LA POLITICA ESTERA DEL NAZIONALISMO

Il fondamento ideologico.

    In Italia si era ampiamente svolto, anche come reazione alla politica Crispina e sopratutto come conseguenza di disorientamento, tutto un complesso di idee politiche pacifiste, idee di astrattisti democratici predicanti questo o quell'indirizzo di politica estera solo per motivi sentimentali.

    Così furono lecite le più sfacciate manifestazioni di incoltura e di impreparazione nel campo Internazionale, come l'assurda predicazione della politica del piede di casa, come certe francofilie dovute al ricordo dell'89, e come le rovinose stipulazioni con cui fu concluso il contratto della Triplice.

    Come reazione a questa mentalità - essenzialmente - non si aveva a trarre partito che dagli insegnamenti della più recente filosofia. Dalla polemica anti-positivistica, dalla vivace ripresa del realismo storico, affermante l'adeguazione del vero col fatto (o, prendendo le mosse dallo Hegel, l'identità del reale col razionale), dai richiami all'importanza dell'economia nella vera realtà della politica proveniente dal materialismo storico e dalla polemica antidemagogica tentata da alcuni dei migliori del socialismo delle prime introduzioni in Italia della teorizzazione bismarckiana del Treitschke doveva di necessità sorgere l'esigenza d'una politica più realistica più conscia dei valori concreti della pratica.

    Il rinnovamento della cultura che il XX secolo segnò in Italia, doveva di necessità portare alla lotta contro gli abbondanti residui di illuminismo e di razionalismo in politica, contro gli astrattisti fanatici dei principi dell'89 Giusnaturalisti e Rousseauiani.

    Questa lotta doveva effettuarsi con uno studio dei problemi concreti e reali della vita italiana, e ravvivarsi per la conseguente creazione di partiti di masse propugnanti queste o quelle soluzioni dei singoli problemi, come avvenne di fatto nell'immediato dopo-guerra, colla creazione del partito popolare, del partito fascista e coi nuovi orientamenti socialisti. Un esempio di siffatta azione di rinnovamento politico si deve sin dal 1911, all'Unità del Salvemini, tentativo destinato a non essere immediatamente seguito dalle masse perché evidentemente prematuro, ma che finì con l'alimentare, i programmi di altre organizzazioni politiche come il Partito popolare.

    Un altro esempio, il solo che abbia portato alla creazione di un partito e l'esempio del gruppo Corradini, il gruppo dell'Idea nazionale. Questi non partivano, come il Salvemini dal materialismo storico, ma da un idealismo un po' affrettato che però li portava necessariamente alla polemica contro il dogmatismo rettorico della democrazia. Il loro pensiero si orientò alla lotta contro l'utopia internazionalista ed all'affermazione della nazione come unica realtà, nazione, il cui concetto, assai poco chiaro fra i nazionalisti stessi, va assai sovente confusa con lo Stato.





    Il problemismo nazionalista riguardo alla vita umana fu soffocato forse prima che nascesse dallo stesso atteggiamento metodico dei nazionalisti di fronte alla vita internazionale. Il pensiero nazionalista constatò il pauperismo italiano, il problema meridionale (?), constatò tutte le piaghe che affliggono il nostro paese, constatò la degenerazione parlamentare, l'insufficienza funzionale di gran parte degli organi della vita politica: li constatò, ma senza perdervi troppo tempo per cercar di risolverli per la forma mentis stessa che costitutiva la differenziazione dei nostri nazionalisti.

    Essi oltre alla caratteristica imitazione della tendenza nazionalista francese ricorrevano, fin da principio, col pensiero, alla gloria di Roma e di Venezia. E non solo alla gloria. L'Impero, e massimo quello di Roma, rappresentava per essi non solo una luce di gloria immensa, ma anche un potente mezzo con cui una nazione "proletaria" poteva divenire una nazione dominatrice. La nazione proletaria, la gente nata su di una terra ingrata e povera che non può dar sostentamento e lavoro a tutti, non può avere, altra via di salvamento che il triste esilio dell'emigrazione? Il nazionalista non crede a questo ed ha un fondamentale scetticismo anche sulla possibilità di sviluppare industrie naturali, poggiate su basi solide, e sopratutto di dare un grande impulso agricolo al mezzogiorno: ma egli crede alla possibilità di fare della nazione proletaria una nazione militare, e di risolvere i problemi varii che poi, in fondo, si riducono ad uno: pauperismo, inteso in senso lato, colla conquista d'un impero. L'Impero diede a Roma ed all'Italia, è noto, una nuova e diversa ricchezza, poiché le Provincie occupavano tutti coloro che l'Italia non avrebbe occupati, l'esercizio della milizia mercenaria dava, fin dal tempo della guerra di Giugurta, uno sbocco ed una occupazione alla popolazione proletaria esuberante, ed all'alto costo che avrebbero raggiunto i cereali in Italia si provvedeva colle contribuzioni dei sudditi che alimentavano le distribuzioni di grano a prezzo politico. Quanto a Venezia i nazionalisti vi vedevano un esempio d'un impero conquistato e mantenuto per svolgervi una attività anzitutto commerciale, posizione invidiabile che faceva di Venezia il ponte fra l'Oriente e l'Occidente.





    I nazionalisti italiani vollero tentare di edificare alla "grande proletaria" un avvenire imperiale. Credettero fin da principio e sostanzialmente credono ancor oggi che la edificazione di una coscienza militare e, quindi d'un esercito, col quale lottare per la conquista d'un impero, fosse l'unico mezzo per risolvere tutti i problemi della vita italiana.

    L'errore di questa concezione non sta tanto nelle condizioni economiche o psicologiche degli Italiani, ma come è evidente, nella stessa situazione odierna che fa sì che un imperialismo italiano avrebbe da lottare contro gli altri imperialismi europei e soprattutto coll'impero Britannico. La terza Roma giungerebbe un poco in ritardo nella sua lotta contro la Cartagine Albionica .... Ma tralasciando gli scherzi è evidente che un peccato fondamentale di dottrinarismo ed antistoricismo vizia la ideologia politica nazionalista ed imperialista, poiché anche se il nazionalismo riuscisse con un'opera educatrice (a cui tuttavia, non sembra molto indirizzato) a educare le masse al culto del sacro egoismo per la Nazione unica realtà politica, tanto da fare del popolo un perfetto strumento di guerra e conquista, questo strumento sarebbe poi perfettamente inutile perché, per ora almeno, l'Italia non troverebbe un quid simile alla colossale civiltà ellenica in decomposizione su cui estendere la sua conquista, ma si troverebbe costretto a gettarsi in folli avventure di conquista con cui seminerebbe disastri e morte per sè e per le altre nazioni.

    Partito dall'esigenza d'una politica realistica ed antidemagogica, per una scarsa esperienza dei problemi della vita italiana il pensiero nazionalista ricade dunque, in una politica sostanzialmente intellettualistica e d'ispirazione livresque e letteraria estranea alla più angosciosa realtà della vita italiana e, come vedremo a volta a volta coincidente, quasi per avventura, con interessi plutocratici.

La pratica

    1 Dalla Libia alla guerra Europea -

    Il nazionalismo appena in sul nascere si trovò di fronte all'avventura libica. La guerra per Tripoli era guerra di conquista, guerra non giustificabile in nessun modo con motivi economici perché ormai la decennale esperienza ci ha mostrato che la povertà della nostra colonia mediterranea è tale che al confronto la Somalia e il Benadir non stenta a divenir la perla del nostro povero diadema coloniale. Con un impiego colossale di capitali di cui non potremo mai disporre finirebbe forse, dopo un difficile e rischioso ammortamento, col rendere qualcosa - ma la sua importanza era ed è per i nostri nazionalisti quella di una gigantesca testa di ponte sul mondo mussulmano e nell'Africa, una base d'operazioni per una politica Mediterranea.





    Per l'Italia nel 1911 non sarebbe stato possibile pensare a fare una politica Mediterranea, una politica di impero e di conquista, se Francia o Inghilterra avessero preso Tripoli. Ora effettivamente non mancò in Italia chi capì che non tanto l'avventura coloniale quanto lo scopo a cui era fatta e l'indirizzo politico che necessariamente era da essa presupposto e da essa derivava come logica conseguenza erano rovinosi per l'Italia, per il suo avvenire, ed anche per la pace europea: si doveva capire anzitutto, poi, come l'adesione nazionalista all'impresa tripolina era la più logica e la più coerente di tutte le adesioni poiché i nazionalisti erano gli unici che, col loro imperturbabile astrattismo di realisti lontano dalla realtà, avrebbero accettato la politica tripolina con tutte le ragioni e le prossime o lontane conseguenze imperialistiche che la caratterizzavano. Essi erano gli unici che, pur accettando la campagna rivolta ad ingannare l'Italia facendole credere che Tripoli fosse un nuovo Eden, non sarebbero stati per nulla perturbati, come non lo furono, dalla rivelazione delle condizioni reali della economia libica, perché per loro l'impresa aveva anzitutto un valore strategico e di conquista, preludio ad altre possibili conquiste.

    Ma allora la voce nazionalista era ancora assai fioca nel concerto politico italiano, ed ancora lo fu negli anni successivi. Cosi il nazionalismo non potè esercitare la sua opera di critica, contro la assurda condotta giolittiana della campagna coloniale. Nè potè il nazionalismo esercitare alcuna critica importante in occasione del rinnovamento della Triplice. Il nazionalismo doveva logicamente essere triplicista: contro la Francia e l'Inghilterra, nazioni mediterranee, la posizione dell'Italia da essi voluta mediterranea ed imperialista doveva essere accanto alla Germania che pareva allora la meno mediterranea delle grandi potenze.

    I nazionalisti italiani non mostrarono di sentire profondamente l'evidente pericolo che lo sforzo imperialistico a cui volevano indirizzare il loro paese andasse esclusivamente ad maiorem Germaniae gloriam.

    Questa era la preparazione spirituale di politica estera con cui gli imperialisti italiani giunsero alla guerra europea cioè al conflitto gigantesco dei due unici reali imperialismi che l'Europa del 1914 avesse, cioè l'inglese ed il tedesco.





    Se gli italiani avessero avuto un po' più di senso politico ed una maggiore preparazione ai problemi internazionali, la gigantesca polemica che si ingaggiò sul problema dell'intervento non avrebbe certamente dovuto avere come base la ricerca della maggiore o minore opportunità della neutralità, che ognuno avrebbe dovuto vedere come un suicidio per la nazione italiana, ma sulla ricerca della parte accanto alla quale sarebbe stato più conveniente l'intervento. Risolto rapidamente quel problema iniziale bisognava scendere in campo, senza addossarsi la tremenda responsabilità di far durare molto di più la guerra, responsabilità che innegabilmente ci addossammo con le nostre tergiversazioni.

    Infatti la questione italiana nel problema della conflagrazione europea - lo si vede oggi dopo tutte le deviazioni del passato; ma lo videro sin d'allora alcuni scrittori de La Voce e dell'Unità - si impostava nettamente così: l'Italia, per la sua condizione economica di nazione sprovvista di materie prime, per la sua condizione demografica di nazione a popolazione sovrabbondante, per la sua condizione politica di nazione giovane e di grande potenza relativamente debole, non può tollerare alcuna egemonia Europea, nè egemonia tedesca, nè egemonia inglese. Quindi l'Italia doveva portare il suo aiuto al gruppo meno forte per evitare che il più forte divenisse l'egemone.

    La posizione nazionalistica di fronte a questi problemi non fu altro che uno sforzo di procurare d'intervenire per non perdere una preziosa occasione d'avviasi all'impero. Ed è perciò che in fondo, in un primo tempo, i nazionalisti sarebbero stati favorevoli all'intervento accanto agli imperi centrali, dalla vittoria dei quali speravano maggiori compensi e quindi possibilità maggiori di avere materiali per costruire l'edificio dell'impero.

    Scartata l'ipotesi dell' intervento contro la Francia i nazionalisti si impegnarono sulla base dell'intervento a fianco dell'Intesa, con "garanzie sufficienti" cioè in lingua povera, si impegnarono perché si cercasse di approfittare dell'occasione per cercare d'ottenere dagli altri contraenti estremamente bisognosi di aiuto degli impegni a concessioni tali da poter costituire, per l'immediato dopo guerra, la base per l'impero italiano nel mondo adriatico-mediterraneo. Naturalmente i nazionalisti non pensavano (come del resto non pensò Sonnino) a non creare delle posizioni difficili avanzando pretese esagerate in sede di trattative preliminari, pretese che avrebbero posta l'Italia in un'atmosfera insopportabile alla conferenza per la pace; e neppure pensarono ad ottenere quello che sarebbe stato logico chiedere, cioè una preliminare sistemazione chiara del regime dei debiti di guerra. I nazionalisti non videro nella guerra altro che un'occasione per mercanteggiare un impero che la Libia ci aveva insegnato che era difficile conquistare. E si dice mercanteggiare, parola dura ma che va detta perché data la situazione, dato il danno che l'Italia avrebbe avuto a non intervenire, date le legittime assicurazioni irredentistiche della gente nostra, il pretendere prima della conferenza della pace delle conocessioni "imperiali" che si sapeva troppo bene che diversamente non ci sarebbero state fatte, è un vero mercanteggiamento.





    Ad ogni modo, i nazionalisti italiani videro nella guerra l'occasione per tentare la fondazione dell'impero, e fecero con molto successo valere la loro tesi presso il ministro degli esteri. Del resto, per una di quelle tante coincidenze degli interessi plutocratici col pensiero nazionalista, coincidenza che sarebbe ingiusto interpretare come un asservimento da parte del partito, ma che servirono sempre a dare una maggiore consistenza alla sua propaganda, la tesi nazionalista di fronte alla guerra era condivisa da molti gruppi d'alta industria e d'alta finanza.

    Il nazionalismo riprese a differenziarsi ed a far valere i suoi fondamentali concetti in ordine alla politica estera quando, dopo Caporetto, si cominciò a parlare di politica delle nazionalità e del Patto di Roma. Ai nazionalisti, come del resto a Sonnino, non era mai venuto in mente di porre fra i nostri scopi di guerra la distruzione dell'impero Austro-Ungarico, poiché pareva loro impossibile che la guerra potesse concludere a tanto. Ma nel 1918 non fu difficile capire che l'appoggiare e l'aiutare il movimento delle nazionalità sarebbe stato un modo, l'unico modo, di accelerare la fine della guerra. Quindi aderirono al Patto di Roma che non pregiudicava le questioni territoriali, colla convinzione o colla restrizione mentale che dir si voglia, che il Patto di Roma non avrebbe in nessun modo compromesso il Patto di Londra, come se creando una situazione nuova e dando un nuovo indirizzo alla nostra politica non si sarebbe necessariamente creata da noi stessi l'esigenza politica di rimettere in discussione un Patto fatto nella previsione della conservazione dell'Austria.

    2 Il dopoguerra e le trattative di pace.

    Ad ogni modo la fine della guerra e la infinita frequenza di conferenze internazionali misero, si può dire, in primo piano negli interessi politici italiani la politica estera, agitarono interessi varii per cui la soluzione nazionalista fu sempre prospettata con un rigoglioso sviluppo nell'Associazione e nella sua propaganda, e fu accettata e fatta propria assai sovente da gruppi e da uomini politici influenti.

    Il dopoguerra segna il maggior sviluppo e la maggior battaglia del nazionalismo italiano. Le principali questioni su cui si fissò la sua polemica furono: a) la questione adriatica; b) i rapporti cogli alleati; d) i rapporti colla piccola intesa; d) la questione d'Oriente. Per tutti questi problemi il nazionalismo presentava le soluzioni partendo dalla sua concezione politica integrale. Bisogna tener presente che, più che la guerra irredentistica o la guerra affermazione dell'Italia come grande potenza Europea i nazionalisti avevano vista nella guerra soprattutto un'occasione per iniziare la politica d'impero. Perciò volevano:


    a) il dominio dell'Adriatico;


    b) posizioni e zone d'influenze in Asia Minore;


    c) revisione e miglioramento delle nostre colonie africane.


    Il dominio dell'Adriatico richiedeva, per poter essere veramente completo il dominio di Fiume, della Dalmazia e di tutti gli sbocchi slavi sul mare ed il dominio dell'Albania. A questo modo l'Adriatico sarebbe divenuto un lago italiano, ed avrebbe servito a dare all'Italia una posizione dominante e di controllo sui traffici orientali del Nord tedesco e slavo, divenendo così una piattaforma d'impero e di conquista.





    Il nazionalismo italiano voleva giovarsi della distruzione dell'Austria non per cercare di dare all'Italia una posizione preminente e di guidatrice fra gli stati della piccola Intesa, ma per aizzare le zizzanie fra di loro per impedire l'avvento d'una confederazione, per allargare le basi italiane per una penetrazione orientale, per la via dei Balcani, senza pensare che l'Italia aderendo al patto di Roma voluto anche da loro e provocando colla sua guerra lo sfacelo dell'Austria, aveva creato delle realtà nazionali che avevano profondamente mutata la situazione balcanica. I nazionalisti vollero il predominio anzi l'assoluto dominio dell'Adriatico come uno strumento d'Impero, e perciò difesero disperatamente il trattato di Londra e l'impresa Dannunziana di Fiume, non videro il valore della guerra altro che nelle conquiste territoriali imperialistiche, giunsero ad affermare che "Se noi perdiamo la Dalmazia dobbiamo negare che la guerra sia stata veramente vinta" (TAMARO in "Politica" 1, 13, pag. 339).

    Infatti l'imperialismo nazionalistico che prima della guerra tendeva all'Oriente mediterraneo, dopo lo sfacelo dell'Austria, visto il fallimento o quasi dell'imperialismo mediterraneo nostro, tentò un nuovo imperialismo nell'Oriente balcanico, con conseguente politica antislava, appoggio d'ogni nazione antislava, (Ungheria, Rumenia, Austria), tentativo d'occupazione del retroterra dalmatico fino alle Dinariche, non come base difensiva, poiché anch'essi capivano il nessun valore difensivo della Dalmazia continentale, ma a eventuale scopo offensivo. Questo cambiamento di politica, la semi rinuncia alla politica mediterranea, era dovuta alla constatazione dell'assoluto predominio britannico e dell'assoluta inconciliabilità dell'imperialismo britannico col nostro imperialismo mediterraneo-orientale. Ma ad ogni modo, con la campagna nazionalistica si mirò a mantenere le posizioni in Asia Minore (COPPOLA, " Politica ", 1, 3, p. 191), si difese gelosamente le concessioni ottenute temporaneamente e poi a poco a poco abbandonate per la pressione inglese, la pressione interna ed il pericolo e l'inutilità stessa che costituivano per l'Italia, si tentò in tutte le occasioni di spingere l'Italia ad una politica di prestigio in Oriente, politica che mirasse alla pacificazione (COPPOLA, "Politica", VII, I, pag. 50 sgg.) sfruttando le simpatie musulmane, che l'Italia s'era acquistate (id. id., IV, p. 162), tuttavia vide altri orizzonti che il difficile sbocco orientale, e propose lo sbocco balcanico, pur iniziando una politica antibritannica per riavvicinare l'Italia e la Francia ("Politica", IV, p. 163: COPPOLA, l'Intesa è finita, V, pag. 160 sgg; id. id. I, p 171 sgg), moderando la sopravalutazione delle proprie forze dei francesi e cercando di unirseli contro l'egemonia inglese.

    Così i nazionalisti, che furono interventisti per cogliere l'occasione d'iniziare la politica di impero dovettero constatare, dopo la guerra, il fallimento di quella politica, dovuto non tanto alla incapacità dei governanti, che pure fu grande, quanto alla logica stessa delle cose che si ribellavano e facilmente sconfiggevano il tentativo imperialistico italiano; tentarono di sviluppare la loro politica verso l'Oriento o verso i Balcani, finirono col concludere nel riconoscimento dell'impedimento assoluto costituito all'imperialismo italiano dall'egemonia britannica, ed a vedere la necessità di osteggiare la politica anglo-americana e di riavvicinare l'Italia alla Francia a quello scopo.

    Essi oggi sentono la guerra stessa come una sconfitta o quasi. Infatti al contatto colla realtà il loro sogno d'impero s'è disfatto, benché essi oggi, persistendo a sparare le ultime cartuccie antislave per la Dalmazia, ed anche iniziando le prime avvisaglie, d'una polemica anti inglese tentino una nuova via per realizzare la politica imperialistica che è il nocciolo della loro politica estera.


MARIO ATTILIO LEVI.