L'EROE NAZIONALE FRANCESE

    Quale è "l'eroe", "l'uomo rappresentativo" nazionale - per dirla con vocabolo Carlyliano o Emersoniano - della Francia? È ormai un luogo comune ritenere tale, per l'Italia, Dante; per la Germania, Goethe; per l'Inghilterra Shakespeare. Ma quale è l'eroe francese? Non c'è, come dato pacifico, tradizionale. La mitica Giovanna d'Arco non sembra faccia al caso; Napoleone è francese fino ad'un certo punto, ed è un "mostro", è un eroe ben troppo romantico e romanzesco. Secondo Luigi Bertrand, fecondo scrittore noto specialmente per una viva biografia di Sant'Agostino, questo sommo tra i Francesi non é, come per quelle altre nazioni, un poeta: è uno spirito mondano e pratico: è Luigi XIV, il Re Sole.

    Non so se l'idea sia assolutamente nuova; anzi probabilmente non sarà, e gli eruditi potranno agevolmente pescare, passando in rassegna gli innumerevoli giudizi che del Re Sole sono stati dati, qualche precursore del Bertrand. Ma di questo è certo originale lo sforzo colossale di affermare, di imporre questa esaltazione esemplare di Luigi XIV come il più grande non solo, ma il più completo campione della civiltà francese (e anche della civiltà per eccellenza, ça va sans dire!).

    Autorevoli critici hanno detto che questa biografia del gran Luigi (Louis XIV, Paris, Fayard, 1923, pp. 414) é opera apologetica, di fantasia, panegirico senza serio fondamento storico. E sarà benissimo; o non sarà: non importa proprio nulla. La leggenda ha un interesse diverso, e in certo qual modo superiore a quello della storia. La classificazione tradizionale di un personaggio storico quale tipo rappresentativo per eccellenza è opera di costruzione leggendaria, nella quale la fantasia, e la simpatia - elementi poetici e non scientifici del giudizio storico - hanno funzione essenziale. L'interessante è che un popolo, un secolo, un ambiente culturale collochi questa figura idealizzata sull'altare della religione del più puro orgoglio nazionale.





    Perciò questa del Bertrand è una idea geniale. Dà corpo a infinite affermazioni della Francia moderna, anzi contemporanea, nella sua reazione al romanticismo e agli impressionismi che ne sono stati l'ultimo svolgimento esasperato. Il genio francese, fatto di equilibrio, di misura, costruttivo classico-moderno: non è questo il lietmotiv di tutto il più moderato nazionalismo che hanno in corpo tutti i Francesi, anche tutt'altro che nazionalisti nella classificazione dei partiti politici, e che si rivela al primo urto, appena grattate un poco anche uomini indifferenti, o di sinistra, socialisti, sovversivi, persino sedicenti anarchici? Luigi XIV, sotto il cui sguardo sorgono le forme più splendide dell'arte francese, di quell'arte decorativa particolarmente congeniale allo spirito francese: costume, mobilio di stile, architettura civile, giardini: scenarii della vita di società, somma manifestazione, fondamento e coronamento ad un tempo dello spirito nazionale?

    La cultura, l'arte è per Luigi XIV il più mirabile e durevole intrumentumn regni - mezzo di propaganda - si dice oggi. Intorno a Luigi XIV, non a caso intorno al suo spirito di re-sole (afferma il Bertrand) che diffonde luce prima di riceverne, questa vita nazionale ha la sua stagione solare. Il capolavoro, il tempio laico di questa divina ricchezza e equilibrio è la reggia di Versailles tutto sfondo incomparabile dei suoi giardini. Una volta di più, un "insieme": una armonia di elementi diversi, non accostati, ma fusi. "La Francia, nel miglior significato della parola... così scrive il Bertrand - è sempre il salotto ch'egli ha valuto essa fosse, e del quale ha stabilito il modello nella sua Versailles". E' il Re del beau langage, della politesse de l'esprt, del grand air, del prestige... Che cosa volete di più francese? Il Bertrand ha ragione, mille volte ragione.





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    Una conferma a rovescio, in contradditorio, e perciò tanto più significativa, di tale giudizio, si è data da un acuto ingegno francese: non ortodosso, e, appunto perché troppo spregiudicato, non in odore di santità, ma intorno al quale, una quarantina d'anni dopo la sua morte, si nota in Francia nuovo fervore di studio e di simpatia: il conte di Gobineau. Mente enciclopedica di letterato e conoscitore d'Europa e dell'Oriente asiatico, dove la sua carriera di diplomatico lo portò, il conte di Gobineau non è soltanto l'autore di quel "Saggio sull'ineguaglianze delle razze umane" (apologia della razza ariana in forma di costruzione storico-biologica piena di fantasia romanzesca e drammatica) al quale, attraverso l'impoverimento di volgarizzatori che facevano di lui semplicemente ed assai falsamente un pangermanista (con quale effetto in Francia, è facile figurarsi!) è sopratutto dovuta la sua fama, di un'opera ancor oggi ritenute fondamentale su "Le religioni e le filosofie nell'Asia Centrale" (1865, ristamp. 1923) e di quelle bellissime scene "Il Rinascimento" che sono un rappresentazione shakespeariana dell'Italia in tale opera. Il Gobineau soggiornò a lungo in Italia, e morì - nel 1882 - a Torino. Fra i molti altri suoi scritti editi ed inediti (1) vi sono certi frammenti nei quali egli, all'indomani della disfatta di Sedan, si applicava a ricercare con fredda chiarezza le cause profonde di "ciò che è accaduto alla Francia nel l870". Senza fermarsi alla superficie episodica degli avvenimenti, egli scendeva diritto ad illuminare, nell'intimo della psicologia e del carattere nazionale, un aspetto essenziale per la comprensione della storia recente della Francia.

    Ecco i passi più importanti di quelle dense pagine, che abbrevio appena qua e là.





    "È forse straordinario e assai degno di nota - scriveva il Gobineau - che non sia mai stato messo in rilievo un fatto d'ordine morale, che non è nato, certamente, con la Rivoluzione, ma che non l'ha preceduta se non di una trentina d'anni. Questo fatto, che ha un peso capitale nelle catastrofi cui l'anno 1870 ha fatto assistere i Francesi, è: la vanità nazionale". Questo sentimento, quale esiste attualmente, non appare affatto nel Medio Evo. L'amor di patria è allora un sentimento di tenerezza filiale, ma non accompagnato da alcun disprezzo per le terre straniere e le nazioni cristiane. I Francesi viaggiano volentieri, in quell'età, e ricercano la narrazione dei viaggiatori, che non sono mai denigratorie. Nel Cinquecento, gli Italiani sono in Francia straordinariamente alla moda; nel Seicento, questa simpatia si estende agli Spagnoli: i Francesi li hanno molto combattuti, e tanto più ne hanno stima.

    "Ancor più significativo, perché d'uso generale, è il fatto che il complemento di una buona educazione, anche nella borghesia colta, si trova allora nella necessità dei viaggi. Non ci si chiude affatto né a Parigi né in Francia: bisogna esser stati almeno in Italia, e molto più numerosi di quanto si immaginerebbe oggi sono coloro che visitano la Germania, Costantinopoli, gli scali del Levante, senz'altro scopo che di vedere e di cercare esperienza ed istruzione. I Francesi si incontrano allora in tutta Europa, si potrebbe anzi dire in tutto il mondo... Così non si presentava affatto, in quel tempo, quel disgusto, quell'orrore, così evidente presso i Francesi dal principio del secolo (XIX) in poi, per l'espatrio. I Francesi sapevano uscire di casa loro, rientrarvi o non fare ritorno, a seconda delle circostanze nelle quali si trovava ciascun viaggiatore; il risultato di questa facoltà, ora perduta, era indubbiamente che essi si mantenevano in comunicazione costante e stretta con gli altri popoli, imparavano a conoscerli e farsi conoscere da essi...





    "Questa situazione continuò a modificarsi sotto Luigi XIV, e fu uno degli effetti principali della personalità stessa del gran re. Questi, pieno della sua gloria, non volendo che la sua gloria, non sognando che la sua gloria, imponendo la sua gloria a tutto ciò cui poteva toccare, non ammettendo che, nell'universo intero, alcuna potenza potesse paragonarsi alla sua, né creatura alcuna a se stesso, lusingò singolarmente, per ciò solo, un segreto istinto che si destava nella nazione. Si è spesso notato che tutto ciò ch'egli pensava di se stesso, la nazione l'accettò; che, eccettuati gli ultimi anni del regno di quel grande, essa restò docilmente prosternata dinanzi alla sua onnipotenza e accolse anche con deferenza tutti i disordini della sua vita privata, nulla scorgendo in lui di meno che augusto; ma ciò che non si è mai detto si è che la causa vera di questa devozione cieca si trovò nel fatto che la nazione divinizzava se stessa nel suo re, e, come i disordini del monarca e le sue manchevolezze d'ogni specie furono dichiarate degne di rispetto perché era il re ch'era manchevole e disordinato, così, senza più preoccuparsi in alcun modo dei mezzi di guadagnarsi la stima, la considerazione, l'ammirazione, facendo altrettanto poco conto del valore intrinseco degli atti quanto della rettitudine dei motivi, la Francia cominciò ad applicare a se stessa, con fiducia imperturbabile, il dogma racchiuso nella fastosa impresa: Nec pluribus impar.

    "La Francia divenne ai proprii occhi la nazione-sole. L'universo fu un sistema planetario nel quale essa occupava il primo posto, senza contestazione, a parer suo; con gli altri popoli non volle aver più nulla in comune, se non dispensar loro a suo piacere la luce; convenne con se stessa che nuotavano tutti in un'atmosfera di tenebre assai opache; fu la Francia, e, agli occhi suoi sprofondando ogni giorno più il resto del mondo in un'antipatica lontananza, essa si imbevette vieppiù, senza avvedersene, d'idee veramente cinesi; la sua vanità fu la sua Grande Muraglia.





    "Certo, tutto ha una causa, e per lo più una causa assai ragionevole da principio. La prosperità aveva inebriato il temperamento, naturalmente assai presuntuoso di Luigi XIV; ma tale prosperità era ben reale e i suoi risultati avevano toccata la grandiosità in tutti i campi. Se non vi era di che preferirsi a tutti ed isolarsi, vi era motivo d'inorgoglire; ma occorreva non spingersi, nell'orgoglio, sino all'insania. Severe lezioni finirono forse per far penetrare questa verità nell'animo del nipote Enrico IV, quando la vecchiaia gli portò le sue miserie d'ogni genere; ma la nazione rovesciando con alquanta facilità il tempio del monarca, salvo a ricostruirlo più tardi, sollevò nonpertanto sé tanto più in alto sull'altare che, sull'esempio del suo padrone, aveva inalzato a se stessa".

    Così la critica spietata di Gobineau conferma e completa l'apprezzamento che, con intento invece apologetico, il Bertrand ci dà di Luigi XIV rivendicando in lui l'eroe nazionale. E' vero che il Gobineau così scriveva della Francia dopo la disfatta del '70. Ma sarà facile ad ognuno fare il confronto con la Francia vittoriosa d'oggi. A questa appartiene l'altro scrittore. Per parte mia, se una qualche conclusione dovessi trarre in generale da tale confronto, sarebbe, una volta di più, la sconsolata osservazione che l'esperienza storica è una pia illusione degli uomini libreschi: in realtà a siffatto insegnamento i popoli, veri sordi di nascita, si mostrano imperturbabilmente refrattarii. E anche questa é una suprema "lezione della storia", che gli studiosi, se non vogliono rientrare anch'essi nel gregge, conviene riconoscano lealmente nella pacatezza critica che è il pessimismo sorridente dei saggi.

LUIGI EMERY.

    

(1) Una bibliografia completa di questi può vedersi nell'ottimo numero unico dedicato dalla rivista Europe - una delle più interessanti riviste mensili francesi - al conte Gobineau (fasc. del 1 ottobre l923). I frammenti intitolati "ciò che è accaduto alla Francia nel 1870" sono stati pubblic. nella rivista stessa (fascicolo del l5 febbraio e del 1 ottobre l923; i passi da me citati più innanzi sono tolti dal fasc. del 15 febbraio"; tanto questi, quanto la introduzione "inedita" alle scene del Rinascimento, testé pubblicata in Francia col titolo La Fleur d'Or, sono più che altro scritti mal noti, giacché furono già pubblicati in Germania (dove esisteva una attiva Gobineau-Vereinigung) nel 1918, dallo Schemann, biografo del Gobineau e fondatore della suddetta Società gobinista nel l894.