I BRACCIANTI RURALI IN BASILICATA

    La provincia di Potenza, leggiamo nel fascicolo 1 del libro sull'Italia agricola e il suo avvenire di Ghino Valenti, è tra le regioni italiane nelle quali maggiore è la proporzione dei giornalieri di campagna rispetto alla massa totale della popolazione rurale. La media generale del regno è del 46%, che le regioni del mezzogiorno (fatta eccezione degli Abruzzi) superano tutte, in misura rilevante: Puglia 76%, Sicilia 68%, Calabria 67%, Basilicata 61%, Sardegna 53%. In provincia di Potenza - è meglio precisare le cifre - su una popolazione rurale che ammonta a 276.816 persone di età superiore ai dieci anni, si contano 108.309 giornalieri di campagna, le cui condizioni economiche sono in generale misere e il cui problema merita di essere studiato attentamente.

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    La questione del bracciantato rurale si è venuta aggravando con la guerra, anzi, si è aggravata nel periodo successivo alla conclusione dell'armistizio e continua a permanere davvero preoccupante.

    Prima del 1914 i braccianti erano in Basilicata in misura superiore all'attuale, ma sorrideva loro radiosa la speranza di potere risollevare il capo dopo lunghi secoli di miseria valendosi di uno di quei meravigliosi istinti delle razze vitali, che li aveva spinti in America fin dalla costituzione del Regno, a rinnovare il mito sabellico del " ver sacrum". Abitavano una terra aspra e dura: montagne cretacee solcate da torrenti impetuosi che rodono i fianchi delle pendici incombenti, una terra fornita poco di alberi verdi, più spesso arida e pietrosa con alcuni campicelli in pendio che "si vestono appena dei fiori giallastri della ginestra e nutrono scarsamente il granetto dalle spighe avare, una terra che troppe volte chiede più che non renda, e concede sovente solo quello che vuole". Un paese povero, e ciò vuol dire che poco frutta e dà appena il sostentamento, che non poté mai chiudere il bilancio con un forte avanzo, dissanguato com'era da una eccessiva contribuenza di stato, che a Camillo Porzio faceva scrivere tra il 1577 e il 1579 qualmente il "Regno" di cui esso era parte non fosse inferiore né a quelli di Francia e di Spagna, perché "è più abbondante e più armato e più ricco di loro, e della sua ricchezza ne fa certissimo giudizio il gran danaro che ne cava il Re", un paese che vivacchiava del solo reddito della terra e che era saccheggiato ininterrottamente da bande di briganti e da compagnie di ventura... Per secoli interi la Basilicata - come del resto tutto il mezzogiorno - ha vissuto con due classi in lotta tra di loro: l'aristocrazia terriera molto meno doviziosa della fama, e il proletariato agricolo reso più torpido dalla miseria, senza una terza classe che, ricca di capitale circolante, lo desse a buon mercato, al 3 o anche al 2 per cento (interessi questi non mai visti nell'Italia meridionale fino agli anni immediatamente precedenti alla guerra libica) all'una o all'altro perché tentassero nuove vie e corressero la corsa alla ricchezza. La terza classe, la borghesia, venuta su non attraverso i fondachi e le manifatture come nell'Italia settentrionale, ma col foro e col fitto, si afferma soltanto sul tramonto del settecento e all'alba del secolo XIX, quando tenta di liquidare l'economia rurale e creare al suo posto la proprietà libera, grande o piccola che sia, in mano di contadini lavoratori. Feudi e demani furono cosí quotizzati dopo il 3 agosto 1806 in maniera impressionante, ma il sogno di creare una classe numerosa di proprietari coltivatori fallì perché i coloni, senza soldi e senza scorte, vendettero subito la terra che non potevano più tenere vantaggiosamente, e il feudo risorse nel campo economico, se non nel legislativo, più aspro di prima, con l'aggravante che il denaro liquido che avrebbe potuto fornire i mezzi per tentare le migliorie agrarie fu investito nell'acquisto di nuovi campi, nella speranza di realizzare grossi guadagni, perché correva allora - come oggi - la leggenda della straordinaria feracità della terra. L'illusione di poter convertire in moneta sonante i pregi del clima che tutti magnificavano con ignoranza pari alla tenacia, e l'aumento della popolazione imposero di avanzare col seminato fino in cima alle montagne, rovinando l'economia sociale con la distruzione freneticamente barbara dei boschi, perché in un paese cotto dal sole, e ciò non ostante condotto nella massima parte a vivere di pastorizia e di agricoltura il baluardo più vicino e sicuro di protezione naturale, che col raffreddamento degli strati atmosferici mantiene l'umidità e tira le pioggie è appunto il bosco. Ma la natura si vendicò di questo vandalismo forsennato, e i monti lasciarono scorrere le acque che si precipitarono impetuose nelle vallate, straripando al piano e inasprendo la malaria; l'aridità e la siccità del clima aumentarono automaticamente; il disordine metereologico crebbe del pari, e signori e contadini - chiuse anche le vie commerciali dell'estero dalla politica protezionistica sempre più grave - si trovarono di fronte ad una realtà spaventosa.





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    I proprietari della terra - la cui opera è superiore alla loro fama - non poterono tentare le migliorie agrarie che avrebbero salvato il paese perché avevano impegnati i loro risparmi nell'acquisto delle piccole quote feudali, e perché soggiacevano ad una fiscalità eccessiva che si inaspriva sempre più per le maggiori esigenze della politica del nuovo stato; i contadini - tutti braccianti - ingaggiati a pochi soldi al giorno quando c'era lavoro, non potevano che morire lentamente di inedia, consumando ogni giorno cicoria selvatica bollita senza sale e pane duro, sicché furono costretti dalla fame a vendere i pochi mobili sgangherati e a prendere denaro a prestito per lasciare i loro paesi sacri alla malaria, e alla miseria: chi sentiva in sé forza di lavoro e necessità di miglioramento doveva andare lontano a raggiungere la mèta, e se non sapeva vincere gli affetti e la nostalgia della terra infelice, vi rimaneva per praticare migliaia di buchi nella creta e affidar loro la semenza, e finiva nell'ombra, col vano ricordo delle speranze sfiorite.

    Sorgeva in questo modo, in Basilicata come in tutto il mezzogiorno, la lotta tra la vecchia classe dominante e la nuova che si affermava con rapidità, lotta economica essenzialmente, perché i contadini ritornati in patria fecero sperimentare subito la verità della legge della domanda e dell'offerta, e ai proprietari imposero subito vittoriosamente il dilemma: o pagare di più le braccia disponibili che erano scarse (cosa per lo più impossibile: uno degli unici esempi di resistenza è dato dall'azienda Fortunato di cui discorrerò più a lungo in altra sede) o vendere la terra: che la volontà operosa sorretta dall'ausilio di capitale a buon mercato avrebbe migliorato.

    Prima della guerra dunque, per effetto della maggiore ricchezza proveniente dalla lenta accumulazione del risparmio e dal minore sperpero del decennio di pace che seguì gli anni fortunosi delle guerre africane e delle rivolte del 1898, si notava in Basilicata un sintomo di miglioramento che, se pure non annullava del tutto la questione del bracciante rurale, faceva sperare la sua risoluzione, solo che si fosse continuato ad ammassare denaro e a provocare 1a diminuzione dell'interesse che, ridotto a meno del 3 per cento, avrebbe permesso quella colonizzazione interna che è opera precipua di popoli ricchi. Bastava che fosse continuata la formazione di una nuova classe forte di danaro e di volontà, per attuare il sogno fallito cent'anni prima, di creare anche nell'Italia meridionale una democrazia rurale avente molto capitale circolante, che con un'opera rinnovatrice lanciasse "un paese arretrato e chiuso nelle maglie del latifondismo medioevale nel vortice della vita moderna". Per ciò sarebbe bastato che lo Stato non avesse rastrellato il risparmio con spese pazze e non avesse aggravato la condizione dei contadini in una più forte pressione tributaria e con una più violenta politica doganale fatta per salvare industrie anemiche e per procurare, secondo l'immagine felice del Fortunato, il benessere degli uni con la fame degli altri.





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    La guerra mondiale ha interrotto questo lavoro di elevazione, fino a quando non so, e ha impedito che la cosiddetta questione meridionale - cui scrittori e legislatori avevano invano tentato il rimedio - si avviasse ad essere risolta con lo spezzamento di quel circolo vizioso che incombeva insolubile fino a che "partendo dalla miseria, si fosse approdati nuovamente alla povertà senza mai uscirne fuori col risparmio e la produzione di ricchezza nuova". Limitatasi automaticamente l'emigrazione con la chiamata alle armi dei contingenti più validi, richiamati in Italia i connazionali residenti all'estero per partecipare alle operazioni di guerra, in Basilicata si sono avuti durante la guerra molti campi e poche braccia perché vecchi, donne e bambini (ai quali solo dopo molto tempo si aggiungevano temporaneamente i giovani esonerati) non potevano, anche buttando nei solchi tutto il loro sangue, mantenere la produzione nei limiti degli anni precedenti il 1914. D'altra parte, la necessità del momento costringevano a distruggere ancora i pochi boschi esistenti, sicché il fattore clima che è tanta parte dell'inferiorità naturale del mezzogiorno rispetto, per esempio, alla valle Padana, si presentò ancora più grave che nel passato. E non valse imporre la coltivazione obbligatoria del grano nelle terre cosiddette incolte per non far ripensare alla condizione tristissima in cui si sarebbero trovati gli smobilitati quando fossero ritornati a casa e avessero trovato un terzo almeno delle antiche aziende scomparse per la partenza dell'imprenditore che faceva liquidare l'impresa per l'impossibilità di essere continuata. E se durante la guerra i lavori difensivi sull'Isonzo durati specialmente lungo il 1916 ed il 1917 avevano lenito la disoccupazione perché il Comando supremo aveva richiamato nell'Italia settentrionale una gran parte dei braccianti meridionali disponibili, dopo l'armistizio la Basilicata s'è trovata ad albergare troppa gente: i disoccupati durante la guerra (e non erano pochi), i contadini che prima vivevano in patria e dei quali non tutti ritrovarono occupazione (molti piccoli proprietari furono obbligati a vendere la terra perché il sussidio alla famiglia era insufficiente alla vita sempre più cara), quelli che erano ritornati dall'America e che l'Immigration bill del 1917 escludeva in misura rilevante. Il problema del bracciante agricolo che era gravissimo fin verso il 1880 si ripresentava ancora maggiore, con l'aggravante che il migliorato tenore di vita specialmente durante il servizio militare rendeva troppo duro, per non dire impossibile, il ritorno alla cicoria senza sale e al pane raffermo che in tutti i paesi del Potentino i più vecchi ricordano nella loro tragica realtà. Allora come oggi il bracciante vive alla giornata, e, se invece che su pochi soldi può contare su poche lire come ricompensa d'un lavoro senza fine (le otto ore vigono solamente nei pressi di Lavello per l'opera svolta dalla locale camera del lavoro, l'unica che in Basilicata veramente abbia imposto delle migliorie che la migliore natura del suolo rende possibili), il miglioramento è solo illusorio perché - facciamo l'esempio più comune -il pane gli costa ora 1,75 invece che sei soldi e la pasta 2,50 invece che 25 o 30 centesimi (i cosiddetti "maccheroni neri" di farina di scarto che si davano durante la mietitura e la vendemmia ai lavoratori). Il guadagno è aleatorio, per le peggiorate condizioni economiche che obbliga al lavoro anche il proprietario che prima della guerra si limitava a sorvegliare l'opera dei giornalieri; - la spesa è sempre certa e alta quasi allo stesso modo. Ogni giorno il bracciante è costretto a comprare tutto ciò che gli occorre pel sostentamento, e non ha modo di occupare i ritagli della giornata lavorativa, né di avere le piccole industrie che sono una risorsa tutt'altro che disprezzabile per il colono che vive sul fondo; ogni giorno la sua condizione é delle più penose come quella di uno che cerca lavoro e sa di potere essere matematicamente certo di averlo soltanto nel periodo della semina e del raccolto. La disoccupazione si verifica in proporzioni allarmanti, superiori assai a quelle che appaiono nel Bollettino dell'Ufficio del lavoro, ed è lenita perciò in molto troppo scarso.





    La speranza di impiegare utilmente la mano d'opera disponibile in lavori di migliorie agrarie è vana. Chi lo tentasse oggi darebbe prova di scarso senso economico: la terra non è ricca come si crede, e il piccolo proprietario che abbia oggi 50.000 lire di debiti è destinato a fallire perché col reddito di essa paga appena l'interesse del suo dare ed è perciò obbligato a chiudere la cucina. Le migliorie agrarie saranno possibili solamente quando il danaro sarà sceso tanto - al 3, al 2 o, meglio ancora, all'1 e mezzo per cento - da permettere di investire forti capitali nel miglioramento delle condizioni dell'ambiente senza avere lo spettro della miseria incombente. La coltivazione che si fa oggi delle terre disponibili non è destinata ad assorbire una quantità maggiore di gente perché quando il grano muore di sete sulle pendici dell'Appennino è pazzesco credere di poterne aumentare la produzione estendendo ancora la superficie coltivabile. L'unica speranza di migliorare le condizioni del bracciante rurale basilicatese - cosa necessaria per evitare che si determinino da un giorno all'altro situazioni minacciose da cui traggano origine, fatti gravi come le rivolte di Cerignola e di Verbicaro di infausta memoria - è data dal compimento di tutte le opere pubbliche che sono state promesse molte volte, ancora recentemente dall'On. Giolitti quando tornò al potere. V'è tanta gente che ha fame, e che non può obbligare lo stomaco allo sciopero. La sua condizione può essere alleviata temporaneamente quando buona parte dei disoccupati attuali fosse richiamata ad opere di interesse pubblico che la legge del 1904, voluta dall'on. Zanardelli ed approvata sotto il governo dell'on. Giolitti, ha promesso alla provincia di Potenza: le fognature che mancano in nove decimi dei paesi, le vie di accesso alle stazioni che servono ad un quarto degli abitanti, le poche ferrovie a scartamento ridotto che pare non si debbano finire mai, e sul cui completamento si esercita spesso l'ironia di tutti, anche degli ingegneri che debbono studiarle: me ne ritorna alla mente uno, dimorante attualmente ad A., il quale afferma che il tronco affidato alla sua direzione verrà ultimato tra molti anni, nove o dieci che siano per otto chilometri di percorso, proprio in tempo per permettergli di andare in pensione senza cominciare alcun altro progetto!

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    Le grandi opere pubbliche! È doloroso ricorrere a questa frase, sapendo che esse miglioreranno di poco le condizioni economiche del paese, che attende dal rifacimento della sua terra - sistemazione dei bacini montani, bonifiche - la sua salvezza. Ma questo ora non è possibile, perché il danaro è troppo caro, e i campi così sistemati sarebbero gravati troppo dalla spesa resa necessaria dalla loro sistemazione. Oggi come oggi si possono attenuare le conseguenze della disoccupazione, e se si trovano 200 milioni per salvare dalla rovina un'industria anti-economica come i cantieri navali, se ne può anche trovare qualche decina per migliorare le condizioni igieniche dei paesi della provincia di Potenza ed evitare la fame a parecchie decine di migliaia di persone, e non far ripensare al sarcasmo atroce di Tommaso Moro, che i governi sono in mano a pochi interessati, "et machinationes eorum leges fiunt"...


GIUSEPPE STOLFI.