IN MARGINE AL PROCESSO DI TORINO

     Poiché tu, mio caro Gobetti, rifiuti la mia "conclusione imprecisa" - eh, se fossi capace di tirare qualche conclusione precisa dalla storia italiana, tirerei anche uno stipendio da qualche sportello di Tesoreria della Banca d'Italia! - e dài un calcio alla classe di mandarini amministratori che mi è tanto cara, vediamo cosa riescano a combinare "i conflitti e le intransigenze suscitatrici di una fede laica" quando sono portate in mezzo al nostro popolo, come surrogato di quella preparazione ascetica, che io credo sia l'indispensabile presupposto della economia capitalistica.

     Abbiamo sott'occhio un episodio, debitamente scarnificato e sezionato alle Assise di Torino: l'uccisione di Scimula e Sonzini. Ed è anche il momento di tentare una difesa degli imputati, o, sia pure, degli assassini, da un punto di vista un po' più elevato di quello degli avvocati difensori.

     Le poche volte che, trovandomi a Torino, commisi la stoltezza di lasciare il Molinari o il Maffei per andare un po' in giro, e mi avventurai verso il Regio Parco e verso la Borgata Monterosa (proprio il quartiere dove è successo il fatto), come del resto ogni volta che vado attorno per le cosiddette città tentacolari italiane, io sempre mi chiesi quale fosse l'allenamento spirituale, l'indurimento coriaceo della pelle e la lunghezza del pelo sul cuore che il villico italiano ha raggiunto, prima di inurbarsi, cioè prima di acclimatarsi nei desolati quartieri, che un aggettivo tra questurinesco e filantropico denomina popolari.

     La grande città è infatti come il deserto: bisogna che l'uomo delle campagne, che vi si deve stabilire in margine, disponga di una certa dose di nomadismo fin dal momento in cui lascia il suo paese: bisogna che qualche stile o metodica di vita lo abbia piegato ad essere il touareg, uno dei tantissimi touareg della civilizzazione. Soltanto chi non è già più, per nessuna fibra del cuore, legato al contrapposto diretto della grande città-deserto, alla foresta, soltanto chi non si indugia più "im feuchtem Moos und triefendem Gestein", può, come l'ebreo di Polonia o di Galizia, affrontare l'inurbamento con piena sicurezza di diventare un cittadino equilibrato e un produttore accanito.

     I quartieri operai e la grande industria - correlativi inseparabili - vogliono l'uomo già squadrato, direi già scozzonato e imbrigliato: se no, il suo funzionamento si incaglia, perché l'uomo soffre troppo e rende troppo poco.

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     Io non conosco nessun sociologo, nessun volleswirtshaftler, nessun professore che ci abbia dato il tipo dell'uomo richiesto dalla grande industria e dalla grande città, come Gottfried Keller nella novella: "Die Drei gerechten Kammacher", i tre probi pettinai. Circostanze che non si ripresenteranno mai più (la conservazione nei cantoni svizzeri dell'apprendissaggio degli artigiani, il tardo sviluppo dell'industria zurighese e bernese; e infine la vecchia allegria paesana, che il Keller ha poetizzato nella "Gente di Seldwyla"): hanno lasciato ancora vedere al Keller, come l'ascesi laica prodotta dalle sètte protestanti, avesse già squadrato, scozzonato e imbrigliato gli uomini prima della trasformazione industriale. "I tre probi pettinai" sono già l'operaio moderno: la poesia delle grandi città è in questa novella kelleriana più, più che in tutto il misticismo socialista di Emilio Verhaeren.





     Ecco Jobst, il primo dei tre pettinai che capita in Seldwyla, presso il fabbricante di pettini che faceva dormire tutti i suoi garzoni in un letto, e in inverno dava loro il sarerau dicendo che era pesce, per mandarli via alla prima protesta:

     "Un puntuale e tranquillo apprendista, partito da non so che paese della Sassonia, si adattava a tutto, lavorava come una bestiolina, e non c'era mica verso di cacciarlo via ". (Chi ha da fare coi tedeschi che cercano impiego fuori di Germania, ne sa qualcosa di questi Jobst). Jobst aveva il suo piano di rimanere ad ogni costo in Seldwyla: "ma il mostruoso, in questo piano ascoso e ben guardato era solo, che Jobst lo avesse progettato: perché niente in cuor suo lo forzava a rimanere proprio in Seldwyla: né una preferenza per la contrada, per la gente, né per la costituzione politica di questo paese, né per i suoi costumi. Tutto questo gli era cosi indifferente, come la sua terra, di cui egli non sentina nessuna nostalgia: ma egli non aveva scelta libera, e nel suo arido cuore (in seinem öden Sinne) si appigliava al primo casuale filuccio di speranza, per attaccarcisi e succhiare". Il nomade marcia, attraverso il deserto, sull'oasi: Jobst sulla fabbrica di pettini, di cui egli vuole diventare il successore. Ma arriva il primo competitore: Fridolin, il bavarese.

     "Come fu tutto meravigliato Jobst, quando il "nuovo", per quanto fosse bavarese, si mise a letto accanto a lui con una saluto tutto gentilissimo, se ne stette, come lui, tutto composto e pacifico sull'altra sfonda del letto: e durante tutta la notte non gli diede neppure un calcio!". La gara fra i due filugelli comincia: "Jobst, alla mattina, dritto come un fuso se ne corse giù, e lavorò coma se si fosse trattato di provvedere di pettini il mondo intiero: e Fridolin lavorò come se per buona giunta, anche il cielo dovesse essere pettinato coi loro pettini". "Non era neppur per sogno una scommessa: era l'esercizio di una valentia da maestro ben meditata, in cui nessuno dei due si vergognava di prendere l'altro a modello, e di copiargli tutti i più fini tratti di una perfetta metodica della vita che a lui mancassero ancora".

     Se è vero che l'ascesi puritana rende gli uomini capaci di affermare i loro "motivi costanti", e a farli prevalere sugli "affetti", cioè a foggiare delle "personalità" a nel senso formale-psicologico della parola; se è vero questo - come è vero - i probi pettinai di Seldwyla sono delle personalità: sono monaci in cui si manifesta il processo di sviluppo dell'ascesi calvinistica, sull'ascesi medioevale: eliminazione dei "consilia evangelica" e concentrazione dell'attenzione metodica sugli affari di questo mondo.

     A Jobst e a Fridolin si aggiunge, terzo pettinaio, lo svevo Dietrich: un gentleman (egli è un gentleman, letteralmente) cosi compito che quando tutti e tre se ne andavano a letto "sempre ancora un pochettino di posto rimaneva fra i tre apprendisti, e il copriletto si distendeva su di essi, come un pezzo di carta: su tre aringhe".

     Gli impagabili discorsi, gravi e compunti che i tre apprendisti si scambiano, corrispondono ai raffinamenti pietistici di uno dei più importanti libri del mondo, The Pilgrim-s Progress di Bunyan. Nel Bunyan è il casserolaio poetante che fa finta di confortarsi, in prigione, dell'approvazione degli altri peregrinanti verso la Celestial City; nel Keller è il pettinaio che fa finta di cercare 1'approvazione degli altri concorrenti alla successione della fabbrica di pettini: la disperata solitudine del puritano esige sempre l'osservanza di questi rispetti umani, come altrettanti posti di controllo sulla pista della corsa, che dura tutta una vita, verso la ricchezza e il paradiso.





     Ma a Seldwyla, lo svevo Dietrich immagina, come espediente professionale, "di innamorarsi e chiedere la mano di una persona, che possedesse press'a poco tanto quanto il Sassone e il Bavarese avevano nascosto sotto i mattoni". La persona è Züs Bünzlin: Züs Bünzlin, figlia di una lavandaia, è andata a scuola ed è una missionaria vera: alla domenica ricopiava, di qua e di là dai suoi libri, i più stravaganti componimenti: "sull'utilità delle lettighe, sulla morte, sulla efficacia della rinuncia, sulla grandezza del mondo visibile e sui misteri dell'invisibile, sulla vita campestre e le sue gioie...: li leggeva ai suoi conoscenti e adoratori, e a chi voleva proprio bene, glie ne regalava uno o due, che se li mettesse nella Bibbia". L'America è pienissima di Züs Bünzlin che fanno all'amore così.

     I tre probi pettinai le stanno dietro, perché Jobst e Fridolin pretendono anche essi la sua mano, come mezzo di concorrenza contro Dietrich. Per ognuno dei tre pettinai la successione nella fabbrica di pettini e la mano di Züs Bünzlin - cioè la fortuna professionale - sono cose che non ammettono dubbio: ed è giusto: perché la loro religione indica l'incessante attività professionale come un mezzo sicuro per raggiungere la certezza di essere eletti, ed essi sono tre probi e diligentissimi pettinai: d'altra parte, tale certezza sarebbe fortemente compromessa da un insuccesso materiale, indizio di insufficiente grazia divina: quindi non bisogna dubitare, "è peccato" dubitare. I tre apprendisti sono perfettamente armati per la Strenous Life, sono tre asini cui, come la favoletta racconta, l'asinaio ha messo il peperone nel posteriore per farli trottare.

     Il padrone, infatti, usa proprio il peperone. Per levarsi di torno due dei civettoni, e decidere chi debba avere la fabbrica, impone ai tre apprendisti pettinai una specie di corsa da una collina fuori delle mura di Seldwyla fino al laboratorio. I discorsi consolatorii che Züs Bünzlin fa ai tre disperati, sono assolutamente il saggio tipico dell'eloquenza wilsoniana o dei memoriali "ricostruttori" che Lloyd George manda ai Consigli supremi invece che alle università popolari: "Come il vincitore non deve menar vanto della sua felicità, cosi i soccombenti non devono rammaricarsi o infuriarsi: essi saranno presenti alla nostra memoria, e come allegri apprendisti (Wanderjünglinge) se ne andranno per il mondo: poiché gli uomini hanno costruito molte città, perfino più belle di Seldwyla: Roma è una gran città meravigliosa, dove abita il Papa, mentre in Costantinopoli comanda il Sultano, di fede musulmana: Lisbona un giorno fu distrutta da un terremoto potentissimo, e rifatta dieci volte più bella..." Segue la... descrizione del mondo: esattamente come succede oggi nelle Conferenze internazionali.

     Ma si! i tre pettinai sono disperati. Il padron pettinaio è un piccolo Calvino più cattivo e più esoso, il quale non solo dice che soltanto uno di essi sarà salvato, ma rimette la decisione, non più a dopo morto, ma a dopo una gara di corsa, di lì a qualche ora. Le grida con cui i tre pettinai si lanciano giù dalla collina verso Seldwyla, sono nella novella del Keller, l'esatto riscontro delle grida di Cristiano nel "Pilgrim's Progress". Quando Cristiano si accorge di essere nella "città di dannazione" e la vocazione lo afferra di muovere verso la città celeste. Moglie e figli gli si attaccano alle vesti, ma niente, lui si ficca le dita nelle orecchie, e via attraverso i prati e i campi, gridando: "Life, eternal life!".





     Con questo grido, e non altro, 1'artigiano inglese è entrato nella manifattura, cosi come i tre probi pettinai svizzeri si slanciano verso Seldwyla e la fabbrica. Aggiungere che, nella novella di Gottfried Keller vinse lo svevo è utile, per riportare la chiusa: "Dietrich lo svevo soltanto rimase un giusto e, fu considerato nella cittadina; ma non ne ebbe poi tanto gusto, perché Züs, sua sposa, non glie ne lasciava il vanto, lo comandava e lo umiliava, e considerava sé stessa come unica scaturigine di ogni bene". Così l'epopea del tipico lavoratore moderno finisce col presagio del fenomeno, che, nei paesi in cui il grido "Life, eternal life" si fece sentire davvero, è ormai una modesta e controllata realtà.

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     Gli operai, che negli altri paesi sono stati forniti alla grande industria, erano tagliati di questo legno.

     È agevole dedurre dalla loro formazione mentale, quali energie rivoluzionarie - qui sì, qui davvero! -maturassero in loro.

     Quando, nel corso di poche generazioni, il meccanismo dello sviluppo industriale si incaricò di dimostrare che la loro teodicea era falsa: che la grazia di Dio coronava quasi mai il coscienzioso adempimento del lavoro professionale: che Dio negava la fortuna quaggiù anche a chi si sfiancava per tutta la vita nella fabbrica: allora il compito dei profeti della lotta di classe fu facile e sicuro.

     In una inchiesta condotta, nel 1906, dalle Sozialistische Monatshefte fra operai non credenti, soltanto la infinita minoranza addusse, a ragione della sua incredulità raffazzonamenti di teorie naturalistiche la infinita maggioranza tirò in campo la ragione delle ragioni: 1'"ingiustizia" delle cose di questo mondo. (Io credo che una inchiesta fra gli abbarbagliati operai italiani darebbe risultati perfettamente opposti). Proprio e soltanto perché constatarono l'insufficienza della teologia antica, gli infiniti fratelli spirituali (anglosassoni e tedeschi) dei tre probi pettinai di Seldwyla si accinsero a rifabbricarsi un dio in cielo, portando la giustizia su questa terra, cioè accettando i sistemi della lotta di classe e il postulato della rivoluzione (Marx in funzione di Giovanni Battista, Precursore).

     Ed essi affrontano così le crisi capitalistiche e le chances rivoluzionarie con le identiche qualità, che Gottfried Keller espose così bene nei suoi Tre probi pettinai; e cioè:

     1) Il loro nomadismo (distacco dalla heimat, indifferenza ai paesi in cui si va soltanto "per lavorare" come muli muniti di paraocchi) torna di gran vantaggio nella organizzazione pratica dei movimenti rivoluzionari.

     2) La loro contegnosità (ted. Selbstbeherschung - ingl. Reserve) dà loro una tenuta rivoluzionaria che è indispensabile per conservare la fiducia nelle proprie file e incutere rispetto e timore negli avversari.

     3) Il loro razionalismo nel lavoro professionale, la loro metodica di vita, l'essere stati abituati a coordinare ogni loro atto al doppio fine del guadagno terreno, prova e saggio della salvazione ultraterrena, dà loro una salda metodica sovversiva, che può condurli ad essere sanguinari, ma sanguinari sistematici: che lascia loro sempre il controllo degli avvenimenti.





     Il movimento rivoluzionario di un anno fa in Mitteldeutschland, che io potei seguire da vicino, e confrontare col nostro dell'Ottobre 1920, mi confermò tutto questo. Potei, per esempio, il 29 Marzo, visitare le Leunar Werke presso Mersèburg. L'occupazione da parte degli insorti della immensa manifattura si distingueva dalle nostre occupazioni di fabbriche per tre caratteristiche:

     1) Concentrazione rapidissima di comunisti estranei alla fabbrica, fatti venire da Lipsia, da Halle, da tutta la Mitteldeutschland: leva di giovani operai sovversivi nelle campagne, spediti a un centinaio di kilometri dalla loro fabbrica e dalla loro casa, senza che questi dovessero temere di essere respinti dalle maestranze della Leunar, come le maestranze degli stabilimenti italiani respingevano, nell'Ottobre 1920, i temutissimi "estranei". In un solo giorno ne entrarono nella Leunar duemila.

     2) La disciplina, nella Leunar, era assoluta. Non vi si fecero gli stolti tentativi di lavoro come da noi, perché i capi sapevano troppo bene che qualche inconcludente tentativo di lavorazione non avrebbe servito ad altro che a distrarre gli insorti dal compito principale, che era quello di marciare su Merseburg e Halle.

     3) Non vi furono assassinii alla macchia, come quello di Simula e Sonzini. Vi furono invece gli attentati terroristici su larga scala e, sopratutto, difesa a mano armata contro la Sipo (Sichereits polizei).

     L'impressione complessiva che lo straniero poté ricavare dal movimento fu questa: tutte le forze organizzate in conflitto procedevano con estrema violenza e sapevano fare il loro mestiere. Da una parte la polizia, scarsa di numero ma scelta e munitissima (le Leunar furono bombardate), e i volontari studenti (paragonabili ai nostri fascisti), disposti a pagare di persona, senza la protezione della polizia: dall'altra una minoranza operaia freddamente decisa a spingere la crisi al suo acme.

     Proprio il contrario delle intenzioni e della tattica che polizia, organizzazioni fasciste e minoranze operaie hanno dimostrato e attuato in Italia.

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     Vediamo infatti qualche aspetto dell'atteggiamento dei nostri operai, come è messo in rilievo dal processo di Torino. (S'intende qui interessano i casi patologici, come quello dell'imputato Sironi, ecc.).

     Mancanza di nomadismo: - È singolarissima la preoccupazione, che tutti ebbero di non lasciare entrare estranei nelle fabbriche durante l'occupazione. Il Biava, e in genere gli imputati appartenenti alla maestranza della Nebiolo, debbono aver considerato la loro fabbrica come un podere, come un provvidenziale asilo nel mare sconvolto della rivoluzione. Dalla cinta degli stabilimenti occupati, gli operai guardavano i violenti, che cercavano di fare davvero la rivoluzione, come il contadino dell'oasi guarda il Touareg. Sradicati, inurbati, travolti dalla vita capitalistica in una delle sue manifestazioni ordinarie, questi operai ridiventano villici - e buoni villici - nella fabbrica occupata. Nessun maggiore controsenso, in Italia, che i camions rossi proposti come strumenti per la rivoluzione proletaria!

     Mancanza di tenuta rivoluzionaria.

     Questi imputati sono stati - somme tout - dei coglioni. Le tre donne furono tutt'altro che tre vergini rosse, come favoleggiavano i giornali: e lo strano, egregio presidente Daviso, è proprio qui: che non lo siano state! La Actis anche quando gli "estranei" tanto temuti parlavano di inscenare un episodio terroristico, rimaneva sempre la donnetta che - secondo la deposizione del principale - "quando le si faceva qualche osservazione si metteva subito a piangere, riconoscendo però la giustezza delle osservazioni". Le altre due passavano la giornata... facendo della telegrafia senza fili con i giovanotti dello stabilimento vicino. Eppure i più modesti ricordi di crisi rivoluzionarie dicono che furono sempre le donne le più sanguinarie! Basterebbe l'episodio, che nessun stabilimento voleva accogliere nella sua cinta lo Simula, condotto dalle lance spezzate della rivoluzione: basterebbe l'osservazione troppo spiritosa per essere cinica, di quel ragazzotto che sentendo parlare di bruciar vivi i due, esclama: "Prima però spogliamoli!" per capire che, nei recinti delle fabbriche, era ritornato precisamente un soffio di quella baldoria da villaggio, di cui il vero operaio non è, non può essere più capace.





     Mancanza di metodica sovversiva. Il presidente e il procuratore generale hanno spesso nel corso del dibattito, fatto della facile ironia sulla incertezza dei ricordi degli imputati. Il caso del giovane Biagiotti è caratteristico: questo sradicato, che nell'istituto degli Artigianelli ha raggiunto tanta capacità tecnica da prendere non so che diplomi, alle domande dell'inquirente non fa che rispondere dei "mi pare", che - si noti - non vogliono neppure mentire, non vogliono salvare nessuno. Il P. G. si meraviglia: Che mentalità avete? si trattava di gettare un individuo in un forno. È cosa che non si usa fare tutti i giorni: e rispondete con un "mi pare!" Perché si è di fronte ad una cosa orribile, ad una strana cosa, ad una cosa feroce, e voi non avete altro che delle impressioni, non rispondete che con dei "mi pare". Gettare un uomo in un forno, vi pare che sia cosa possibile, razionale, da poterla così facilmente dimenticare, da affermare con tanta imprecisione?

     Ma non è proprio niente da meravigliarsi. La figura del complice e delatore Bertero è anche più interessante: questo individuo, nella spossante ricerca di lavoro si vergogna di presentare una fedina poco pulita: salvo poi a tenere per le braccia, al momento dell'esecuzione, i due assassinati.

     Sono tutti cosi, questi imputati: erano tutti cosi, nel critico Ottobre del 1920, gli operai italiani. Oggi, a distanza, gli uomini saggi, come i magistrati, domandano "Ma eravate allucinati?" Essi erano precisamente allucinati: per parafrasare un celebre titolo, erano i figli delle nostre allucinate campagne, erano gli operai tratti nell'ingranaggio della grande industria senza nessuna preparazione e squadratura. Allucinati dalla sofferenza perché certo in nessun paese il processo dell'inurbamento costò ai singoli tanta nostalgia, tanto malessere, tanto nascosto dolore. L'errore di aver voluto provocare in Italia uno sviluppo industriale a cui manca ogni base economica, non fu scontato con la rivoluzione, precisamente perché i proletari italiani mancavano assolutamente di ogni supporto per fornire una classe operaia: l'allucinazione degli imprenditori avventurieri fu trionfante per l'allucinazione degli operai. In questo Paese, dove non nacquero tre probi pettinai come quelli di Seldwyla, la classe degli avventurieri del capitalismo si può permettere qualunque audacia, perché non vi è una classe di operai che stia pronta all'attacco: non vi è, non è sorta lentamente attraverso una preparazione religiosa e un filisteismo pietistico, non si è maturata negli esercizi che - negli altri paesi - fecero dell'artigiano un perfetto utensile prima ancora ch'egli avesse messo piede nella manifattura.

     In tutti i paesi che hanno tentato uno sviluppo capitalistico in grande stile, figure come quelle tipiche, definitive, dei tre probi pettinai sono state frequenti: in Italia furono sconosciute. Perché in nessun paese la preparazione ascetica ai sistemi di produzione capitalistica è stata nulla come da noi: e i miserabili relitti finiti sui banchi degli imputati alle Assise torinesi, sono lí appunto a testimoniare, anche se colpevoli, appunto perché colpevoli, quale violenza profonda sia stata perpetrata su un popolo per cui i desolati quartieri popolani sono sempre umilianti come un ghetto, e le case operaie, cui i borghesi delle amministrazioni comunali dedicano tanta attenzione sono sempre impestate dal fetore dell'ergastolo: quale violenza enorme sia stata perpetrata su uomini, condannati a migrare nel deserto della grande industria e della grande città, ad affrontare lotte sindacali, occupazioni delle fabbriche ed esperimenti rivoluzionari, quando ancora tutte le loro abitudini e la loro mentalità si indugiano nel "feuchtem Moos und triefendem Gestein" dell'economia precapitalistica e della religione cattolica.

GIOVANNI ANSALDO


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Postilla

     Caro Ansaldo, invece di continuare una polemica in cui i termini del dissidio sono ormai chiari preferisco risponderti con uno studio, scritto in altri tempi, che ti dica che cosa io ho visto nel movimento comunista torinese. Lo leggerai nel prossimo numero.

Tuo Piero Gobetti.