LA POLITICA SCOLASTICA
DEL FASCISMO

La scuola elementare

    Quando l'attuale Presidente del Consiglio scelse a ministro della P. I. Giovanni Gentile parve che il capo del partito giunto al governo chiedesse al suo nuovo e inopinato collaboratore unicamente l'introduzione dell'insegnamento religioso nella scuola elementare: tutti ricordano la frase famosa: "io sono un cattolico... per questo ho voluto all'istruzione un uomo come Giovanni Gentile". Ma da un uomo appunto come Giovano Gentile per la scuola elementare italiana altri attendeva ben altro. E per un poco questa attesa parve che, nonostante tutto, non dovesse andare delusa: nel Consiglio dei Ministri del 29 Dicembre 1923 veniva deliberato l'ordinamento regionale dei provveditorati con esplicita dichiarazione che quello era "il primo riconoscimento della regione" e che "per merito di esso il Ministero sarebbe stato libero di attuare un largo decentramento dei servizi... specialmente per quanto si riferiva all'istruzione elementare"; nell'intervista concessa nel gennaio '24 all'on. Bevione il ministro della P. I. mostrava chiaramente di volersi sovrattutto occupare del problema delle "nuove scuole elementari" per cui dichiarava di voler "utilizzare la cooperazione di organismi parastatali come l'Opera Nazionale contro l'analfabetismo e l'Associazione per gl'interessi del Mezzogiorno": intanto era stato chiamato alla Direzione Generale il prof. Giuseppe Lombardo-Radice. Parole e atti questi in cui era contenuto, per chi sapeva intendere, tutto un programma.

    Ma il guaio si era che questo programma poteva esser liberale, poteva esser popolare, poteva esser idealista, poteva esser tutto tranne che un programma fascista: il fascismo per la scuola in genere, per la elementare in particolare, aveva delle idee, poche se vogliamo, ma in compenso molto chiare e su queste idee la predominante, l'idea fissa, era questa: Scuola di Stato. Si rendeva quindi inevitabile, nel seno del fascismo e del suo gruppo di competenza per l'educazione e del consiglio stesso dei ministri, un conflitto fra i sostenitori delle idee del Gentile ed i fascisti statolatri, fautori della scuola "altissima e delicatissima funzione di stato", "istituto di educazione politio-nazionale" e feroci nemici dei "particolarismi diretti a scopi immediatamente locali". Il conflitto scoppiò di fatto e fu lungo ed aspro: l'episodio più clamoroso ne fu l'espulsione dal "Gruppo Nazionale di competenza per l'istruzione del Partito N. F." di Dante Dini, factotum della Corporazione fascista della scuola - Sezione Magistrale - e caldo difensore delle idee surriferite.





    Da quella espulsione si poté, nel tempo in cui avvenne, argomentare che la vittoria in quella battaglia fosse in definitiva rimasta ai gentiliani. Ora però che di tutta l'opera svolta dal ministero fascista nei riguardi della scuola elementare noi possiamo avere la visione "panoramica" (adesso si dice così), é lecito almeno dubitare che questa decantata vittoria sia stata davvero così completa ed universale: anzi noi abbiam l'impressione che, alla resa dei conti, anche qui, quello che ha avuto partita vinta non sia stato il ben noto programma " liberale" dei fautori di Giovanni Gentile, ma invece quello "socialista" degli antichi socialdemocratici inventori del nazional-fascismo.

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    La legge Credaro del 4 giugno 1911 aveva, come tutti sanno, attraverso la costituzione dei Consigli provinciali scolastici attuato effettivamente il trapasso della scuola elementare dal comune allo stato, ed aveva già difatto trasformato il maestro elementare da dipendente comunale in funzionario governativo. Però nel Consiglio Provinciale Scolastico, ordinato secondo la legge Credaro, gli interessi scolastici locali erano ancora rappresentati e tutelati da quelli dei Consiglieri che ripetevano la loro origine dai voti dei Consigli Provinciali e dei Consigli Comunali. E' vero che codesta rappresentanza in fondo era cosa formale e che codesta tutela era in definitiva meramente fittizia; é vero che già con la legge Credaro la padrona assoluta della scuola elementare italiana era la burocrazia provinciale impersonata nel Provveditore, anzi in qualche menatorrone, (per lo più un massoncello) di quegli Uffici Provinciali; tutto questo é verissimo, ma é anche vero che il principio del diritto d'intervento degli Enti locali nelle cose della scuola elementare era salvo, e che, dove esistevano uomini capaci e adatti, questo diritto poteva anche, sia pure attraverso difficoltà assai gravi, venire utilmente esercitato.

    Con la serie di decreti e di ordinanze, che rappresentano l'opera del Ministero fascista nei riguardi della scuola elementare italiana, anche questi ultimi avanzi d'autonomia locale sono stati spietatamente aboliti: conferita, o restituita, al Consiglio Superiore della P. I., tutto nominato dal Re su proposta del Ministro, la competenza per le cose della scuola elementare; aboliti i bilanci delle antiche amministrazioni provinciali fino a che siano stati ricostituiti i bilanci delle nuove amministrazioni regionali, onde "la scuola elementare e popolare, per la parte che fu dovuta all'amministrazione dei Consigli scolastici con una vera e propria amministrazione statale: il Consiglio scolastico e il Consiglio di disciplina istituiti "per gli affari dell'istruzione elementare" presso i Provveditorati regionali, composti di membri nominati tutti per decreto ministeriale: i comuni autonomi, in odio alla loro superstite autonomia, sempre più raffinatamente vessati, fino al punto, per esempio: di obbligare quei comuni i quali vogliano disciplinare la carriera dei maestri in modo diverso da quello stabilito dal R. D. 7 ottobre '23 ad assegnare ai maestri stessi "stipendi e aumenti superiori di almeno un decimo a quelli legali"; e ai comuni la cui scuola é retta, attraverso i Provveditorati regionali, direttamente da Roma, insieme con la soddisfazione di pagare i loro contributi debitamente arrotondati, é stata lasciata la facoltà, di vigilare sulla scuola "limitatamente alla presenza degli scolari... al loro buon contegno fuori della scuola e... all'assiduità dei maestri".





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    Ma il colpo più grave che alle autonomie scolastiche locali hanno arrecato i "regionalisti" collaboratori degli statolatri del nazionalfascismo é stato quello della soppressione della scuola slovena e tedesca nei territori alloglotti, avvenuta con gli articoli 4 e 17 del R. D. 1 ottobre '23: la quale deliberazione se avrà riempito di gioia quel maestro di Gorizia dal nome parecchio meridionale che al congresso di Milano della Corporazione fascista della scuola si sgolava ad invocare una "soluzione fatta nell'interesse nazionale" della questione della scuola slovena, viceversa non so con che animo abbia potuto essere ingoiata dai fautori della "cultura regionale" e dagli incoraggiatori di "esperimenti di differenziazione", che stanno realizzando i loro antichi programmi liberali a fianco degli odierni "demolitori di campanili".

    Ai quali realizzatori io dedico la narrazione di un episodio di cui io stesso fui l'anno scorso testimonio oculare. Un villaggio sloveno a ridosso d'un monte dal tremendo nome sloveno, che serbato tal quale ricorda a noi uno dei più puri eroi della nostra ultima guerra, travestito all'italiana, come voglion le scimmie del nazionalismo finisce che non dice più niente a nessuno. In questo villaggio una scuola slovena. Nella scuola slovena, recente e amatissima intrusa, una scoletta italiana. In una classe della scoletta italiana una maestra italiana. Nella classe una bibliotechina circolante, creata fra mille difficoltà dall'anzidetta maestra. E' la giornata che, finite le lezioni, si distribuiscono i libri. Si presenta a restituire libri e a cercarne altri un maschiotto biondo lentigginoso, dall'incerta parlata italo-furlana: "uno sloveno" mi dice sottovoce la maestra. Perché vuoi libri? Per leggerli. Li capisci? Si. Li leggi tu solo? No, li leggo forte la sera ai fratelli e alla mamma. Vuoi questo con le figure? Si. Addio. Addio. La maestra spiega che quello é uno dei più assidui, ma che non é il solo: e ne verrebbero di più se non fosse... e qui abbassa la voce e dice... quello che i lettori s'immaginano.

    La diffusione della cultura italiana e l'assorbimento della razza allogena - signori realizzatori - si fa così, con i metodi del resto di cui voi siete stati i maestri: con gli articoli 4 e 17 non si diffonde altro che dell'odio, e non si realizza atro che la rovina della scuola.





    E ai nazionalfascisti, che ad ogni proposito si riempiono la bocca del nome di Roma, dedichiamo questo periodetto d'un libro postumo d'uno studioso che, poco prima di morire, aveva dato un pò nel nazionalismo anche lui: I Romani non pensarono mai a perseguitare la lingua dei popoli soggetti... ma per l'autorità onde era circondato il loro nome parve a quei popoli un singolare privilegio la concessione di usure il latino negli atti pubblici. (P. Savi-Lopez - Le origini neolatine).

    Recentemente i giornali diffondevano un comunicato, evidentemente ufficioso, secondo il quale il Ministro della P. I., a sedare il malcontento vivissimo che le disposizioni del citato decreto avevan provocato in Val d'Aosta nell'Alto Adige e nella Venezia Giulia, preparava dei provvedimenti integrativi che "conciliassero le giuste richieste delle popolazioni interessate coi supremi interessi nazionali di diffusione della lingua italiana". Resispiscenza di legislatori? o pressioni d'elementi locali, giunti direttamente a Mussolini? o richiamo alle precise disposizioni di trattati internazionali firmati anche dall'Italia? o il solito ballo di S. Vito della nostra politica internazionale, la carezza dopo la strizzatina, le visite e gli abbracciamenti dopo la mobilitazione segreta delle camicie nere? Noi attendiamo i provvedimenti integrativi: intanto quei due articoli restano là, a documento, non facilmente cancellabile, della capacità a... realizzare degli esaltatori delle autonomie e delle libertà scolastiche.

    Chiudendo la parentesi e tornando alla questione del... decentramento e della... sburocratizzazione della scuola elementare italiana, diremo, che in questa completa e irreparabile avocazione allo stato della scuola elementare italiana, i maestri elementari italiani sono - finalmente! - divenuti anch'essi dei perfetti funzionari governativi; inquadrati nel nuovissimo ordinamento gerarchico; assegnati i più anziani al grado 11, i più giovani al 12; trasferibili di comune in comune, di "sede" in "sede", non più entro l'ambito della provincia, ma entro quello della regione, anzi, fino ad un quinto dei posti vacanti, addirittura entro l'ambito del Regno, da regione a regione, come veri "rappresentanti", e "alleati" dello Stato, cioè, nella squallida realtà governativa italiana, come veri travets della oramai innumerabile burocrazia scolastica.

    Anche per la scuola elementare si é quindi puntualmente avverato quello che noi avevamo purtroppo facilmente presagito: la realtà fascista più forte di tutti gli idealismi, non ha fatto altre che recare al suo ultimo compimento quel processo di accentramento, di "statizzazione,", di "burocratizzazione", che i governi anteriori alla guerra, e particolarmente quelli succedutisi in Italia fra il '902 ed il '914, avevano iniziato e recato a così buon punto: il ministro Gentile, fascista e idealista, ha compiuto l'opera del ministro Credaro, democratico e positivista: il direttore generale Lombardo-Radice ha tirato le somme dei dati proposti dal direttore generale Corradini; la storia, particolarmente la storia recentissima e contemporanea, ha di queste ironie.





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    Quando si parla di statizzazione completa della scuola elementare e di trasformazione definitiva del maestro in impiegato si parla naturalmente della scuola elementare italiana quale si era venuta costituendo in Italia dal 1861 al 1911, e quale l'aveva trovata e consolidata la legge Credaro. Ma chiunque ha una certa pratica di questi problemi sa che la questione di questa scuola é solamente un punto del complesso problema della scuola popolare italiana e, forse, neanche il punto più importante; ché anzi si potrebbe dire che il vero problema italiano della scuola elementare non sia quello di provvedere ai bisogni della scuola che già esiste, ma sia piuttosto quello di creare la scuola elementare che ancora non esiste. Siamo nel cuore della questione del nostro analfabetismo, la quale questione ormai si é rivelata essenzialmente come una questione di "creazione e di moltiplicazione di scuole". Finché i ministri della P. Istruzione e quelli delle Finanze rivolgono la loro attenzione sulla scuola che già esiste la lotta contro l'analfabetismo non fa progressi: questa lotta comincia a recar suoi frutti quando si pensa a dare nuove scuole, nuovi maestri, non alle popolazioni che una scuola purchessia o bene o male ce l'hanno da mezzo secolo almeno, ma a quelle popolazioni che una scuola elementare non hanno mai avuta né buona né cattiva, e che di questa scuola - ora - sentono sempre più distintamente e urgentemente il bisogno.

    Finora il tentativo più serio e intelligente che fosse stato fatto in Italia per avviare a soluzione il problema della scuola elementare "che non esiste" era quello della cosidetta Opera contro l'analfabetismo. Il D. L. 28 agosto 1921 che creava quest'Opera, decreto preparato sotto il ministro Croce e pubblicato sotto il ministro Corbino, era informato ai seguenti principi: lo Stato, riconosciuta la propria incapacità a fornire di una scuola popolare le popolazioni delle regioni che hanno una più alta percentuale di analfabeti, si rivolge ad alcune Associazioni private che hanno già fatto buona prova nel campo della cultura popolare (Associazione pel Mezzogiorno, Umanitaria, Scuole dell'Agro Romano, ecc.), e le delega all'azione contro l'analfabetismo: a quest'uopo lo Stato segna agli Enti delegati il compito (creare scuole diurne, serali, festive dove queste scuole mancano), assegna a questi Enti qualche fondo (L. 5.700.000 per il '21-'22), e lascia loro la più ampia libertà e autonomia; quattro rappresentanti degli Enti Governativi, quattro rappresentanti della Associazioni delegate amministrano l'Opera e riferiscono annualmente al Ministero. E basta.





    Messasi al lavoro l'Opera aveva fatto miracoli: solamente nell'anno 1921-22, l'Associazione pel Mezzogiorno, delegata dell'Opera per la lotta contro l'analfabetismo in Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna aveva creato, all'ombra di quel memorabile decreto, 1164 scuole fra diurne, serali, festive ed estive; a queste scuole si erano inscritti 54.000 alunni, di questi ne erano stati esaminati 28.500, promossi 22.100. Questo, ripeto, per la sola zona affidata all'Associazione per il Mezzogiorno, senza tener conto dell'opera compiuta dalle altre Associazioni delegate per altre zone d'Italia.

    Nella più volte citata intervista con l'on. Bevione, il Ministro della P. I. del Gabinetto Mussolini aveva dichiarato che per la creazione di nuove scuole egli intendeva fare qualcosa di più de' suoi predecessori e, fra l'altro, voleva "utilizzare la cooperazione di organismi parastatali come l'Opera Nazionale contro l'analfabetismo". Il 31 ottobre 1923, a proposito della "classificazione delle scuole elementari e trasformazione delle scuole stesse", veniva emanato il R. Decreto n. 2410, il quale conteneva il seguente articolo (32 della serie): "Sono abrogate tutte le disposizioni presentemente in vigore per l'Opera contro l'analfabetismo". Il decreto stesso che aboliva l'Opera contro l'analfabetismo, annullando il sullodato decreto Corbino, provvedeva contemporaneamente a caricar di nuovo lavoro le Associazioni Culturali delegate, gettando loro sulle braccia tutte le cosidette "scuole provvisorie", cioè le scuole che esistono o che si istituiscono nelle borgate dove il numero degli obbligati alla frequenza é inferiore ai 40.

    Per coordinare il lavoro, cresciuto così improvvisamente e fuor di misura, delle Associazioni Culturali Delegate, all'Opera contro l'analfabetismo, ente giuridico autonomo e persestante, il decreto 31 ottobre 1923 sostituisce un Comitato contro l'analfabetismo, costituito di cinque rappresentanti degli Enti delegati, all'uopo "chiamati dal Ministero della Pubblica Istruzione": il quale Comitato ha sede presso il Ministero della Pubblica Istruzione ed é presieduto da uno dei rappresentanti anzidetti scelto dal Ministro della P. Istruzione.

    L'Opera contro l'analfabetismo creata dal decreto Corbino, in cui era detto espressamente che "le Associazioni Delegate... mantenevano la loro attuale autonomia", istituendo per gli analfabeti del mezzodì migliaia di scuole in regime di libertà di autonomia e di regionalismo, aveva dato un troppo incomodo e pericoloso esempio della forza e della efficacia di certe idee: quell'Opera, chissà?, poteva, cadendo nelle mani di qualche fanatico, diventare magari un organo di propaganda antinazionale: urgeva togliere quello scandalo e quel pericolo: urgeva abolire quell'Opera; e l'Opera fu di fatto abolita nel modo che si é visto.

    Restano le Associazioni Delegate: Enti pericolosi anche questi. Per intanto si controllano con l'istituzione del famoso Comitato fatto di membri chiamati, presieduti, ecc.; in un "secondo tempo" (adesso si dice così) si provvederà anche meglio ad assicurare a tutte e singole le benemerite associazioni quella tale "libertà che é anche responsabilità": Humanitaria docet.





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    Onestamente non posso chiudere queste note senza aver messo in rilievo un provvedimento del Ministero fascista della pubblica istruzione, molto discusso, ma a cui io debbo tributare una lode quasi incondizionata.

    Si tratta di questo: a sensi degli articoli 1, 2, 23, 24 del R. D. 31 ottobre 1923 le scuole cosidette di "scarso rendimento", cioè quelle che hanno un numero di frequentanti inferiore a un certo minimum, possono essere, nel triennio, trasformate in scuole "sussidiate" - Che cosa sono queste scuole sussidiate? - Sono scuole "aperte da privati... con l'autorizzazione del Provveditore e mantenute parzialmente con il sussidio dello Stato". - E dove possono sorgere? - Presso le parrocchie, presso le fattorie, e gli altri stabilimenti agricoli, presso gli impianti e le opere industriali e le stazioni ferroviarie lontane dall'abitato, nei luoghi di maggior raduno dei pastori e dovunque per un congruo periodo di tempo si possono raccogliere fanciulli obbligati in numero inferiori a quindici". - E chi può insegnare in queste scuole e aspirare al sussidio? - Anche il "maestro non fornito del titolo di abilitazione" - E se non si trova nessun parroco, nessuna cattedra di agricoltura, nessun industriale, ecc., che si prenda l'incarico, di far sorgere la scuola? - Allora niente: se c'è una scuoletta scarsamente frequentata questa sarà soppressa, se non c'è, i pastori, i contadini, ecc. ne rimarranno senza come han fatto finora.

    Massoni, democratici, unitari, amici della suola inorridiscono davanti a questa minacciata (e qua e là già eseguita) ecatombe di umili scolette elementari, e parlano, scandalizzati, di oscurantismo, di regresso e di medioevo; i maestri della Unione protestano contro il vituperio della dignità riconosciuta anche al maestro "non fornito del titolo". Noi diciamo agli uni ed agli altri: "dirigenti di organizzazioni professionali, venerabili di loggie massoniche, leaders di partiti democratici, capi di organizzazioni operaie, voi tutti che siete animati da così fiero e veemente amore per la scuola del popolo, adesso é venuto il momento di mostrar meglio che a parole l'affetto che voi portate al popolo e l'interesse che voi ponete alla sua scuola. Voi inorridite al pensiero che in provincia di Alessandria siano state soppresse a tutt'oggi 16 scuole elementari, e 18 in quella di Cuneo, e 25 in quella di Novara e duecentodieci in quella di Torino, e altrettante, se non più, in tutte le provincie d'Italia? Ebbene sta in voi riparare a tanta iattura: fatevi avanti, mettetevi in relazione coi Provveditori, assumete voi la gestione di queste scuole. Createne delle altre, occupate utilmente il molto tempo che le vacanze politiche vi lasciano e vi lasceranno per un pezzo".

    "Siete, mi pare, tutti quanti, più o meno, degli antifascisti collaborazionisti: é vero o no? Ebbene, qui c'è il fatto vostro: come collaborazionisti avete bel garbo a offrir l'opera vostra disinteressata al ministero che attende a ricostruire l'Italia: e vi assicuriamo che il vostro aiuto, per questo, non sarà respinto, anzi sarà, a riapertura della concessione di ciondoli, graziosamente remunerato; come antifascisti troverete di meglio ancora: potrete sottrarre alla monarchia scolastica fascista una qualche provincia, potrete crearvi in codeste scuolette tanti piccoli seminari di vostri futuri seguaci e zelatori, potrete trasformare codeste scolette in cellule della nostra futura società democratico. Avanti signori, all'opera!".

    Un bel fervorino, questo, che come tanti altri nostri fervorini del genere, non avrà altro effetto che quello di far dire che gli scrittori di R. L. se ci si mettono, qualche volta riescono anche ad essere divertenti; i democratici collaborazionisti antifascisti hanno altro pel capo; essi si accontentano di biasciare gli anatemi; ad assumere la gestione delle scolette sussidiate ci penseranno i parroci.

    Il che sarà, dopo tutto, il manco male.

AUGUSTO MONTI.