INTERESSI POLITICI E INTERESSI AGRARI

La crisi agraria in Italia

    Dopo gli scritti del Valenti, dell'Ulpiani, dell'Azimonti, del Prato, del Serpieri, e di altri - non molti - profondi conoscitori dei problemi agrari italiani, il volumetto di Pier Lodovico Occhini "La crisi agraria in Italia" (1) ci giunge inevitabilmente accompagnato da un certo senso di diffidenza. Ancora un libro su questa benedetta agricoltura italiana, che ha fatto scorrere tanti ruscelletti d'inchiostro, anche da parte di chi la nostra campagna conosceva soltanto attraverso il prezzemolo di cucina o il vaso di giranio aulente sul terrazzo di casa! Forse si deve a questo senso di diffidenza, se il libro dell'Occhini è stato letto poco, o letto affrettatamente di sull'indice, come si suole fare quando ci perviene il libro da recensire. (Un libro senza indice chissà se troverebbe mai il suo recensore!); tanto è vero che quasi nessuno dei giudizi, anche dei benevoli, che ho visto espressi qua e là nelle Riviste mette in rilievo quello che di nuovo c'è in questo contributo dell'Occhini.

    In generale, quando ci si mette a studiare il problema agrario italiano, ci si colloca sul terreno prevalentemente tecnico-economico. Cosi fa il Valenti, così il Serpieri, economisti eminenti oltre che tecnici, così un tecnico valoroso quale l'Ulpiani. Si studia, cioè, la natura fisica, chimica, dei terreni, le possibilità agrarie, i bonificamenti idraulici o agrari che si potrebbero compiere, le nuove culture che converrebbe introdurre, i concimi o le macchine di cui diffondere l'uso, le riforme da attuare nell'ordinamento economico-giuridico dell'azienda, allo scopo di rendere questa uno strumento sempre più perfetto di produzione, e via dicendo. Tutte bellissime e santissime cose, ma che, a parer mio, non esauriscono il campo di studio, e nemmeno gettano sul problema agrario tanta luce quanto ne basta per porre in rilievo tutte le varie parti di quel delicato congegno che è l'agricoltura italiana, sì da far vedere dove è il punto debole o il guasto.

    L'Occhini invece vede nel problema agrario un problema essenzialmente politico; e se crisi agraria vi è, questa è una conseguenza della crisi politica.





Sforzi di rinnovamento

    Scorriamo il suo volumetto.

    Che cosa hanno fatto gli agricoltori? "In questi ultimi sessant'anni, almeno tre volte, l'agricoltura ha cercato di sollevarsi, di dare un grande impulso alla produzione. Veri fremiti di rinnovazione e grandi speranze sono passati, almeno tre volte, per le nostre campagne". Ciò avvenne intorno al 1860, al 1890 e nel periodo dell'immediato anteguerra. Il valore della nostra produzione agricola complessiva che da 3 miliardi nel 1861 sale almeno a 7 miliardi nel 1913 (Valenti), la produzione del grano che dai 34 milioni di ettolitri del 1861 (Correnti, Maestri) tocca i 58 milioni nel 1913, i concimi chimici la cui somministrazione all'agricoltura raggiunge probabilmente i 18 milioni di quintali e insieme lo svilupparsi di colture di piante industriali (lino, tabacco, canapa), e di piante specializzate e di industrie di prodotti agricoli fiorentissime (marmellate, uva da tavola, conserva di pomodoro, esportazioni notevoli di uova per oltre 59 milioni di lire nel 1914) sono indici eloquenti di un notevole risveglio nell'attività seriamente operosa nei nostri agricoltori. Chi è vissuto in mezzo a proprietari fondiari, sa con quanta tenacia e con quanta fede non pochi di essi cercassero di introdurre continui miglioramenti, sia iniziando ardimentose opere di bonifica, sia modestamente dedicando le loro cure alla selezione dei semi, alla applicazione di nuovi metodi culturali, e cercando di vincere l'ostilità innata del contadino ad ogni novità, con un paziente lavoro di persuasione sperimentale.

    E tutto questo lavoro di rinnovamento si è svolto in massima parte al di fuori della azione dello Stato ufficiale per merito di coraggiose iniziative individuali.





    Lo Stato italiano, come constata ora l'Occhini, e come a suo tempo aveva eloquentemente deplorato il Valenti, non si è mai seriamente occupato della sua terra. Quanto lontani sono i tempi nei quali un Cavour, presidente del Consiglio, sceglieva per sé il portafoglio dell'agricoltura! Oggi i ministri hanno ben altre preoccupazioni. Né gli agricoltori sono gli elettori - o almeno tali erano fino alla guerra - che dànno maggior rendimento; ond'è che su quasi tre miliardi di spesa totale del nostro bilancio, forse poco più di 20 milioni si dedicano all'Agricoltura (1913).

    Ma come nei primi anni del Regno d'Italia lo sforzo degli agricoltori si infranse contro l'indirizzo della politica e della finanza volto a richiamare il risparmio degli investimenti agricoli ai prestiti pubblici, a comprimere la proprietà fondiaria sotto un enorme peso fiscale, così oggi i nostri agricoltori devono lottare nei loro tentativi di rinnovamento contro due ostacoli, gravissimo il primo, meno dannoso il secondo: l'azione demagogica dello Stato, le agitazioni coloniche per le riforme dei contratti agrari.

Gli ostacoli

    La storia delle agitazioni agrarie nel nostro dopo guerra è ancora da scrivere. Il Serpieri, in un suo noto volume "Studi sui contratti agrari" (2) ha ristampato una sua Relazione "Le agitazioni dei contadini nell'Italia settentrionale e centrale e la riforma dei patti agrari" presentata al Comitato tecnico dell'agricoltura. Questa Relazione oggidì è stata superata da avvenimenti posteriori che hanno - almeno in alcune parti d'Italia - modificato il carattere delle agitazioni agrarie quali esse sorsero; eppoi il Serpieri per l'indole del suo temperamento e dei suoi studi, è portato a porre in un secondo piano il lato politico delle questioni e a dar maggior rilievo agli aspetti economici e giuridici. Sotto questo punto di vista il lavoro del Serpieri resta anche oggi una magistrale indagine del conflitto agrario.

    L'Occhini invece ci dà anzitutto un quadro di quella che fu la politica degli anni 1919-1920 e in quella incastona il particolare aspetto agrario. Ma il carattere generale e a sommi tratti della trattazione non gli consente di scendere a particolari, onde manca anche qui la Storia, e non abbiamo che i criteri per una storia.

    Ma il problema è bene inquadrato, e la visione è esatta.





    Stancata; snervata dalla ignorante e soverchiante azione della burocrazia nel periodo della guerra, con le sue innumerevoli ordinanze e i suoi centomila moduli e precetti, per cui agenti di campagna, fattori e proprietari non avevano più il tempo di sorvegliare e dirigere i lavori culturali per dedicarsi invece alle dilettose occupazioni di riempire stampati, avanzare domande, richiedere permessi, stendere denunzie su denunzie - colpita nei suoi interessi da mal disposte requisizioni e da dannosi calmieri, da limitazione di fitti e da fissazioni arbitrarie di prezzi - danneggiata da una tariffa doganale che si preparava attraverso le mene dei gruppi industriali prevalenti (si ricordi che nella Commissione per lo studio dei nuovi trattati di commercio gli agricoltori non erano rappresentati) - isterilita dalla mancanza di mano d'opera e dal fatto che durante la guerra l'inamovibilità delle famiglie dal podere avevano creato spesso un evidente squilibrio tra estensione del fondo e entità della mano d'opera - l'agricoltura italiana alla fine della guerra, mentre sperava di risollevarsi e di porre termine e rimedio a questi guai, fu investita dalla follia rossa che imperversò nelle nostre piazze, nelle nostre officine, e ahimè, nelle nostre aule legislative e giudiziarie nell'anno di grazia 1920, imperante Francesco Saverio Nitti. C'era da progredire tecnicamente, da aumentare il reddito per ettaro del frumento, da estendere le concimazioni (contratte avanti la guerra) da bonificare, da riprendere le esportazioni dei generi alimentari, impedita per lo innanzi. Benissimo. Per agevolare gli agricoltori nel loro compito, lo Stato permetteva che le ferrovie più non camminassero, che la sicurezza pubblica venisse a mancare, che le vie si trasformassero in campi di battaglia, che si occupassero le fabbriche, che oprassero impunemente leghe di ogni colore oltre ogni limite di violenza, si arrestasse tutta quanta la produzione italiana, che si sostituissero le guardie rosse ai RR. Carabinieri, e giudizi di operai alle sentenze della magistratura.

    C'è la crisi agraria? Si produce di meno? E' vero che nel Ferrarese, mentre nel 1919 si erano requisiti per 900.000 q.li di frumento, non si era riusciti nel 1920, a requisirne 300.000 q.li? (Occhini). E' vero che sono andati perduti in Italia almeno un paio di miliardi di prodotti agricoli durante il 1920 e nel solo Bolognese per 51 milioni di fieno, 26 milioni di frumento e per 122 milioni di altre derrate? È vero che gli agricoltori si disamorano della terra? Ebbene, ecco il rimedio, ecco il Decreto Visocchi, ecco la terra ai contadini, ecco le proroghe alle disdette dal podere.





Agitazioni agrarie in Toscana

    Ripeto. Non abbiamo ancora uno studio completo delle agitazioni agrarie in Italia. Possediamo per altro molto materiale sparso in pubblicazioni di enti sezionali, in giornali locali; attraverso al quale sarà possibile al futuro storico di ricostruire i fatti nel loro svolgimento cronologico. Ma per intendere bene la ragione di certi avvenimenti, bisognerà conoscere molti retroscena, che io non vedo accennati in nessuna delle pubblicazioni che mi sono capitate fra le mani.

    Io mi riferisco alle agitazioni agrarie in Toscana, come quelle che conosco un poco, per esservi vissuto in mezzo a lungo. Sull'argomento hanno scritto il Serpieri, oltreché nel suo studio già citato, recentemente nella "Italia Agricola" del 15 maggio 1922, in un articolo intitolato "I nuovi rapporti fra conduttori e lavoratori della terra e l'agricoltura" - il Serragli, in una memoria pubblicata dall'Accademia dei Georgofili, col titolo: "Le agitazioni dei contadini e l'avvenire della mezzeria" e qua e là su vari giornali. L'on. Martini ha poi pubblicato una specie di libro bianco: "Le agitazioni dei mezzadri in Prov. di Firenze"(3), dove si contiene la relazione documentata della vertenza tra l'Associazione Agraria Toscana e le Leghe bianche. Inedita ancora è la relazione della Commissione Ministeriale (Prof. Bianchi A., Avv. Zoli e Prof. Ferrari P.) nominata nel dicembre del 1920 per addivenire ad un accordo tra i bianchi e gli agrari.

    In sostanza, tutti questi studi si muovono su di un unico binario: esaminare il substrato economico delle agitazioni, vagliare le richieste degli uni, le concessioni degli altri nei riguardi della produzione, studiare proporre un ordinamento giuridico contrattuale che contemperi le necessità tecniche dell'azienda agraria con i desiderata dei contadini. Ora a me sembra che queste indagini non bastino a spiegarci il fenomeno e non possano quindi condurre a una soluzione pratica equa ed efficace, se si dimentica o meglio non si pone in evidenza un fatto che quasi tutti riconoscono come vero, ma del quale poi non ricavano tutte le logiche conseguenze: che cioè gli scioperi agrari del 1919 e 1920 sono scioperi politici e non economici.





    Che manchi un fondamento economico alle richieste dei contadini, facilmente si ammetterà quando si veggano gli alti redditi di cui godono i contadini nella grandissima maggioranza. Poiché su questo riguardo si posseggono parecchi dati, che si trovano anche nelle succitate pubblicazioni, dò senz'altro per ammessa questa mia affermazione. Gli stessi popolari, quando non scrivono sui giornali o concionano sulle pubbliche piazze, sono costretti ad ammettere che i contadini non sono dei proletari, ma costituiscono classi medie e che sono riusciti in questi ultimi anni a mettere qualche cosa da parte. Non tanto qualche cosettina, aggiungo io, dal momento che le casse e le banche rurali moltiplicano i loro depositi, e la fame di terra che dappertutto si manifesta è conseguenza evidente del portafoglio pieno. Ed è poi sintomatico questo fatto. Le agitazioni in Toscana hanno avuto il loro punto di partenza dalla Val di Cornia, nel Campigliese, dove la condizione dei contadini non è affatto inferiore a quella dei contadini di altre regioni.

    Questo punto di partenza del movimento ci spiega parecchie cose. La Val di Cornia, e precisamente la frazione della Venturina, che fu per, così dire lo scoglio di Quarto di queste agitazioni, dista di pochi chilometri da Piombino, centro operaio e quindi centro di idee sovversive, anarchiche e socialiste. Da Piombino si è irradiata la infezione alla circostante zona rurale: l'on. Mazzoni e l'Argentina Altobelli furono i veicoli dei germi infettivi. Onde avvenne che già nell'estate del 1916, al momento della trebbiatura del grano, si ebbero i primi movimenti, diretti allo scopo di ottenere alcune modifiche ai patti colonici.

    Capeggiò questo movimento alla Venturina un tal Cipriani, detto il Barlettaio, cioè fabbricante di barili, il quale campava la vita fabbricando dei barili col legname che gli veniva dato dalle fattorie dei dintorni. Divenuto presidente della Lega dei contadini, seppe migliorare notevolmente la sua posizione economica tanto che di lì a poco si ritirò dalla vita politica a vita privata.

    Tali le origini modeste delle agitazioni le quali pertanto inopportunamente, a parer mio, vengono ricollegate con gli scioperi agrari che si erano avuti in Toscana nel 1902 e nel 1905 e di cui il Guicciardini ci ha lasciato memoria in un suo studio pubblicato nella "Nuova Antologia" del 16 aprile 1907 con il titolo "Le recenti agitazioni agrarie in Toscana e i doveri delle proprietà". Agitazioni queste del tutto fallite ma che traevano le loro origini d'essere nelle condizioni veramente depresse della classe colonica.





    Il costituirsi del Partito Popolare nel 1919 e l'accaparramento dei contadini in vista delle elezioni a gara tra questo nuovo partito e il Partito Socialista fu la causa del dilagare improvviso degli scioperi in gran parte della Toscana verso l'autunno del 1919.

    Non si è posto in rilievo questo fatto: che le agitazioni - precedute dalla formazione di leghe - sono il frutto di pochi individui.

    Noi potremmo seguire, nel tempo e nello spazio, il cammino percorso da pochi organizzatori, e vedere come sotto i loro passi, non più fioriscono rose, ma sorgono gli scioperi. E se ne ha anche la riprova: che dove gli organizzatori vengono a mancare (talvolta finiti in prigione per reati comuni) le leghe si sbandano, e i contadini tornano magari all'osservanza dei patti primitivi. Per la qual cosa credo di poter affermare che la storia vera di queste agitazioni non si potrà scrivere se non si conoscerà l'attività singolarmente svolta da questi organizzatori. Altrimenti molti fatti riescono incomprensibili: ne cito uno solo a prova del mio asserto. In una certa zona del medio Valdarno i contadini non volevano coltivare il tabacco e preferivano la barbabietola; di questa strana predilezione non si riusciva a trovare la spiegazione finché poi si venne a scoprire che il capolega era stato efficacemente persuaso dai signori zuccherieri a far coltivare la barbabietola al posto del tabacco.

    Speculazione dunque politica, questa degli scioperi in Toscana, checché si ostinino a sostenere in contrario alcuni scrittori popolari. E si tenga presente anche questo fatto: nei riguardi delle concessioni economiche (anticrittogamici nella massima parte a carico del padrone, abolizione di obblighi, di capui), l'accordo fu facile coi rossi e coi bianchi. Ma mentre coi rossi si potè concordare, nell'agosto del 1920, un patto colonico unico e definitivo, giacché i rossi limitavano le loro richieste, al solo campo economico; con le leghe bianche un accordo generale non è stato tutt'oggi concluso, appunto perché i popolari insistono su alcuni punti extra-economici che sconvolgono ab imis l'istituto della mezzadria ma sono efficaci mezzi di propaganda elettorale. Tali per esempio la direzione del podere che deve essere esercitata in comune accordo dal proprietario e dal colono, o l'altro del diritto da parte del colono di tramutare il contratto di mezzadria in un affitto con un annuo canone - beninteso - da stabilirsi non già contrattualmente, ma secondo criteri di equità.





Contratto di mezzadria o contratto d' affitto ?

    Su questo punto si sofferma il Serpieri nel suo studio pubblicato nell' "Italia Agricola" che ho citato più sopra.

    Il Serpieri dice alcune verità che vogliono essere considerate attentamente

    "Niuno più di me ha fede nel movimento di ascesa del contadino verso la gestione della produzione, ma a condizione che il movimento avvenga sostanzialmente in un regime di libertà: più sicura e non sostituibile garanzia che il movimento stesso si compia con quelle modalità, con quelle gradualità, con quegli adattamenti, che corrispondono alle esigenze di una produzione economica, e con quelle limitazioni agli elementi scelti, pronti ai nuovi compiti, che sola può assicurare il successo del movimento.

    Il movimento si suole schematizzare così da salariato a colono parziario, ad affittuario, a proprietario. Ma questo non è che uno schema. Nella realtà il movimento ora è così graduale ora è a salti; ora giunge all'ultimo anello della catena, ora si arresta a qualcuno degli elementi intermedi: ora avviene individualmente, ora avviene associatamente per gruppi. E tutte, tutte le varie modalità possono volta a volta rispondere alla maggiore convenienza. economica, in rapporto ad un doppio ordine di cause: le condizioni dell'ambiente agrario da una parte, le condizioni soggettive dei contadini dall'altra, cioè la loro preparazione morale, intellettuale, finanziaria, alle responsabilità ed ai rischi dell'impresa.

    ... Non ci sono vincoli giuridici al salire del contadino fino alla proprietà: non ci sono vincoli economici ad attuare quelle combinazioni e ordinamenti che sembrino più redditivi: a lungo andare il successo economico arride a quelli che rappresentano la più redditiva forma di adattamento alle condizioni ambientali ed alle condizioni dei soggetti economici.

    Di questa sistema è elemento essenziale la libera circolazione della terra, la quale attraverso la libertà contrattuale tende appunto a giungere in proprietà o in uso di chi sa e può farne miglior uso, di chi sa e può farla produrre di più, e si trova appunto per ciò in grado di poterla pagare di più.

    ... Alla luce di queste considerazioni che, a mio parere, sono fondamentali, io vedo con la più viva preoccupazione affermarsi la tendenza ad immobilizzare i coloni sui fondi che lavorano, oggi con la sospensione delle disdette, domani col pretendere normalmente un giudizio di giusta causa, che praticamente finirà per coincidere con una sospensione perpetua delle disdette, salvo casi eccezionali. E' invece attraverso la mobilità, la circolazione libera, che ogni podere può trovare il suo contadino, ogni contadino il suo podere, cioè può attuarsi la combinazione più redditiva, socialmente più utile".





    Le considerazioni del Serpieri si possono applicare a molti problemi che si sono agitati in questo dopoguerra: il problema degli affitti, quello della terra ai contadini, quello degli escomi e quello delle espropriazioni del latifondo o delle terre incolte: problemi strettamente connessi tra loro tanto per l'indole quanto per le soluzioni, essenzialmente politiche, che si tenta di dare ad essi.

    Torniamo al caso dell'affitto.

    In Toscana non vi è un problema degli affitti, poiché l'affitto è scarsamente diffuso. Soltanto in qualche zona, per esempio nel Pratese, si trova qualche caso dell'affittanza. E tanto meno vi é, nei contadini, un vivo desiderio di passare dalla mezzadria ad altra forma di condizione. Questo è stato riconosciuto dagli stessi popolari i quali, in sostanza, insistono sulla clausola che sia consentito al colono la variazione del contratto di mezzadria, più che altro -per avere in mano un'arma -da esercitare contro i proprietari che non vogliono acconsentire a concessioni di minore entità. Effettivamente, la richiesta è assai grave, sia dal punto di vista giuridico sia dal punto di vista economico e sociale e della gravità della cosa sono persuasi per i primi i popolari, i quali appunto da un canto avanzano questa pretesa, ma poi dall'altro la limitano con qualche circospetta condizione.

    Anche la questione dell'affitto è una questione politica e politica come ho già detto è la soluzione che ad essa si cerca di dare perché evidentemente non basta stabilire la possibilità di variazione del contratto: occorre che la legge stabilisca anche l'equo affitto.

    Analogamente si era chiesto che la terra passasse ai contadini in base ad un giusto prezzo, così si è chiesto e ottenuto che le disdette dai fondi si diano soltanto dietro giusta causa, così si propone che il prezzo di esproprio dei fondi incolti o male coltivati sia fissato sulla base del reddito netto normale dei terreni stessi.

Il problema della terra ai contadini

    A questo punto, chi ha studiato un po' l'economia, non potrà trattenersi dall'esclamare, col Faust del Boito: "Questo era dunque il nocciolo del frate?". Quando si tira in ballo la giustizia e l'equità, sappiamo già che c'è sotto uno sfruttatore più forte che sta commettendo una evidente ingiustizia e iniquità a danno del più debole.





    Il prezzo politico, il prezzo che viene fissato non dal libero giuoco della concorrenza, ma da una autorità qualunque con criteri extraeconomici, è un prezzo che realizza per la collettività un vantaggio sempre minore del prezzo di mercato: questo è dimostrato matematicamente, ed oltre ad essere antieconomico, questo prezzo è socialmente pericoloso per le conseguenze che, più o meno, a breve scadenza, ne derivano.

    Questo ha voluto dire il Serpieri nel brano che ho citato più sopra, questo avevano affermato il Prato e l'Einaudi a proposito della questione della terra ai contadini. Fino da allora, come oggi il Serpieri, si era messo in evidenza il danno che all'agricoltura sarebbe inevitabilmente derivato dal fatto che moltissimi terreni suscettibili di trasformazioni tecniche sarebbero passati in mani che queste trasformazioni non avrebbero mai né saputo né potuto effettuare.

    Insomma, la "terra ai contadini" nel senso della proposta Drago significava decadimento dell'agricoltura, immiserimento di gran parte del ceto colonico, sostituzione di enti cooperativi a imprese individuali, infine la terra agli impiegati, come ha detto argutamente il Prato.

    Ma c'è un altro ordine di considerazione che nemmeno il Serpieri svolge e che merita di essere posto in evidenza.

    Supponiamo per un momento che il passaggio della terra ai contadini sia un fatto compiuto; sia mediante vendite forzate di terre a prezzi cosiddetti equi, vale a dire, spogliatori, sia mediante affitti anch'essi a base di giusti canoni.

    È evidente che - a meno non si sia voluto addirittura dare la terra ai contadini, il che escludono anche i socialisti meno arrabbiati - una enorme massa di risparmi sarà dovuta passare dalle mani dei contadini a quelle dei proprietari. Quali le conseguenze? Affrettiamoci a dire che è difficile rispondere a questa domanda: ma il guaio si è che non veggo che altri abbia pensato a rispondervi.

    Quale l'impiego dei risparmi dei contadini "prima" dell'acquisto delle terre, quale l'impiego di questi risparmi una volta che siano passati nelle mani dei proprietari? E se il contadino dovrà richiamare dalle casse postali e dalle banche rurali i suoi depositi per far fronte a questi acquisti, lo Stato potrà addivenire a tutti questi rimborsi, senza emissione di carta moneta? Quale l'effetto di un trasferimento di ricchezza da una categoria sociale all'altra (conseguenza dell'equo prezzo?).





    Per intendere bene la portata di queste domande si tenga presente che io ma riferisco al caso che questi passaggi di proprietà avvengano su vastissima scala, come avverrebbe probabilmente in seguito ad una legge che abbassasse forzatamente il prezzo della terra.

    E non basta. Vi è anche un altro ordine di considerazioni che veggo accennate dal Guerrazzi in un suo recente articolo: "Il carrozzone del latifondo", apparso nella "Vita Italiana" del 15 maggio 1922. Si domanda il Guerrazzi quello che avverrà della nostra borghesia, una volta che sia stata allontanata della terra; probabilmente la prossima generazione diverrebbe o una classe di rentiers o di impiegati o di organizzatori. Ora qui ci troviamo di fronte ad un problema che, secondo il mio modo di vedere, merita tutta la nostra più attenta considerazione, tanto più attenta quanto meno le nostre cognizioni in fatto di morfologia sociale sono estese e sicure e quanto più diversa è la fisionomia delle classi agricole da regione a regione. Ben poco sappiamo della costituzione delle collettività in cui viviamo, dei gusti, delle tendenze dei vari gruppi, degli effetti che seguono e delle ripercussioni, dirette e indirette, dei provvedimenti sociali. Quale sarà l'equilibrio in una società nella quale si siano capovolte le funzioni di due classi?

    Già constatiamo quali turbamenti ha provocato la guerra con il suo spostamento di ricchezza; ed allora, domando, non c'è da aspettarsi che un provvedimento di questa fatta, come quello che si vorrebbe attuare con la legge sul latifondo finirebbe per produrre turbamenti di gran lunga maggiori, col provocare artificialmente una circolazione di classi, che non sarebbe affatto una circolazione di élites?

Il progetto di legge sulla trasformazione del latifondo

    L'articolo che ho testé citato, del Guerrazzi, mi porta a parlare di una questione che in questi giorni si è assai dibattuta in Italia, quella del progetto sulla trasformazione del latifondo, presentato alla Camera.





    Se ne è scritto alquanto. Come tutte le questioni, essa può essere studiata dal punto di vista teorico, astratto, o dal punto di vista concreto, nei riguardi del progetto. Fermiamoci a questo punto di vista. Ma anche così limitata, la questione può essere studiata sotto vari aspetti: sotto l'aspetto tecnico la studia il Serpieri nella sua Relazione pubblicata dalla Federazione Italiana dei Consorzi Agrari, e giunge a conclusioni nettamente sfavorevoli. Non già che il Serpieri sia contrario ad una legge che apra la via alla trasformazione del latifondo; spontaneamente, pel solo giuoco delle forze economiche, alla trasformazione del latifondo non si arriverà mai, troppi essendo gli ostacoli che si oppongono all'interesse individuale. Deve intervenire lo Stato: ma i compiti dello Stato devono limitarsi a questo: "che la terra oggi a coltura estensiva, sia facilmente accessibile, a prezzi equi - cioè corrispondenti ai redditi, che oggi se ne ritraggono - a tutte quelle persone ed enti che possano trovare convenienza nella sua trasformazione, sì che tutte le possibili forze siano poste in giuoco per raggiungere il fine; render possibile la trasformazione, coordinando strettamente ad essa la esecuzione delle correlative opere pubbliche necessarie, e concedere quelle agevolazioni finanziarie che siano giustificate dall'utilità e corrispondenti allo spirito di tornaconto di dette persone od enti. In quanto alle modalità della trasformazione far sì che essa avvenga là dove conviene e secondo le direttive di maggior convenienza, indipendentemente da ogni preconcetto modello".

    Il Serpieri assegna allo Stato un compito in teoria ben definito, ma che all'atto pratico, non si vede bene, come si debba realizzare.

    Più interessante è vedere il lato politico della questione, che ci conduce a includere anche questo fatto nel novero di quelli che dimostrano come l'attività dello Stato sia di ostacolo al normale sviluppo dell'agricoltura, giusto quanto ho affermato più sopra.

    Lo Stato, o meglio, gli uomini che hanno presentato questa legge, di una cosa si sono sinceramente preoccupati: creare uno strumento che consenta di sfruttare le masse elettorali agricole. E sotto questo punto di vista ci sono riusciti egregiamente.

    Anzitutto il latifondo è un argomento che si lancia bene: dal tempo dei Gracchi in poi, l'offrire la terra altrui è stato sempre argomento che fa guadagnare la estimazione altrui. Nel mondo ci sono due giustizie, eterne l'una e l'altra e inconciliabili: c'è la giustizia di chi possiede, e la giustizia di chi non possiede: due concetti antitetici che i filosofi hegelani potranno riuscire a unificare dialetticamente, ma che le masse, nella loro attività storica, non sono ancora riuscite a conciliare. Una campagna elettorale ben condotta sul leitmotif di vaste espropriazioni per pubblica utilità può bastare a portare un uomo in Parlamento.





    Ma una volta eletto, il deputato deve mantenere, e per mantenere, poiché egli ha sempre promesso che avrebbe dato ciò che non aveva, bisogna poter obbligare gli altri a dare. Ed ecco la necessità di un Ministero a propria disposizione, ecco il portafoglio dell'Agricoltura intendersi ad un partito. Ecco i decreti ministeriali che rogano le disdette; ecco le autorità prefettizie che tollerano le violenze rosse o bianche: ecco marescialli di carabinieri che si pongono alla testa di contadini invasori per persuadere i proprietari ad accondiscendere alle richieste dei coloni; ecco infine l'attuale disegno di legge il quale dà sotto sotto in mano al ministro un'arma potentissima per colpire gli avversari. Dove sia il pericolo ce lo dice molto bene il Brucculeri in un suo articolo nei "Problemi Italiani" del I marzo '22, intitolato "Il disegno di legge sui latifondi". Chi è che emana il decreto di espropriazione? Il Re su proposta del Ministro per l'Agricoltura, su conforme parere del Consiglio Superiore della Colonizzazione interna (art. 9 del progetto). Dunque in sostanza è il Ministro che espropria, perché il Re non fa che firmare, e il Consiglio è composto di membri nominati dal Ministro stesso, e in maggioranza funzionari governativi; vorrà quindi dire di no al Ministro? Adagio. L'interessato può ricorrere. A chi si ricorre? L'art. 9 ci illumina in proposito: è ammesso soltanto ricorso al Governo del Re...; sul ricorso si decide con Regio Decreto su conforme parere del Consiglio Superiore della Colonizzazione interna, cioè il Consiglio nominato. "E' azzardato, si domanda il Bruccoleri, dire che il Ministro chiede il parere a sé stesso?"...

    E il Bruccoleri continua: " Avverrà necessariamente che quando ci sarà un Ministro popolare sarà la bazza delle organizzazioni bianche e dei proprietari iscritti al partito che saranno lieti di farsi espropriare a buon prezzo qualche fondo che non riescono a vendere ad altri; quando ci sarà un Ministro agrario sarà la bazza degli agrari; e poi dei socialisti e così via di seguito. Il disegno di legge così dà ai partiti ed agli uomini politici l'arma legale più formidabile per rafforzare le proprie situazioni elettorali ".

    E il P. P. I. non contento di questa ipoteca avvenire che il disegno di legge gli offre, vuole addirittura un immediato beneficio ed ecco insinuarsi quell'art. 14 il quale dispone che nelle vendite volontarie dei fondi rustici sia stabilito un diritto di prelazione a favore dei coloni ed altri coltivatori diretti dei fondi stessi... E' una pretesa vecchia questa delle leghe bianche, per la quale molto si è battagliato nella stipulazione dei concordati agrari in Toscana e altrove; visto che da questa parte l'avversario non cedeva, i popolari hanno pensato di prendere la posizione di sorpresa, e in quel gran cavallo di Troja che è il disegno di legge sul latifondo ci hanno cacciato dentro anche questo.





Il vero interesse agrario qual'è?

    Se è vero che la crisi agraria è essenzialmente una crisi politica, ciò non vuol dire che la crisi politica sia tutto, e che accanto a questo non siano altri difficili, tormentosi problemi da risolvere. Anzi questi sono i veri problemi; il problema politico sorge perché si cerca di risolvere i veri problemi facendo della cattiva politica.

    Oggi l'Italia ha nel campo agricolo due principali problemi da affrontare: a) aumentare la produzione migliorando i metodi di coltura b) dare un assetto economico giuridico alla proprietà fondiaria e ai contratti agrari in modo da occupare stabilmente nell'agricoltura quanta più può di quella popolazione che non trova più occupazione nelle industrie o all'estero.

    Non si possono affrontare questi problemi senza insieme cercare di antivedere le possibili ripercussioni degli eventuali provvedimenti.

    Giova più all'incremento della produzione un ordinamento agrario a tipo industriale (vasti aziende, macchine, mano d'opera salariata) o un ordinamento a base di piccole aziende (mezzadri, piccoli proprietari)? E dato, e non concesso, che tutti i tecnici di questo mondo rispondano affermativamente alla prima parte del quesito, vorremmo per questo decretare per esempio, l'abolizione della mezzadria? E se viceversa giova la piccola proprietà vorremmo senz'altro effettuare il passaggio della terra tutta nelle mani dei lavoratori, vorremmo quotizzare la grande proprietà, attaccare il latifondo, dare a ogni cittadino che si dichiari agricoltore la sua terra?

    Ogni soluzione estrema e immediata, a parer mio, è pericolosa. Troppe sono le incognite che esse ci presentano. In agricoltura le trasformazioni perché siano feconde, richiedono l'opera di parecchie generazioni. Nulla si improvvisa e quanto meno in questo campo. Ma se l'azione dello Stato deve essere lenta e cauta, ciò non vuol dire che essa non deve esistere affatto. E' indispensabile anzi che lo Stato abbia una politica agraria definita, chiara e costante, che non muti col cambiare dei partiti al potere, che non presti comodo il fianco alle cupidigie di questo o di quel Rabagas, che non serva a soddisfare gli appetiti degli speculatori, siano essi deputati o burocrati, proprietari o organizzatori. Se lo Stato riconosce conveniente che la terra dalle mani dei proprietari che percepiscono le rendite, senza apportare le loro cure alla direzione delle aziende, passi alle mani dei veri coltivatori, ebbene: si tuteli questo passaggio. Esso avviene spontaneamente, si dirà; è vero, ma io non sono tanto liberista da non riconoscere, d'accordo col Serpieri, che questo non basta. Dove la terra è richiesta, essa sale di prezzo oltre ogni misura: onde si verifica il fatto che a pochi chilometri di distanza terre meno fertili sono pagate il doppio di terre assai più rimunerative.





    Ma il contadino che compera, vuole la terra dove egli abita e paga quello che il proprietario vuole, con quella larghezza che i risparmi accumulati gli consentono. Ora è evidente che di qui a qualche tempo, quando la terra sarà meno richiesta e sarà calata di prezzo, il contadino si troverà ad avere assai male impiegato il suo denaro, e forse sarà costretto a vendere e a ritornare nelle condizioni di mezzadro o di salariato. Così resteranno danneggiati proprio quegli elementi migliori che lo Stato avrebbe invece interesse a tutelare. Ma ripeto: tutelare (e non suggerisco come, perché confesso che non ho idee molto chiare in proposito) un movimento che già si verifica, non forzarlo o artificialmente provocarlo con provvedimenti legislativi che, se sembrano ispirarsi a semi concetti economico-sociali, si ignora dove vadano a riuscire.

    Così nel caso delle irrigazioni, delle bonifiche vuoi idrauliche, vuoi agrarie lo Stato deve aiutarne ogni forma e tentativo: ma - si tenga presente - lo Stato spesso volentieri e specialmente del caso delle bonifiche, investe i suoi capitali a un saggio assai basso: in sostanza per il presente le bonifiche rappresentano un cattivo impiego di denaro.

    Ma le venture generazioni si trovano ad avere un patrimonio fondiario accresciuto; quando forse il capitale altrimenti impiegato, dopo aver dato per un certo periodo di tempo interessi elevati, sarebbe scomparso del tutto. Vi è quindi un interesse nazionale a che si bonifichi e si investano capitali nella terra. Ma anche qui c'è una certa misura che l'uomo di stato deve fissare. Eppoi sarà male se l'impiego di questi capitali si farà con criteri di saggia economia? La dove lo Stato può spendere dieci, non spenda cento? Se si eviterà che ogni opera pubblica sia una mensa imbandita agli appetiti di impiegati, di cooperative, di appaltatori e via dicendo?

    Festina lente. Quando io veggo presentare un disegno di legge come questo sul latifondo che anche ammettendo fosse scevro di inquinazioni demagogiche, e volto verso la giusta direzione - vuole però buttare sossopra tutto il nostro aspetto agricolo, mi sento venir la pelle d'oca. Vi sarà capitato di ritrovarvi col vostro tavolo di lavoro ingombro di carte, di fogli volanti, di cartelle: avete mai pensato a metterci ordine con lo spalancare le finestre a tutti i soffi del libeccio o della tramontana?

    Si cita l'Inghilterra. Che ha fatto l'Inghilterra? La riforma irlandese fu cominciata nel 1860 dal Palmerston e non fu compiuta che con l'Atto di Lord Ashtourn, successivamente modificato da Balfour nel '96 e dal Wyndham del 1903. Quarant'anni di tempo! dove noi vorremmo impiegarvi un giorno. Eppoi non sembra che i risultati siano stati troppo brillanti. Leggete nel Caroncini, di cui in questi giorni si sono pubblicati gli scritti (4), quello che scrive a proposito della legislazione agraria in Irlanda e della Riforma Agraria inglese. E dopo tutto che cosa rappresenta l'Irlanda nell'equilibrio economico del Regno Unito?





    Piuttosto che andare in cerca di nuove terre, di nuove forme di conduzione, a base di cooperative, coltiviamo meglio le vecchie terre. Su di esse troveranno lavoro altre braccia, e gli agricoltori sapranno da sé trovare il modo per far loro posto. Lasciamo la terra agli agricoltori e gli agricoltori alla terra: non distogliamoli dai loro campi con le lotte elettorali! Le agitazioni agrarie, per concludere su quanto abbiamo detto sopra, non hanno intaccato profondamente l'istituto della mezzadria, né hanno economicamente danneggiato i proprietari: onde si potrebbero giudicare sotto questo riguardo con animo indulgente. Ma hanno avuto questa conseguenza dannosa: quella di turbare l'antica buona armonia e cordialità di rapporti tra proprietari e coloni, senza di cui non vi è contratto agrario, pur perfetto nelle sue forme, che possa dare buoni frutti. Un po' più all'uno, un po' meno all'altro non ha grande importanza; l'importante è che la borsa da dividere sia abbondante: ossia che si coltivi bene, e non importa che il buon coltivatore sia un grosso o un piccolo proprietario. Su questo punto c'è moltissimo da fare e da insegnare; e lo Stato fa poco e i partiti politici niente. Gli agricoltori avevano fatto non poco da loro, prima e dopo la guerra, e sono convinto che molto farebbero e faranno per l'avvenire. Il buon agricoltore investe i suoi risparmi nel fondo quasi per istinto, per affezione, senza calcolare se questo capitale renderà il 3 o il 5 per cento, calcolo che d'altronde non riuscirebbe nemmeno a fare: la sua terra è il suo salvadanaro. Ma egli vuole essere sicuro che a un certo momento non verrà un Tizio qualunque - esso fregiato di scudo crociato o di falce e martello - a portargliela via.

    Il cattivo agricoltore... con il diffondersi della istituzione agraria, con l'elevarsi delle condizioni generali dell'agricoltura - e magari col peso delle imposte - vogliamo sperare che col tempo sparirà.

    Ma vorremo noi, per sopprimere il reato di furto, abolire la proprietà?


    Milano, maggio 1922.


GIUSEPPE BRUGHIER.

NOTA

Nell'esame della crisi agraria e dei movimenti proletari dopo la guerra crediamo che sfugga al Brughier la valutazione di alcuni elementi politici, concreti nonostante l'apparente demagogia. Ma oggi, di fronte all'insufficienza delle illusioni collaborazioniste, la sua critica è perfettamente giustificata.