A proposito del dazio sul grano

Non ho detto male di Garibaldi

    Egregio signor Direttore della "Rivoluzione Liberale"


    Appena letto il titolo dell'articolo di Observer "Coletti protezionista" ho esclamato: troppo onore! e sono corso allo specchio. Lo specchio mi ha rassicurato. Non mi sono trovato protezionista, mi sono ritrovato come prima. Ho scorso subito le prime righe. Anche esse hanno servito a riconfortarmi: "Coletti non arriva a un'esplicita accettazione del balzello protettivo". Ma allora non sarebbe stato più logico, mettere dopo le due parole - funzionanti, nella mente di Observer, da cartello da gogna - non un punto fermo ma, per lo meno, un più umano punto interrogativo? Non si sarebbe dovuto anche rammentare la precisa dichiarazione con la quale chiudevo l'articolo incriminato, che io ero sempre stato ed ero di tendenze liberista?

    Mi appiglio, anzi, a questa dichiarazione per aprire meglio il mio pensiero. Ho adoperato la parola tendenze e non quella principii a ragion veduta. Essa si accorda più sinceramente col modo con cui mi pare debbano proporsi problemi di carattere pratico come questi di politica doganale. Uno, in sostanza, si deve chiedere: quale la soluzione più conveniente per la Nazione, date le circostanze concrete di oggetto, di luogo, di tempo? Nel caso delle dogane, qualche volta la risposta può essere favorevole al mantenimento o all'introduzione di un dazio. Chi lo potrebbe escludere a priori? Un dazio può essere un discreto mezzo di evitare una crisi, di attenuare la bruschezza di un passaggio, di lasciare il tempo a certe produzioni di consolidarsi, di permettere che esse attendano il ritorno di prezzi normali e via di seguito. Una risposta di questa specie mi é sembrata di poter abbozzare, alla buona e senza inamidature più o meno scientifiche, nell'articolo a cui Observer si riferisce. La tendenza liberista, la tendenza che riconosce che la soluzione liberista é più spesso la più conveniente, subirebbe un'eccezione. Non sarebbe la prima. Fatto il bilancio del bene e del male fra due soluzioni, l'economista, che uno sia un fanatico, sceglie quella del minor male, quale essa sia. Ecco tutto. Posso aver sbagliato nell'analisi concreta. Non ho sbagliato, credo, nell'impostazione.





    Sono per questo diventato di punto in bianco un protezionista, un tale che ammette a priori la regola della protezione? Non mi piace di adoperare parole grosse. Volto allo scherzo e chiedo, come si dice a Roma: "ma che famo li giochi?". Non sono protezionista né col punto fermo, né col punto interrogativo.

    Di scambietti, di giocherelli - certo involontari - di questo genere é tutto intessuto l'articolo che il signor O. mi tira addosso con tanta stizzerella. Egli mi usa, é vero, l'amabilità attenuatrice di certi riconoscimenti di acutezza e di coltura statistico-umanistica. Ma avrei preferito - si badi, io non so chi sia il censore - che mi avesse letto meglio, come crede di meritare uno scrittore che non improvvisa mai, e avesse così evitato di trovare nel mio articolo tante contraddizioni, omissioni, spropositi che proprio non mi pare ci siano. E' un pezzo, del resto, che io sono sopra una linea positiva di impostazioni e di metodo. Si legga, ad esempio, un mio vecchio articolo intitolato: Liberismo e legislazione di classe (Giornale degli Economisti, agosto 1902). Messo in evidenza il contrasto fra il liberismo, sopratutto intransigente, e la realtà della vita sociale, dicevo, finendo, che dinanzi a tale realtà certi liberisti intransigenti non si sarebbero peritati di esclamare: la nostra dottrina é giustissima, sbagliata é la società.

    L'argomento principe di Observer é un conticino, graziosino e semplicino come un O di Giotto. Ma di che si lagnano - si dice in sostanza - gli agricoltori e i loro porta-voce? Non é vero che col ribasso del prezzo del grano ci sia pure il ribasso del valore lordo della produzione granaria. Moltiplicate il raccolto del 1923 per il prezzo di vendita ed avrete una somma perfino superiore a quella che otterrete eseguendo analogo computo col raccolto e relativo prezzo del 1922.

    Ma questo conto - argomento non può essere diretto contro di me. Io sono partito da questo presupposto, che "il ribasso del grano non sia annuale o di lievissima durata, ma sia di tale prevedibile durevolezza da portare ad un nuovo equilibrio nei fatti economici". E' chiaro, dunque, che io mi riferisco ad un periodo futuro e che temo gli effetti sull'agricoltura di questo periodo futuro. Se per conseguenza si vuole fare il conto di O., bisognerà riferirsi non al 1923, in cui si é avuto un raccolto di grano eccezionalissimo, ma al periodo che io prospetto. E in questo periodo si avrà il prezzo ribassato (che è nell'ipotesi) e si avrà un raccolto medio, che sarà senza dubbio molto inferiore a quello del 1923.





    Dalla moltiplicazione dei due termini non potrà non venir fuori un valore di prodotto lordo eomplessivo inferiore a quello del periodo precedente, giacché é appurato presupposto che in questo periodo precedente (anche ad eventuale parità di totale raccolto) il prezzo sia più alto.

    Ma quello che spingerà ad agire gli agricoltori - ho scritto - sarà il ribasso del reddito netto, ribasso che O. non trova punto dimostrato. E non trova dimostrato perché si riporta proprio ai suoi due anni 1922 e 1923 pei quali ha fatto il conticino e pei quali ammette elementi di superficie, di costi, di prezzi e di prodotto che implicano la conseguenza della non diminuzione del reddito netto nel 1923. Io invece mi riferisco al periodo futuro, presupposto a prezzo grano ribassato. Abbassandosi il valore del prodotto lordo, é evidente che si abbasserebbe il reddito netto dei granicultori. Da qui l'addentellato col dazio. I granicultori reagiranno contro il ribasso del reddito netto, che é quello che li tocca nell'istinto di tornaconto. E reagiranno in varia maniera, a seconda delle zone, dell'ambiente, della loro posizione di proprietari coltivatori, di proprietari semplici, di affittuari, ecc. Ora, siccome alcune di queste reazioni mi sembrano dannose all'economia agraria e all'economia generale, così é venuta l'idea di un dazio che rendesse meno viva e meno dannosa la reazione dei coltivatori.

    Sarei ridicolo se dicessi che l'idea é mia. Essa era nell'aria e nelle coscienze. Si é manifestata nel referendum Luzzatti. Si é concretata in un ordine del giorno votato all'unanimità (26 ottobre 1923) dalla Commissione di studi tecnici ed economici della Federazione Italiana dei Consorzi Agrari. Nel quale ordine del giorno, nel n. 5, si fa voti "perché ogni misura sia presa a fine di evitare al nostro organismo agrario, in generale ancora bisognoso di progresso teorico e quindi dell'investimento di forti capitali, il danno di una crisi; anche, ove occorra, col ripristino dei dazi doganali ora sospesi". Quest'ordine del giorno, proposto dall'ing. Morandi e dal dott. Orsenigo, fu votato anche da un egregio e rigido liberista, il prof. V. Porri, che era stato prescelto qualche mese prima a relatore del tema sulla tariffa doganale 1 luglio 1921 e gli interessi dell'Agricoltura. E che era il mio povero articolo, diretto agli agricoltori, in ambiente agrario? La illustrazione un po' analitica di quel certo comma dell'ordine del giorno accettato da tutti, tecnici ed economisti. Aggiungo, infine, che io nell'articolo, che era già tanto lungo, non ho detto quello che avrei potuto aggiungere in seguito, quando le cose avessero accennato a concretarsi, che, cioè, era da richiamare alla memoria una vecchia proposta del compianto prof. Ghino Valenti, seconda la quale il dazio doganale sul grano mirava a dare tempo agli agricoltori di adattarsi ai nuovi prezzi e avrebbe dovuto essere perciò gradualmente decrescente.





    Dovrei ora passare a ribattere tutte le altre accuse di contraddizioni, di errori, di equivoci ecc. di cui sono gratificato? Ecco, prenderò una mezza misura. Il lettore cortese tenga presente le accuse dell'articolo di O. e colga a volo la fuggevole mia replica sopra tre di tali accuse.

    1. Io, essendo uno studioso modesto, sí, ma piuttosto positivista, inseguo gli effetti del ribasso prezzo grano per una serie concreta di zone territoriali e di casi. O. mi trova, per due volte, contradditorio. Egli confonde e mescola fra loro le diverse suddistinzioni e le relative conclusioni.

    2. Ho scritto che le trasformazioni ecc. sono talora più facili nel campo industriale (entro date categorie) che nell'industria agraria. Io faccio una questione di più o di meno, non una questione assoluta, nel senso che nel campo industriale sia permesso ciò che non é nell'agricoltura. O. mi lancia addosso una nutrita tiritera di esempi come se io avessi osato sostenere questo secondo assunto. Fra i fatti o casi che mi si oppongono stralcio questo, che il lettore di questo giornale é bene si rilegga: "come ricavare argilla o minerali dove il terreno od il sottosuolo non é adatto?". Con simili argomentazioni chi non darà ragione al critico? E su questo tono si può proseguire ricorrendo anche a certi motti popolari di spiccato sapore agricolo.

    3. È vero, mi sono espresso troppo in fretta - e la fretta la avevo dichiarata - a proposito dei cambi. Ma anche O. ammette effetti indiretti delle maggiori importazioni sulla misura dei cambi. Ora, io miro alle risultanti complessive, ché ho uno scopo pratico. E nelle risultanze complessive gli effetti diretti si fondono con gli indiretti.

    Da ultimo O. si esalta in una congerie di critiche e di punti interrogavi per avere io ripetuto che gli agricoltori non hanno tanta forza politica per ottenere, invece di un modesto e transitorio dazio doganale, la riduzione dei dazi industriali che tanto li colpiscono. Io non ho mai parlato di un dazio sul grano per il 1923 e quindi O. può lasciare alla Bibbia lo stantio piatto di lenticchie. Io non ho neppure parlato di opportunistici compromessi cogli industriali. Del resto, ad un controbilanciamento oggettivo di dazi - dato che se ne volesse parlare - certe brutte opportunità pratiche hanno portato più volte. Si rammenti il caso di quell'illustre e convinto liberista che é l'on. De Viti De Marco, il quale fu così aspramente accusato di contraddizione quando ammise un dazio sul vino da rendere meno squilibrate le condizioni del Mezzogiorno in confronto del Settentrione. Io poi, che non ammetto pattuizioni furbesche, non capisco perché gli agricoltori non potranno seguitare a combattere tanti dazi industriali che un ragionamento economico positivo, condotto sull'impostazione paretiana che ho accennato in principio, porta alla condanna. Io non faccio questione di principi di massima, quasi scopo a sé stessi, ma questioni concrete e contingenti.





    E finiamo una buona volta! L'O, a cui preme tanto la salute dell'anima mia, si rassicuri. Io sono troppo profondamente individualista per diventare quello che egli mi qualifica con un titolo che é come una martellata: un protezionista. No, non ho detto neppure questa volta male di Garibaldi e non ne dirò male, se Iddio non mi abbandona, neppure in seguito.

    Cordiali saluti.

    Milano, 25 marzo 1924.

FRANCESCO COLETTI.

    Il nostro Observer non faceva questione di liberismo o protezionismo astratto di fronte all'articolo del prof. Coletti. Anzi, tutto il suo ragionamento era squisitamente realistico e le obbiezioni del Coletti lo lasciano in piedi.

    I liberisti devono vedere in qualunque proposta di dazi doganali sul grano un danno per l'agricoltura: 1) perché i dazi industriali che si aumenteranno per ritorsione o per compenso - la ritorsione e il compenso sono sempre state le norme della politica doganale italiana - impediranno la diminuzione delle spese di produzione; 2) perché solo il nostro liberismo ci varrà ad ottenere dai paesi esteri l'abolizione dei dazi sulle derrate che vi potremmo esportare.

    Observer poi negava appunto che nell'attuale ribasso del prezzo del grano si verificasse il noto caso Pantaleoniano della crisi da evitare che giustifica l'applicazione temporanea di un dazio. Lo stesso Coletti suppone duraturo il periodo con prezzi bassi, e ciò urta contro l'ipotesi che contempla solo un periodo breve di eccezionale ribasso. Chi chiede il dazio per evitare la crisi deve saperci precisare il periodo di durata: altrimenti avremo sempre ragione di accusarlo di protezionismo, anche se si tratti di un maestro e di uno scrittore come Francesco Coletti.

p. g.