti sostituiti ai corazzieri, vede l'intenzione offensiva dove l'altro non pone che un soddisfacimento di vanità: così il corpo dei Moschettieri di Mussolini, così i viaggi in Sicilia su una corazzata scortata da flottiglie di caccia, così gli arazzi distesi ai poggioli di Palazzo Chigi, per i colloqui col generoso popolo di Roma, tutto questo è messo a catalogo. E altre cose: il tentativo di monopolizzare i disastri sismici e vulcanici, che finora costituivano una prerogativa regia: la gara del primo ministro ad arrivare primo ad arrestare collo sguardo la lava dell'Etna. E le sagre, cui il re è invitato o trascinato, con un contrasto troppo palese con i gusti da lui manifestati per i due primi decenni del regno: ultima, quella della Camera in toilette da ballo. Fu Vittorio Emanuele a introdurre l'uso della bassa tenuta di generale alla inaugurazione della Legislatura: e il suo bon plaisir autorizzò la giacchetta anche per i deputati monarchici. Il frak è una offesa contro di lui. E il baldacchino rosso nella Sala del Concistoro? Per un re che amava dimenticare il regno rifugiandosi sotto la falda di una lobbia, c'è offesa più grave di un ministro che si esibisce sotto le volute e gli spampanamenti di un baldacchino?





L'espiazione del re...

    Tutti i gesti della cosidetta aristocrazia del nuovo regime offendono la cosidetta democrazia del re. Sono un rimprovero e una smentita alle sue iniziative personali di un tempo felice. Conflitti di diritto costituzionale non ne esistono, perché il diritto costituzionale è "superato" dalle "concezioni squisitamente dinamiche" del capo del Governo. Più pruriginosi, più rognosi, più difficili da grattare, pullulano i conflitti di etichetta.

    E questo è il castigo del sovrano. Egli sottostà adesso, dopo un regno già lungo, alla fatica di un tirocinio umiliante, perché il figlio di un fabbro di Romagna pretende essere maestro di cerimoniale al discendente di una dinastia che ebbe profondi discettatori della scienza delle precedenze e degli onori cortigiani. D'altronde l'etichetta, cacciata nei tempi felici fuori del recinto di Villa Ada come una superfluità per un sovrano "democratico", ritorna adesso come una esigenza per difendersi contro la scalata della gente pacchiana. Si poteva rinunciare all'etichetta quando si aveva da fare con Giolitti, che non indossò mai camicie di seta: bisogna ritornare all'etichetta ora che l'on. Rossoni, antico sovversivo stupratore delle buone creanze nei pubblici comizi, cambia una camicia di seta al giorno. E' una curiosa gara. I nuovi arrivati si attaccano al cerimoniale con la buona fede di sovversivi vanesii, per cercarvi una conferma coreografica di fortune a loro stessi incredibili. Il sovrano, messo da parte, scavalcato, si attacca al cerimoniale con la sommessa ironia dei re in esilio, per cercarvi un terreno di superiorità raffinata, dove prendervi una signorile rivincita. Speriamo che, in questa nuova sua esperienza, Vittorio Emanuele si sia persuaso che un re non può andare attorno coll'apparecchio fotografico a soffietto aperto, applicato sul ventre.

    Guerra dunque, ma piccola guerra, e coperta. Coloro che aspettano dal re la liberazione dal fascismo, la riparazione delle ingiustizie, sono degli infanti politici. E' assolutamente ovvio che il re saluti nel suo discorso anche la Milizia Nazionale: ha trangugiato rospi più grossi, e poi, queste lesioni del diritto costituzionale o del sentimento giuridico non lo impressionano affatto. Egli fa la sua apposizione in altro modo: coi suoi gesti, colla sua presenza così poco dinamica, coi suoi atteggiamenti così poco gladiatorii. Non c'è, da parte sua, resistenza in difesa della Monarchia: ci son le beffe fatte di nascosto. Leggete la descrizione che fa Sobrero del re alla inaugurazione della legislatura: in quella assemblea di pacchiani ben lustrati, forti mangiatori di pastasciutta e tutti scricchiolanti nelle marsine nuove e nelle scarpe fiammanti come sposi di suburbio, là il re "si pone gli occhiali", "apre il libro", e "con voce nasale" legge.





    L'opposizione che fa il sovrano è talvolta involontaria, ma finissima. Voi lo vedete: basta che entri nell'aula, e legga. L'atto di inforcar gli occhiali é il contrasto più assoluto con tutto il "dinamismo" di questi ascoltatori così poco professorali. E una voce nasale! Quale più squisita distinzione in una assemblea di guêules robustissime, collaudate a cura dello Stato! Oggi, chi va attorno senza patacche e senza distintivi, offende il regime: così un re che parla con voce nasale fa dell'opposizione contro un regime fondato sulla gagliardia e sonorità delle corde vocali.

...e le trovate di Albertini

    Più di questo il re non farà. Solo il senatore Albertini, degno suddito del re Fotografo, ripone in lui le sue speranze, e può scrivere, martire del proprio omaggio civico, queste memorande parole: "Le violenze che si commettono a danno nostro e di tanti altri giornali che non plaudono al Governo trovano nell'impunità costante loro accordata incitamento e consenso. Le sopporteremo finché ci sarà possibile, come, senza narrarle, le abbiano sopportate sin qui. Quando non ne potremo più, ci rivolgeremo colla maggior voce della disperazione a quei poteri tutti dello Stato che hanno il sacrosanto dovere di difenderci e di far rispettare le libertà fondamentali che lo Statuto garantisce".

    L'appello del Corriere della Sera al re, - a questo re - perché gli difenda le copie e le macchine (e le teste!) sarebbe spettacolo tale, da compensarci di tutti i presenti dolori. E poter vedere la faccia del re, quando riceverà la supplica grottesca.

    Dice una regola matematica: Solo due grandezze omogenee si possono misurare fra loro. Applichiamo, signori. Solo esaminando la figura del re d'Italia, possiamo avvicinarci a comprendere il senatore Albertini.

    (E inversamente).

GIOVANNI ANSALDO